La psicologa

“Autostima e sicurezza: così aiuto le mie pazienti a vincere l’anoressia”

Lucia Cappelluzzo, in seguito alle lettere di Anna e Ginevra pubblicate su BGY sulla loro lotta contro l'anoressia, ha intervistato la dottoressa Emi Bondi, direttrice dell'Unità di Psichiatria dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo

BGY- il giornale fatto dai giovani per i giovani di Bergamonews è ormai online da due mesi. Uno degli obiettivi che da subito si è prefissato è stato quello di offrire ai ragazzi una sorta di bacheca aperta dove potessero raccontare delle proprie esperienze di vita e, perché no, aprirsi al web come se BGY fosse un piccolo diario privato. Due ragazze, Anna (LEGGI QUI) e Ginevra (LEGGI QUI), hanno subito colto e approfittato di questa opportunità offerta da BGY raccontando la loro lotta contro la “melma sucida” – per usare delle parole di Ginevra – dell’anoressia.

Lettere molto forti, di grande impatto ed importanza che ci hanno fatto riflettere su quanto bisogno ci sia di parlare dei disturbi alimentari tra i giovani – specialmente tra ragazze – e ho voluto parlare non con il solito opinionista che spesso i media ci propongono come “grandi esperti in materia”, ma con una vera professionista in questo campo, la dottoressa Emi Bondi, direttrice dell’Unità di Psichiatria dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e membro della Società dei disturbi del comportamento alimentare.

Prima di tutto, dottoressa, trattiamo le definizioni e le differenze tra anoressia e bulimia da un punto di vista medico.

“Noi molto spesso parliamo generalmente di anoressia, ma i disturbi alimentari, spesso, sono più di un disturbo: anoressia, bulimia, Binge eating disorder e disturbo dell’alimentazione compulsiva. I confini tra anoressia e bulimia sono estremamente instabili, nel senso che spesso le pazienti passano dall’anoressia alla bulimia e viceversa.

L’anoressia è una restrizione di tipo alimentare. La paziente anoressica è una paziente che non introduce il cibo, che non mangia e quindi che perde peso, anche in maniera drammatica. Per diagnosticare l’anoressia bisogna che la paziente sia sotto il 10% rispetto al suo peso corporeo, fattore che comporta anche l’assenza di ciclo mestruale. Può essere di varie tipologie: anoressia restricter, in cui il dimagrimento è ottenuto mediante la sola restrizione alimentare o la restrizione alimentare con l’iper attività fisica, oppure l’anoressia con bulimia, in cui la perdita di peso è ottenuta sia mediante la restrizione alimentare sia vomitando quel poco che si mangia.

Nell’anoressia c’è il ‘non-mangio’, o ‘consumo tanto muovendomi’, nella bulimia, invece, cerco di eliminare quello che ho mangiato tramite il vomito, uso di lassativi o l’uso di diuretici. La bulimica ha dei periodi in cui alterna dieta a periodi di perdita di controllo in cui ingerisce grandi quantitativi di cibo – le cosiddette abbuffate -. La bulimia, perciò, è caratterizzata dalla perdita di controllo sull’alimentazione, dall’ingerire grossi quantitativi di cibo in tempi molto rapidi e da grandi sensi di colpa in seguito alle “abbuffate”, che portano la paziente a vomitare per recuperare peso. La bulimica è comunque un’anoressica: è un’anoressica che ha perso il controllo dell’alimentazione”.

Parliamo un po’ di dati.

Sono i disturbi più gravi per le donne, nel senso che sono la prima causa di morte per le ragazze fra i 15 e i 25 anni. Il 40% delle ragazze in quella fascia hanno un disturbo alimentare: una volta sono stata chiamata da una scuola magistrale per intervenire in una classe in cui, su 20 studentesse, 18 erano a dieta e due erano anoressiche gravi. Nelle forme estreme sono una patologia in netto aumento: l’anoressia e la bulimia nervosa sono sempre esiste – il termine stesso di bulimia nervosa è un termine che deriva dal greco e ci sono anche degli esempi di personaggi famosi e storici che hanno sofferto di queste patologie, da Santa Caterina da Siena alla principessa Sissi d’Austria – quello che però è successo dopo gli anni ’60-70 è stato questo aumento esponenziale che ha lasciato anche disorientati gli stessi medici psichiatrici: quando io ho iniziato la specializzazione, l’anoressia e la bulimia erano citati come casi rari, sporadici. Dieci anni dopo siamo arrivati ad avere una lista di attesa per pazienti affette da queste malattie. Quindi diciamo che c’è un enorme aumento esponenziale dei casi, non tanto della malattia.

