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Alessandro Zaccuri: "Diventare padre, un'occasione di bontà: lo scrivo nel mio libro" - BergamoNews

Libri

L'intervista

Alessandro Zaccuri: “Diventare padre, un’occasione di bontà: lo scrivo nel mio libro”

Il libro è tra i cinque finalisti del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. Adriana Lorenzi incontrerà Alessandro Zaccuri giovedì 30 marzo

“In questo libro racconto la nascita di un padre. Importante non è che un uomo sia buono prima di diventare padre, ma che la paternità sia per tutti, anche per la persona meno gradevole e meno portata, un’occasione di bontà”. Così Alessandro Zaccuri racchiude il senso del suo ultimo libro intitolato “Lo spregio”.

Alessandro Zaccuri nasce a La Spezia nel 1963 e vive a Milano. È scrittore e giornalista per la testata Avvenire. Tra i suoi libri più letti: “Il signor figlio”, “Francesco. Il cristianesimo semplice di Papa Bergoglio” e “Infinita notte”.

Lo Spregio è la storia del figlio del Moro e dei traffici illeciti che si nascondono dietro la tranquilla gestione familiare della Trattoria dell’Angelo. Il posto ideale per fermarsi a mangiare un boccone, di ritorno da una gita sul lago di Como o prima di attraversare il confine con la Svizzera. Il Moro è uno che parla poco, troppo poco, in particolare con il figlio. E il lato oscuro del padre, Angelo, si trova a scoprirlo da solo. Ad aprirgli gli occhi sono i verdetti sprezzanti dei compagni di scuola, le cui conferme sono presto evidenti. Basta imparare a leggere le movenze di alcuni clienti, la loro eccessiva riverenza nei confronti del titolare. E anche intorno al capanno sul retro, se ci si apposta di notte, si può assistere a strani andirivieni.

Ma già nei primi anni dell’adolescenza, sotto l’occhio consapevole e da sempre impotente della madre Giustina, Angelo inizia a costruirsi il suo giro, ad attingere dalla cassa della trattoria e a godersi quei soldi guadagnati con il potere dei traffici loschi. Ma, a differenza del padre, lui non si accontenta di far gravitare il tutto intorno all’attività di famiglia. E quando in zona si stabilisce la famiglia di Don Ciccio, malavitoso spedito in soggiorno obbligato dal Sud Italia, Angelo si trova a fare i conti con Salvo, l’affascinante e modaiolo ultimogenito del boss. A quel punto la mossa più astuta non può che essere stringere con lui un’alleanza fraterna. Ma come si sa, certi legami, oltre ad alimentare adrenalina e goliardia, riaccendono scintille di insicurezza e competizione. Da lì allo spregio il passo è breve. E sembra impossibile immaginare cosa possa scatenare un piccolo fuoco interiore.

Il libro è tra i cinque finalisti del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. Adriana Lorenzi incontrerà Alessandro Zaccuri giovedì 30 marzo alle 18 alla Biblioteca Tiraboschi.

Lo Spregio è il quinto ed ultimo del ciclo di incontri di presentazione dei libri finalisti del Premio: Bergamonews ha intervistato in anteprima lo scrittore.

Un elemento che caratterizza questo libro è la semplicità, pochi personaggi, una trama abbastanza lineare…
In precedenza ho scritto storie un po’ più complesse, dedicandomi allo stesso tema: il rapporto tra i padri e i figli. Questo libro arriva un po’ a fine percorso. Volevo scrivere una storia che andasse dall’inizio alla fine, dove ci fosse un piccolo gruppo di personaggi riconoscibili e che potesse arrivare al lettore in maniera diretta. L’idea era che fosse una vicenda di quelle che possono capitare o che ci capitano sotto gli occhi.

