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Grande Guerra, Pillola 117: Caporetto, la sconfitta e la disfatta fotogallery

È uno degli episodi più noti e chiacchierati della Prima guerra mondiale sul fronte italiano: a Caporetto in pochi giorni l'esercito arrivò quasi al collasso dopo due aver combattuto valorosamente per due anni.

Uno degli episodi della prima guerra mondiale sul fronte italo-austriaco su cui si sono spese più pagine è certamente la sconfitta di Caporetto: eppure, nonostante l’enorme massa di materiali, testimonianze e riflessioni sulla grande battaglia dell’ottobre 1917, permane, tra la gente comune e, talvolta, perfino tra gli esperti di storia militare, una certa confusione circa gli avvenimenti che portarono, in pochi giorni, al quasi collasso di un esercito che, pure, aveva combattuto valorosamente per più di due anni, senza cedere un passo e, anzi, conquistando terreno all’avversario.

Com’è possibile, dunque, che la 2a armata del generale Capello, una grande unità che, soltanto qualche settimana prima, era stata sul punto di infliggere una sconfitta strategica al Leone dell’Isonzo, Boroevič, si sia sfaldata in brevissimo tempo, sotto i colpi di un attacco che non solo non era imprevisto, ma di cui si conoscevano perfino giorno ed ora?

A questa domanda, nel corso dei decenni, sono state date numerose risposte, talvolta assai diverse tra loro, a seconda delle finalità di chi le forniva: difesa ad oltranza del proprio operato, intenti politici, semplice scaricabarile, interesse scientifico, manipolazione della storia, protezione dell’onore militare e così via. In molte di queste risposte, ovviamente, risiedeva, in varie percentuali, una parte di verità, tuttavia, questa massa di informazioni e di valutazioni, sovente contrastanti, ha contribuito ad avvolgere Caporetto con una nebbia addirittura più densa di quella che protesse l’avanzata delle truppe d’assalto austro-tedesche, la mattina del 24 ottobre 1917.

Forse, questo dipese dal fatto che noi Italiani abbiamo un talento particolare nel dire male di noi stessi, oppure dai moltissimi interessi che stavano dietro ad una vulgata dura a morire: fatto sta che una sconfitta del tutto spiegabile, comprensibile e, in qualche misura, giustificabile, si trasformò, nella narrazione storica, in una catastrofe senza precedenti, rapidamente riscattata da un miracolo altrettanto straordinario, quello del Piave. Invece, Caporetto non fu altro che un’offensiva, che certamente ottenne un successo superiore alle aspettative, come ve ne furono molte altre, su tutti i fronti, nel corso della guerra: eppure, solo Caporetto è Caporetto.

Cercheremo, quindi, in queste brevi note, di ricostruire le cause principali di questo rovescio dell’esercito italiano, di spiegare per quale motivo la difesa non resse, perché la ritirata si trasformò in rotta e come si organizzò la resistenza, nella battaglia d’arresto del novembre-dicembre 1917. Senza dimenticare che, durante la ritirata di Caporetto, migliaia e migliaia di soldati italiani caddero combattendo valorosamente, per rallentare l’avanzata delle divisioni austro-tedesche: che non tutti scapparono, non tutti gettarono il fucile.

Perché, oltre a ricordare, com’è giusto, i fucilati, i disertori giustiziati sommariamente, bisogna ancor più ricordare i sacrificati, morti combattendo per salvare il salvabile dell’esercito che si ritirava precipitosamente verso sud, e che nessuno mai ricorda, proprio a causa della leggenda di Caporetto, che ha finito per prevalere sulla verità storica, fino ad eclissarla. Tornando alle cause della sconfitta italiana, in un precedente paragrafo di questo lavoro, si è parlato dell’uscita di scena della Russia, dopo l’offensiva Kerenskij, del luglio 1917, che permise agli imperi centrali di distogliere ingenti forze dal fronte orientale, per dirottarle sugli altri due fronti: una delle origini della poderosa offensiva sull’Isonzo deriva proprio da questo avvenimento, che permise alla Germania di fornire al più debole alleato quelle risorse che, prima, erano immobilizzate contro l’armata zarista.

L’Isonzoarmee stava passando un brutto momento: dopo l’undicesima battaglia dell’Isonzo, Boroevič aveva compreso che un’altra spallata italiana sarebbe stata fatale per i suoi uomini, ridotti allo stremo, ed aveva spesso insistito per ottenere considerevoli rinforzi e potersi togliere dalla posizione in cui si trovava, ossia, praticamente, con le spalle al muro. Fino a quel momento, da Vienna e da Baden erano arrivati soltanto rinforzi col contagocce, ma la mutata situazione ad est permise di pianificare qualcosa di più di una semplice controffensiva tattica: l’arrivo al fronte delle divisioni germaniche apriva nuovi scenari e nuove prospettive strategiche.

