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Giovani & cyberbullismo: “Noi ragazzi non sappiamo più stare soli?”

Guido Sacerdote, classe 2000, è rimasto colpito dall'incontro tenutosi venerdì 24 marzo presso l'Istituto Vittorio Emanuele di Bergamo sul cyberbullismo e specialmente dalla riflessione sulla solitudine nei giovani: ecco il suo pensiero

Venerdì 24 marzo, mentre il 98% del popolo italico era sintonizzato su Rai 1 per seguire Italia-Albania, scontro valevole per la qualificazione ai Mondiali in Russia, nell’aula magna dell’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II si svolgeva un meeting per genitori, tenuto dal professore universitario Mauro Cadei, sul tema del bullismo online, piaga che ormai da anni colpisce i giovani di ogni età in tutto il mondo (LEGGI QUI)

Durante questo incontro sono stati affrontati argomenti pesanti e molto dolorosi e temi come la debolezza adolescenziale, l’omertà, la violenza, fisica che psicologica, il suicidio e la solitudine che sono stati smontati, analizzati pezzo per pezzo e ricomposti, mostrando infine anche come sia possibile uscire da questa dimensione infernale fatta di dati e di stringhe di codici chiamata “cyberbullismo”. Di tutti gli argomenti trattati in questa piovosa sera marzolina quello che mi ha colpito di più e che mi ha portato a lunghe riflessioni è senz’altro la “solitudine” e di come la nostra generazione si stia lentamente dimenticando di come fare a stare soli, preferendo essere inondati h24 da decine di messaggi di amici piuttosto che ritagliarsi un momento per stare con sé stessi e per riflettere in silenzio.

Nel 2017 purtroppo sempre più persone (compreso chi sta scrivendo questo articolo) si impegnano a curare in ogni minimo dettaglio il loro lato social, per far vedere alle altre persone quanto bella e divertente sia la loro vita, nascondendo così una propria insicurezza di fondo sotto strati e strati di filtri e di frasi poetiche, cercando in ogni modo l’approvazione altrui e la miserrima consolazione del “like”.

“Dimentica la tua identità, è più autentica la tua replica
Non hai un account: è un handicap
Conta la presenza scenica
A metà tra carne e pixel, l’opera più triste della genetica!”

cantava Nitro, rapper vicentino, in “oracolo di Selfie” già nel lontano 2013.

Sì perché paradossalmente il nostro è un mondo in cui tutto è fantastico ma nessuno è felice, dove siamo pieni di contatti ma non riusciamo a toccarci.
Oggi tutti sappiamo tutto di tutti, ma non sappiamo quasi nulla di noi stessi; tutti nelle nostre foto di profilo ridiamo e siamo felici ma nella vita spesso siamo tristi e insicuri e infine, purtroppo, tutti (ma davvero tutti) preferiamo immortalare un momento piuttosto che godercelo, per poi rimpiangere questa scelta e provare a tamponare l’errore commesso postando quello scatto con la didascalia “Come si stava bene!!!”

Forse aveva ragione Pascal quando diceva che: “Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non sapere starsene da soli, in una camera.”

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