L’anoressia è una patologia prettamente femminile, nel senso che per l’anoressia nervosa il rapporto è 4 a 1: 4 ragazze per un ragazzo. Mentre sulla bulimia stanno aumentando i maschi e il rapporto non è così netto. Gli esordi sono sempre più precoci: se prima gli esordi erano tra i 15 e i 20 anni, adesso abbiamo esordi fra i 10 e i 15 anni, quindi l’età si sta fortemente abbassando. Ci si entra spesso e volentieri perché c’è l’amica che si mette a dieta, perché c’è il commento sgradevole a scuola, per una delusione d’amore, dopo commenti cattivi mentre facevano ginnastica. Sono cause anche molto banali, ma che fanno da trampolino di partenza per un percorso estremamente doloroso, lungo e difficile. Perché a tutt’oggi, anche se le persone vengono prese in tempo e vengono seguite nella maniera adeguata, è una delle malattie che tende più di tutte a cronicizzarci: quasi il 60% delle anoressiche non guarisce del tutto. Se si riesce a prendere la malattia nei primi 5/6 mesi, invece di arrivare al 60% di cronicizzazione, si può arrivare al 30%.”

Ha sottolineato che i casi siano esponenzialmente aumentati. Dove si possono rintracciare le cause?

“Di certo in fattori culturali che sono legati al ruolo della donna e all’immagine della donna stessa, perché sostanzialmente alla base dell’anoressia e della bulimia c’è una difficoltà all’identità di sé, una bassa autostima, il non piacersi, il non accettarsi, il non amarsi che viene da tante cose: può venire da traumi avuti, da famiglie particolarmente esigenti, dal trovarsi in ambienti competitivi in cui c’è questa difficoltà a trovare la propria identità e a trovare la fiducia in sé stessi. Non è un caso che in certe categorie professionali in cui la donna è sottoposta ad una grossa competizione o ad una richiesta di grosse performance vi sono numerosi casi: le scuole di danza, gli ambiti delle modelle – dove è effettivamente richiesto di essere anoressiche, non semplicemente magre, ed è una vergogna che alle donne venga chiesto di ammalarsi per poter lavorare – ma anche negli ambienti della finanza, dell’università e delle aziende- i casi aumentano tra le donne laureate e le donne dirigenti-. Perché nel controllo del cibo la donna in realtà cerca un controllo su sé stessa, è come se cercasse di dimostrare che ce la può fare prendendo sicurezza dal fatto che riesce a non mangiare e che riesce a perdere il peso; una sorta di affermazione della propria volontà mediante la mortificazione fisica. Non è un caso che vi sia un aumento dei casi nei paesi islamici, dove al contrario vi è una predilezione per le forme abbondanti, ma molte ragazze vedono nell’anoressia una forma di protesta per andare oltre le imposizioni di un determinato schema. Per gli uomini c’è meno pressione culturale, però anche questo sta cambiando, perché anche loro iniziano ad essere molto più attenti all’aspetto fisico e infatti stanno aumentando i casi di bulimia tra i maschi perché loro tendono di più a perdere il controllo e poi magari a vomitare o a fare molta attività fisica. Stanno aumentando i maschi che vanno in palestra e i fanatici dei muscoli, perché grazie all’aspetto esteriore, assumono sicurezza interiore.”

Indubbiamente il fattore sociale che mette nell’immagine di donna magra l’ideale di bellezza non aiuta di certo una persona che sta cercando sicurezza in sé stessa, che è fragile, che cerca un modello a cui identificarsi. Le ragazze guardano le modelle in passerella e decidono di mettersi a dieta, perché quando perdi peso hai tutta la gratificazione da parte di tutti o sei gratificata del fatto che puoi metterti le taglie che ci sono nei negozi. Cosa si dice adesso per fare un complimento? ‘Ma come sei dimagrita!’. Mai che qualcuno ti dica ‘Come stai bene con qualche chilo in più!’. Siamo di fronte ad un grandissimo paradosso: la nostra è l’unica epoca in cui abbiamo un esubero di cibo, tanto da avere il problema della iper alimentazione – problema dell’obesità e di tutte le malattie ad essa connesse – ma abbiamo creato una cultura in cui esaltiamo il magro. Così il disagio, la ricerca di affermazione, l’insicurezza trovano nel mettersi a dieta una realizzazione. Il 99% delle donne sono a dieta o pensano di essere a dieta, ma se tu trovi una persona che fa la dieta e già di per sé è vulnerabile, fragile o anche predisposta geneticamente – abbiamo visto che c’è anche una certa familiarità perché andando ad indagare nelle famiglie delle pazienti è facile scoprire che la mamma o la nonna avevano un rapporto non sereno con il cibo – questo disturbo diventa malattia nervosa. Ed essendo maggiori le donne che si mettono a dieta, è anche aumentata la percentuale di donne che si ammalano gravemente”.

