Tiziano Ferrari porta a Bergamo “Donna di Porto Pim” di Tabucchi
Tiziano Ferrari, classe ’78, di formazione accademica al Piccolo di Milano all’epoca di Ronconi, dopo dodici anni di collaborazioni italiane e internazionali porta a Bergamo, al cineteatro di Colognola, lo spettacolo “Donna di Porto Pim”.
Tiziano Ferrari, classe ’78, di formazione accademica al Piccolo di Milano all’epoca di Ronconi, dopo dodici anni di collaborazioni italiane e internazionali porta a Bergamo l’8 aprile alle 20.45, al cineteatro di Colognola, lo spettacolo Donna di Porto Pim, una produzione Teatro Gioco Vita di Piacenza, regia di Fabrizio Montecchi. Ma a Bergamo continua a insegnare teatro e guida una compagnia amatoriale, il suo sogno è creare una compagnia stabile al Donizetti.
Donna di porto Pim è tratto dall’omonimo racconto di Antonio Tabucchi. Cosa l’ha spinta verso questo scrittore?
Cercavamo una storia da raccontare con il teatro d’ombre. Il protagonista, un baleniere, procede a ritroso nella narrazione della sua vita evocando personaggi, agiti da me, attraverso gli oggetti che prendono forma in ombra. Volevamo una storia da destinare a tout public, perché in Italia il teatro d’ombre viene di solito proposto ad un pubblico di ragazzi. È stato emozionante quando abbiamo debuttato nel 2013 a Lisbona ed è venuta a vederci la vedova Tabucchi: a fine spettacolo è arrivata in lacrime a ringraziare per l’omaggio al marito. Nella drammaturgia infatti ci sono due scritti, in apertura e in chiusura, in cui l’autore racconta la genesi della storia. Spiega di averla sentita da un cantante in una taverna, ma, dice, chi lo sa se è vera, o se è solo il frutto del vino che ho bevuto. Tabucchi ha viaggiato nelle Isole Azzorre, questo viaggio lo ha ispirato alla stesura di questi racconti e se ne è innamorato al punto che si è trasferito in Portogallo e lì si è sposato.

Siete stati a Parma, Piacenza, Ravenna, Francia, Portogallo, Svezia, e ora, dopo quattro anni di tourné, finalmente a Bergamo. Come mai così tardi?
E ci hanno pure chiesto di andare in Quebeq e in Argentina, ma per ora è complicato portare la scenografia. Per tornare alla domanda: è difficile proporre uno spettacolo fuori da un cartellone, bisogna affittare un teatro e scommettere sul pubblico. In questo caso è ancora più delicato perché è teatro d’ombre e di figura, poco conosciuto al pubblico adulto in Italia. Per me tuttavia è un onere nei confronti delle persone che mi seguono e mi chiedono: quando vieni a Bergamo? Beh, ora non hanno scusanti!
Come ha cominciato a fare teatro?
Al liceo sono stato trascinato a vedere un Pirandello e mi ricordo che zittivo i miei compagni per sentire meglio. Dopodiché mi sono iscritto a un corso di Teatro Prova ma prima di allora non avevo mai pensato di fare l’attore. Da studente universitario ho avuto la fortuna di recitare in Infinities, uno spettacolo sulla matematica in cui alcuni studenti del Politecnico recitano insieme ad attori del Piccolo, e ho conosciuto Ronconi, il quale sapeva che volevo candidarmi al provino. A ventiquattro anni sono entrato al primo colpo al Teatro Piccolo di Milano, purtroppo o per fortuna, sospendendo per tre anni i miei studi universitari per seguire questa insana passione.

Per fortuna lo posso capire, il Piccolo è forse la più prestigiosa scuola per attori in Italia, ma il purtroppo?
Perché sono stati tre anni impegnativi, al secondo anno ci odiavamo un po’ tutti.. Eri costretto a vivere a contatto con le stesse persone ogni ora di ogni giorno. Alla fine puoi uscire e.. riprendi a respirare.
Cosa è successo quando è salito per la prima volta sul palcoscenico?
Mi sentivo timido, goffo e pensavo a come risolvere il problema. Sul palco mi sono da subito sentito a mio agio e quando l’ho scoperto è stato il delirio perché non sono più riuscito a scendere. È pericoloso, ti ci puoi trovare bene. In quel momento tutto è sospeso, ti senti più luminoso e soprattutto devi essere reale, cosa che nella vita puoi permetterti di non fare. In un periodo in cui si parla di crisi e di problemi economici, il teatro è la strada che può aiutarti ad affrontare i problemi perché ha una parte motivazionale molto forte. Per questo molte persone vengono a fare i corsi all’Erbamil, dove insegno, persone con un lavoro che magari cancellano le loro attività pur di dedicarci tempo.

Dopo aver fatto la scuola quanto tempo le è servito per iniziare a guadagnarsi da vivere come attore professionista?
Subito.
Fortuna?
Non lo so, anche bravura spero. Mi sono diplomato a Luglio e il mio primo spettacolo è stato a Ottobre e nei dodici anni successivi non mi sono mai fermato. Il mio interesse per l’Odissea, spettacolo che ho prodotto con la compagnia amatoriale di Bergamo, Spazio Teatro, nasce dal fatto che mi trovo spesso a peregrinare come Ulisse, tornando a Itaca molto di rado. I temi del peregrinare, dell’essere condotto dagli dei.
“Essere condotto dagli dei”? Ce lo spieghi meglio…
Ulisse era realmente condotto dagli dei o era lui che voleva conoscere tutto quello che ha toccato e che lo ha spinto a ripartire? Gli dei sono una bella scusa per giustificarsi.
Ci sono dei temi centrali nella sua ricerca artistica?
Non particolarmente, se non quello che sta caro a me di volta in volta. Antonio Rezza dice che il teatro lo fai per te, non per gli altri. Se poi agli altri piace quello che fai, è tanto di guadagnato.

Lo vive come un mandato?
Sta diventando un intervista seria! Fondamentalmente è un gioco, ma serio, come lo potrebbe vivere un bambino, come la cosa più importante del mondo in quel momento. Deve poter giocosamente smuovere le coscienze, far tornare a casa con delle domande. È questo che mi piace del teatro: è, come diceva Gian Maria Volontè, un atto politico, come qualsiasi azione della vita presa seriamente. Fintanto che ci troverò questa importanza e questo lato giocoso non penso mollerò facilmente.
Non ha una compagnia fissa?
Non è una cosa che si può fare in Italia, il mio lavoro sta tutto nella flessibilità. Da sempre l’attore italiano lavora così. Però ho un sogno: visto che il Donizetti ha appena prodotto Ivan con la regia di Serena Sinigaglia, mi piacerebbe che un giorno si rispolverasse l’idea di creare una compagnia professionistica a Bergamo dato che il Donizetti non ha una compagnia di produzione. Era stato chiesto a Bosetti di crearla, ma la cosa si era arenata.
Perché dovremmo venire a vedere Donna di Porto Pim l’8 aprile?
Per ascoltare una bella storia. Così il teatro è nato, per questo motivo non morirà mai.



