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Il 60% della popolazione usa internet: a chi spetta l'educazione dei nativi digitali? - BergamoNews
Lo studio

Il 60% della popolazione usa internet: a chi spetta l’educazione dei nativi digitali?

Richard Angioli, classe 1987 e membro del Comitato Giovani Bergamoscienza, riporta i dati dell'AIGA attorno all'utilizzo di internet e dei social network da parte degli italiani e ci mostra una fotografia del quadro giuridico-normativo nel campo educativo dei nativi digitali

Secondo le statistiche AIGA (Associazione Italiana Giovani Avvocati) aggiornate al gennaio 2015, più di 36 milioni di italiani (il 60% della popolazione) navigano in internet e tra questi ben 28 milioni hanno un account social attivo, che utilizzano per circa 2 ore e mezza al giorno. Bisogna però essere consapevoli che i nostri devices tecnologici, potenti come una Ferrari di cui non abbiamo dovuto prendere la patente, sono la porta verso un mondo parallelo eppure concreto che richiede di essere informati sulle sue regole. E’ quindi necessario postare con la testa, dato che tutto ciò che viene caricato sul web non può essere rimosso per la presenza di siti che replicano e vendono informazioni personali di diverso tipo, i quali, sommati ai likes degli amici (e magari della nonna), portano ad un’overreaction, un’amplificazione incontrollabile che cancella la sfera privata. In questa situazione il compito di istruire i figli nativi digitali ad un corretto uso di questi mezzi sempre più pervasivi resta per i genitori un imperativo morale e religioso oppure è sancito dalla legge?

Il quesito trova risposta sia nella Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia che tutela, tra le varie cose, il diritto alla sopravvivenza, allo sviluppo e all’ascolto dei figli, sia nell’articolo 30 della Costituzione e negli articoli 147 e 315-bis del codice civile, che stabiliscono il dovere inderogabile di educare ed assistere moralmente i figli. In più, nel 2013 la riforma del diritto di famiglia, tramite il decreto legislativo 154, ha comportato l’archiviazione del concetto di potestà dei genitori, sostituendolo con quello di responsabilità genitoriale, valido sia per figli avuti in contrazione che al di fuori del matrimonio, per rimettere al centro l’accompagnamento del minore verso la maggiore età: nell’ottica di uno sviluppo integrale, educazione e controllo non possono sussistere senza autonomia!

Sulla base dell’articolo 2048 permane però per i genitori la presunzione di responsabilità, cioè sono tenuti a rispondere in sede civile di “culpa in educando” e “culpa in vigilando”, vale a dire: devono dimostrare di avere insegnato al figlio a discernere il valore dal disvalore sociale (alias il male) ed a trattenere le pulsioni. Altrimenti i genitori, come disposto dall’articolo 2043, in quanto corresponsabili sono tenuti a versare un risarcimento per danni materiali e morali cagionati dal figlio, quantificabili a discrezione del giudice, e possono addirittura incorrere in provvedimenti limitativi o ablativi della loro responsabilità da parte del Tribunale dei Minori in caso di grave omissione. In questo contesto, come i genitori tirano fuori il portafoglio qualora il figlio concorra ad un sinistro stradale, non si capisce perché debbano tirarsi indietro di fronte ai danni del cyberbullismo (di cui è vittima già il 22% dei bambini di 5-6 anni di età stando alle stime di Telefono Azzurro), per i quali oltretutto la parte lesa ha una prova documentale, come può essere l’acquisizione di ingiurie e diffamazioni arrecate sui social networks, punibili in base agli articoli 594 e 595 del codice penale.

Di conseguenza, si evince come lo smartphone non sia né un piccolo diario dei segreti (è lecito, se non doveroso, che il genitore legga perfino i messaggi che il figlio scrive agli amici senza per questo incorrere nel reato di violazione della privacy), né vada considerato alla stregua di una baby sitter, poiché ciò porterebbe ad un’assenza di filtri che può essere deleteria. Basti pensare che videogames violenti, accessibili online, possono avere un forte impatto negativo soprattutto sui più piccoli: ad ogni modo su questo fronte le etichette del sistema di classificazione in base all’età PEGI mettono in guardia i genitori su contenuti dannosi ed inadatti e li supportano nel prendere decisioni informate.

Al contrario, il crinale tra scherzo e fatto dalla portata criminosa è meno sottile di quanto pensino i ragazzi, ignari delle potenziali ripercussioni delle loro gesta a livello individuale e familiare. A sostegno di quanto detto, si assiste per esempio ad un incremento dei casi in cui minorenni diffondono sulla rete immagini e video intimi di compagni in bagno a scuola, infrangendo così l’articolo 615-bis: le interferenze illecite nella vita privata sono punibili con la reclusione da 6 mesi a 4 anni!

Tuttavia, il sistema penale minorile italiano ruota attorno al concetto di imputabilità: nella fattispecie, gli articoli 97 e 98 sanciscono che l’autore del reato possa essere ritenuto responsabile soltanto a partire dalla fascia d’età tra i 14 e i 18 anni, qualora il giudice accerti che al momento del fatto aveva la capacità di intendere e di volere.

Da parte sua, ai sensi del già citato articolo 2048, la scuola ha un obbligo di mera vigilanza e segnalazione ai genitori già dalle prime violazioni delle norme di comportamento. Inoltre esiste un Piano Nazionale per la Scuola digitale che stanzia soldi per la formazione degli insegnanti, i quali si appoggiano anche ad interventi di sensibilizzazione della polizia postale. Nonostante ciò le cifre che lo stato, ormai privo di un’impalcatura etico-morale, destina alla prevenzione ed al contrasto del cyberbullismo sono irrisorie e il testo del disegno di legge in materia deve ancora essere approvato in via definitiva alla Camera.

In questa cornice bisogna fare di necessità virtù e ripartire dalla crescita reciproca in famiglia, puntando sulla responsabilizzazione piuttosto che sul deterrente della pena. Il termometro degli avvocati di AIGA, che al momento collaborano con 4 scuole nella bergamasca portando agli studenti anche dei decreti di citazione in giudizio per far toccare con mano che certi fatti accadono nella vita di tutti i giorni (192 i minorenni denunciati in provincia), ha registrato un grande curiosità e disponibilità nei ragazzi. Su questo terreno fertile i genitori sono chiamati ad attivarsi e, sulla base della legislazione vigente, ricondividere un’idea di legalità, mai scontata, partendo dai piccoli gesti quotidiani, anche quelli che sembrano una sciocchezza (per esempio, non parcheggiare sul marciapiede e non scaricare musica violando i diritti d’autore): questo è tutto ciò che viene richiesto per legge in quanto genitori, a prescindere dal risultato finale e dalle questioni ancora aperte.

Si è trattato di questi argomenti grazie a BergamoScienza grazie all’evento tenutosi martedì 7 marzo da Loredana Poli, assessore all’istruzione e allo sport del comune di Bergamo, e Marta Savona e Omar Hegazi, rispettivamente presidente e membro del direttivo della sezione di Bergamo dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati (AIGA); e venerdì 14 aprile se ne parlerà nuovamente all’interno dell’evento “Le nuove educazioni/ Parte II” al BergamoScience Center.

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