Cominciò a delinearsi l’operazione Waffentreue (Fedeltà d’Armi), il cui ambizioso obiettivo era ricacciare il regio esercito sulle sue posizioni di partenza del 1915: con questo ristabilimento drastico della linea del fronte, i comandi austro-tedeschi ritenevano che le armate italiane, logore e stanche, dopo più di due anni di scontri sanguinosi senza costrutto alcuno, sarebbero crollate psicologicamente, e l’Italia avrebbe chiesto la pace separata, sull’onda del malcontento popolare.

Si trattava di un duplice errore di valutazione: per difetto, perché l’offensiva ottenne un successo ben più clamoroso, e per eccesso, perchè l’Italia, lungi dal disarmare, uscì da Caporetto con nuove energie, tanto psicologiche quanto militari.

In un certo senso, la storia di Caporetto è una storia di errori di valutazione, da una parte e dall’altra. Oltre, naturalmente, agli errori successivi, che riguardano la storiografia e non l’arte militare. La dodicesima battaglia dell’Isonzo, come è definita Caporetto da parte austro-tedesca, venne minuziosamente preparata: le truppe vennero fatte affluire nella conca di Tolmino e in quella di Plezzo attraverso vie d’accesso spesso malagevoli, in gran segreto, e vennero accumulati enormi quantitativi di munizioni e di riserve, per la colossale massa d’urto rappresentata dalla 14a armata austro-tedesca, con i suoi 353.000 uomini e i suoi più di 3.500 pezzi d’artiglieria.

Comandante della 14a armata era il tedesco Otto Von Below, un generale capace e già ben sperimentato sui vari fronti, che garantiva un comando all’altezza della situazione. L’armata era articolata secondo i vari settori d’attacco: dal Rombon, nella conca di Plezzo, fino al Monte Nero, era schierato il gruppo austroungarico Krauss (questi speciali corpi d’armata erano stati denominati in base al nome del proprio comandante in capo); dal Monte Nero a Mengore, il gruppo Stein (III CdA Bavarese); da Mengore a Most na Soči (Santa Lucia) il gruppo Berrer (LI CdA germanico); da Most na Soči a Log, il gruppo Scotti (XV CdA austroungarico); a queste grandi unità, vanno aggiunte le 3 divisioni della riserva d’armata e le 2 divisioni che si sono aggiunte successivamente allo schieramento.

Al fianco della possente 14a armata mista, era schierata anche la 2a armata austroungarica (in realtà, un CdA), più nota come gruppo Kosak, dal cognome del suo comandante, che si trovava da Gorenij Log a Črni Kal: essa comprendeva soltanto 3 divisioni più le aliquote di servizio, ma metteva in campo comunque la non disprezzabile forza di ulteriori 30.000 uomini e più di 400 pezzi di artiglieria.

Dall’altra parte, come è noto, era schierata la 2a armata italiana, comandata dal generale Capello: una poderosa unità che schierava in prima linea ben 6 CdA: il IV (Cavaciocchi), dal Rombon a Dolje; il XXVII (Badoglio), da Dolje a Breg; il XXIV (Caviglia), da Breg allo Zgorevnice; il II (Albricci), da Zgorevnice alla Sella di Dol; il VI (Lombardi), dalla Sella di Dol a Gorizia; l’VIII (Grazioli), da Gorizia al Vipacco. Inoltre, in seconda linea, ne erano schierati altri 3: il VII (Bongiovanni), tra il Matajur e il Globočak; il XIV (Sagramoso), tra lo Judrio e l’Isonzo; il XXVIII (Saporiti), a nord di Cormons. In totale, quasi 700.000 uomini, con 2.500 pezzi d’artiglieria.

Insomma, alla vigilia della grande battaglia, se in termini di artiglieria gli attaccanti godevano di un certo vantaggio, in termini di uomini essi erano decisamente in inferiorità numerica.

Tuttavia, le sorti dello scontro non furono decise, come vedremo, né dai cannoni né dal numero di battaglioni messi in campo, ma da altri fattori, come la sottovalutazione dell’avversario, le nuove tecniche d’infiltrazione, gli errori tattici di qualche comandante, lo stato d’animo delle truppe ed il loro schieramento.

La 2a armata italiana aveva effettuato 11 offensive: era un’unità costruita per attaccare e non per difendersi: perciò, anche nelle fasi difensive, aveva sempre mantenuto una propensione dinamica verso l’avanzata e non possedeva né difese elastiche in profondità né la mentalità difensiva vera e propria. In altre parole, essa era come un pugile che stesse vincendo e che, anche chiudendosi nella propria guardia, si preparasse a riprendere a tempestare il proprio avversario, con tutto il peso sbilanciato in avanti: fu come se, in quel preciso momento, il suo avversario, che sembrava chiuso alle corde, gli avesse sferrato un uppercut formidabile, proprio alla punta del mento.

E, esattamente come un pugile colto in contropiede, la 2a armata crollò rovinosamente al tappeto.

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