Qual è la terapia migliore per combattere, per quanto sia possibile, questi disturbi?

“Purtroppo non c’è un farmaco che cura l’anoressia e la bulimia. È un percorso complesso soprattutto di tipo psicoterapeutico per cercare di capire quali sono le ragioni profonde di questa insicurezza e per cercare di lavorare sulla ricostruzione della fiducia in sé stessi e anche spostare l’attenzione da ‘sto bene perché sono magra’ a ‘sto bene veramente, perché ho più fiducia in me stessa, perché mi relaziono meglio con gli altri, perché do il giusto peso a quello che devo fare, perché riesco ad organizzarmi, perché mi faccio degli obiettivi che sono adattati a me e non sono quelli che vogliono gli altri su di me.’ L’anoressia nervosa è come una piramide: quello che noi vediamo, il disturbo alimentare, è solo la punta, ma l’importante è vedere quello che c’è sotto, la bassa autostima, l’insicurezza. Si tratta di un percorso anche di tipo medico, basato sul controllo del fisico perché è essenziale che i pazienti riprendano a mangiare ed esiste una terapia di tipo nutrizionale per riprendere un’alimentazione corretta. Vi è anche un percorso di psicoterapia prevalentemente di tipo cognitivo – comportamentale, con anche terapie familiari. Sono malattie che richiedono un approccio multidisciplinare perché ci deve essere lo psichiatra, lo psicologo, ma anche l’internista e il dietologo, quindi un equipe che lavora su questi casi. Purtroppo non ci sono tanti centri specifici, tanto è vero che uno dei progetti era quello di un Centro per l’anoressia nervosa a San Giovanni Bianco. Le cliniche buone sono tre o quattro in Italia, ma non prendono i casi veramente gravi, che così rischiano di finire in psichiatria, ma che non è il loro ambiente, per quanto sia una malattia psichiatrica, ma ha bisogno di un’altra tipologia d’ambiente.

È un trattamento lungo, non passa in tre minuti, ed è importante iniziare da subito la cura: perché la guarigione è inversamente proporzionale agli anni di malattia; più sei stata malata, più hai difficoltà ad uscire da quella malattia. Bisogna partire dalle scuole per creare un discorso educativo che fondi le sue basi sulla fiducia in sé stessi e l’accettazione del proprio aspetto”.

Lei è mamma e dottoressa. C’è un messaggio che vuole comunicare alle ragazze/ragazzi che leggeranno la Sua intervista?

“Io vengo da una generazione in cui facevamo il femminismo per ottenere il lavoro e avere la parità. Ai tempi si diceva ‘Il corpo è mio, il corpo è mio’, ma, ragazze, lo è anche ora! E non dovete modificare il vostro corpo per sembrare un ragazzo asessuato di 18 anni se siete una donna – con tutte le forme che comporta esserlo -. Siamo andati verso un modello di bellezza femminile che è diventato asessuato, androgino, un modello praticamente maschile, in cui gli stilisti vestono un ragazzo, non una donna, perché abbiamo creato una società in cui non esiste più la distinzione tra femminile e maschile.

Il grosso nemico delle donne è sempre stato l’autostima, non avere consapevolezza di tutte le cose che possiamo e facciamo quotidianamente, ma come donne possiamo, abbiamo una marcia in più, ma ci dobbiamo credere! Siate fiere e orgogliose della vostra femminilità e del vostro corpo: siate anche fisicamente quello che siete, senza dovervi adeguare creando, così, un’altra forma di schiavitù che le donne devono combattere. ‘Oltre alle gambe, oltre alla pancia c’è di più!’

A volte ci sono delle ragazze che hanno dei compagni che le ossessionano sull’aspetto fisico perché in molti usano la donna come oggetto da ostentare e vogliono che sia all’altezza dei canoni accettati socialmente. Io quello che vi voglio dire, ragazze, siate orgogliose di voi e se un uomo non apprezza quello che siete dentro, non vi deve fregare.”

“E se lui ti pesa, pesalo tu!”

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