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I detenuti per violenze sessuali: da mostri a uomini foto

Il film sarà proiettato in anteprima nazionale all'auditorium di Piazza Libertà a Bergamo, giovedì 13 aprile alle 20,45. L'incontro è promosso da Lab 80 e da Non una di meno

Nelle pagine dalla cronaca salgono alla ribalta come “mostri”. Per un reato che perfino dentro il carcere è disprezzato e mal visto: la violenza sessuale. Un reato che non prevede pene lunghissime e così dopo pochi anni i violentatori tornano in libertà. E spesso tornano a commettere violenza.

Anche Sergio, Gianni, Giuseppe, Valentino, Carlo, Enrique, sono tra i condannati per reati sessuali, definiti ‘infami’ nel gergo carcerario, che, una volta usciti dopo anni o mesi di isolamento in carcere, rischiano di commettere nuovamente lo stesso crimine.

Ma nel carcere di Bollate, in provincia di Milano, dove sono detenuti c’è un reparto particolare dedicato proprio a chi si macchia di questi reati.

L’Unità di trattamento per Autori di reati sessuali a Bollate rappresenta un primo tentativo di trattamento e presa in carico di autori di reati sessuali nella realtà penitenziaria italiana e inizia ad operare nel settembre 2005 in collaborazione con il Cipm (Centro Italiano per la Promozione della Mediazione), un Associazione fondata nel 1995 a Milano da un gruppo di criminologi, sociologi, psicologi, operatori sociali e magistrati.

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Claudio Casazza, regista, ha trascorso un anno in questa Unità seguendo con la sua telecamera il percorso e realizzando  un film: “Un altro me”. La pellicola in cui i carcerati per violenza sessuale si raccontano sarà presentato in anteprima nazionale all‘auditorium di Piazza Libertà a Bergamo, giovedì 13 aprile alle 20,45 alla presenza del regista, ai terapeuti del film, alla psicologa Maria Simonetta Spada dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII e alle rappresentanti del Centro antiviolenza Aiuto Donna. L’incontro è promosso da Lab 80 e da Non una di meno.

Casazza, come nasce questo film?
“Nasce da una serie di domande, non ha messaggi precostituiti o preconcetti, volevo un film lontano dagli stereotipi sulle carceri. Mi sono concentrato sulle persone che avendo compiuto una violenza sessuale seguono un percorso particolare nel carcere di Bollate”.

Di che percorso di tratta?
“È un trattamento unico finora in Italia e che funziona, che risponde pienamente alle finalità del carcere che è quello di ridare alla comunità una persona nuova. O, come dice bene un criminologo, restituire questi mostri all’ambito degli umani. Così ho deciso di trascorrere un anno nel carcere, stare lì, mentre ci sono i gruppi di lavoro e osservare giorno per giorno il percorso che fanno e come piano piano, le persone che si sono macchiate di queste violenze abbassano le loro difese”.

Osserva e narra questo lavoro di gruppo di detenuti con criminologi e psicologi. Alla fine delle riprese ha formulato un giudizio?
“No. Non do nessun giudizio. Il film sottopone delle domande, è equidistante sia dai detenuti sia da possibili pregiudizi degli spettatori. Le sentenze le decretano i tribunali. Questi condannati hanno pene detentive non molto lunghe e tornerebbero nella società uguali a prima, pronti a reiterare la violenza sessuale. I dati dimostrano che il 30% di questi detenuti è recidivo. Con questo percorso, che viene ormai sperimentato da dieci anni, le recidive vengono abbattute del 90%, chi reitera il reato è solamente il 3%. Ad oggi dei 248 uomini seguiti solo 7 hanno compiuto nuovamente un reato. Questo dimostra, dati alla mano, che il percorso funziona. Poi certo nemmeno io metterei la mano sul fuoco, siamo tutti essere umani e possiamo sbagliare di nuovo”.

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Tra chi ha seguito ci sono pedofili?
“Ho lavorato con assoluta libertà, mi sono concesso uno spazio così aperto che a volte ho scoperto i loro reati dopo due o tre mesi. Il rapporto che si è creato tra di noi, nel lavoro di gruppo, era di fiducia. Non c’è stata nessuna maschera tra di noi, ognuno di loro ha commesso un reato diverso dall’altro, anche se gravi e gravissimi per tutti loro c’era una possibilità diversa di cambiamento”.

In questi colloqui che cosa l’ha colpita di più?
“Queste persone hanno una visione diversa sulle donne, non di relazione ma di proprietà. Per i pedofili è diverso, credo che non riescano a contenere certe pulsione. Attraverso le domande dello psicologo si va a scavare a fondo nella vita di queste persone. Mi ha colpito la fatica di comprendere il concetto di relazione, di vedere l’altro a pari livello. E di conseguenza di non vedere il danno e la vittima delle loro azioni. Ecco questo percorso serve per cercare “Un altro me” come il titolo del film. L’obiettivo del trattamento è proprio questo, osservare l’altra parte di sé. Anche per gli spettatori sarà un percorso simile: capire chi sono queste persone che hanno agito in modo mostruoso”.

Un percorso in carcere che ridà alla società una persona nuova. Perché hanno agito così? C’è qualcosa nella nostra società che li porta a comportarsi come mostri?
“Vedere un altro sé è un invito che vale per tutti. Poi che la nostra società commetta degli errori è un dato di fatto, basti pensare a che considerazione ha il presidente degli Stati Uniti Donald Trump delle donne, o che aveva un nostro ex presidente del Consiglio, o ancora certi programmi televisivi che si concentrano sulle doti delle donne dell’Est. Dietro ogni violenza sessuale c’è tutto questo background. Non c’è un’anagrafica o una classe sociale per chi commette reati sessuali, si va dal ventenne al settantenne, dal ricco al povero”.

Il cinema è arte. Può l’arte aiutarci a capire meglio i nostri errori e a salvarci?
“Il cinema è anche denuncia. Il mio film non va dentro i reati, che sono solo accennati. Non ci sono aspetti voyeuristici. Il film cerca di essere un dialogo tra persone e un dialogo con chi lo guarda. Sì, il cinema è anche arte, è un mezzo per capire qualcosa e scoprire qualcosa di più anche di noi. Scoprire dei pezzi di realtà, come il carcere di Bollate che è unico in Italia a proporre questo percorso e a dimostrare che serve a qualcosa. Vorrei che questo percorso fosse proposto in tutte le carceri italiane: serve per chi ha commesso un reato di violenza sessuale, serve alla società, al bene di tutta la società. Questi non sono reati che ti rubato il portafoglio, ma che influiscono sulla vita di una persona o di generazione con danni immensi. Ecco, vorrei che il mio film potesse servire a questo”.

UN ALTRO ME TRAILER from Lab 80 film on Vimeo.

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