Come nasce questa storia? Per chiudere un tema diceva…
Che lo chiudesse me ne sono accorto alla fine, quando era già pubblicato e ho cominciato a parlarne nelle interviste o alle presentazioni. Mi sempre sono interrogato sul rapporto padri e figli da due punti di vista. Uno per i sentimenti maschili. Anche gli uomini hanno sentimenti, ma non sono solitamente educati a fare i conti con i propri sentimenti, almeno non lo sono i personaggi della generazione che ho raccontato. Anche se non se ne parla, i sentimenti hanno una funzione importante nella vita e scavano dal di dentro, possono anche consumare dal di dentro. Io volevo che questo tema fosse moto evidente. Il secondo aspetto, che penso di aver capito alla fine e che può essere un po’ il significato del libro è che: tutti noi abbiamo desiderio di incontrare un padre buono e che ci voglia bene oppure possiamo avere il desiderio di essere noi quel padre. E a volte restiamo delusi se non è così.
La paternità è un’occasione di bontà. Ed è sempre anche un rischio, soprattutto per un uomo come il Moro che ha fino a questo momento pianificato la sua vita. Non ha mai sbagliato un colpo e si è sempre protetto nei confronti dell’esterno. Quando apre la porta della sua casa, della sua interiorità a questo bambino, corre un rischio, ed è un rischio che poi, Angelo, anche se è un figlio trovatello, gli farà correre fino in fondo.

In che senso questa storia chiude per lei un percorso?
Il come si fa ad essere un padre buono e perché non tutti i padri riescono ad essere buoni, è un tema su cui rifletto da tempo. Ho scritto altri tre romanzi su questo tema. Per un certo periodo ho cercato di analizzare il tema mettendo insieme più vicende, cercando punti di vista diversi. Alla fine però mi sono ritrovato questa storia, che mi ha aiutato a ragionare in maniera più semplice anche affrontando le parti più sgradevoli e più drammatiche. E credo di essere arrivato ad una risposta.

Sembra che Angelo nel rapporto col padre passi dalla fascinazione alla competizione…
È esattamente questo che succede. Essendo un padre e un figlio, ovvero muovendosi sempre nella mentalità maschile, è difficile che ci si confronti sul sentimento, si mette sempre qualcosa in mezzo. È un modo di spostare sulle cose quello che si prova e, anche, per non affrontarlo direttamente. Angelo all’inizio ha un’ammirazione incondizionata, che è caratteristica della sua età, quando scopre però che il padre gli ha nascosto chi è e cosa fa veramente, scatta l’emulazione, il voler fare come lui e diventare addirittura più farabutto. Questa è comunque una forma di amore, tradito e doloroso, che prende l’aspetto della sfida, del duello, della provocazione. Però nella sua semplicità, nella sua rozzezza, il Moro riesce a recepirlo come amore. Angelo è figlio suo, anche se vuole combatterlo così tanto.

Il ruolo di Giustina…
Giustina in questo mondo di uomini ha un po’ il ruolo di vittima, che può sembrare eccessivo, se non si tiene conto della generazione e della mentalità di provincia. Per me è un personaggio importante, perché è quella che più di ogni altro riesce a trasformare la condizione marginale nella sua forza. Lei accoglie e capisce, senza bisogno di tante parole. Il Moro a lei non ha bisogno di spiegare perché lo ha già capito, con quell’intuito doloroso delle madri. Quello che esprime attraverso l’accoglienza affettuosa e tenera della realtà, è un po’ un orizzonte di speranza.

Quanto gioca il rapporto con il destino per Angelo, così come lo era forse per il Moro e lo è per Giustina…
Il destino lo raccontiamo nei libri perché prima lo sperimentiamo nella realtà. La nostra vita è piena di cose che sembrano coincidenze fin quando non capiamo che invece che esprimono un significato diverso più grande più impegnativo e a volte più doloroso. Mi piacciono le storie di provincia perché mi pare che nella provincia certe consapevolezze siano più allo scoperto. Se succede qualcosa, anche una disgrazia, si ha più la tendenza ad accettarla come un fatto che può accadere. Nelle grandi città invece c’è l’illusione che si possa essere fautori del proprio destino. Nel libro questa dimensione di qualcosa di assegnato è forte in Angelo, che, per quanto si agiti, ritorna sempre al punto di partenza: il bancone della trattoria di famiglia.

Lei è scrittore e giornalista, che differenze ci sono nello scrivere?
E’ diverso il rapporto che si ha con il lettore. Nel giornalismo c’è il dovere di informare facendo in modo che il tempo che il lettore passa a leggere il pezzo sia un tempo il più possibile utile in senso pratico e concreto. Quando scrivo per il giornale cerco di scrivere nel modo più immediato e che faccia passare tutte le informazioni necessarie. Nella scrittura narrativa non si va subito al nocciolo, sapendo che il lettore concede più tempo. Si utilizzano più immagini, ci si prende il lusso dell’allusione, del non detto, di far fare un pezzo di strada al lettore.
Nei libri c’è poi il ricorso ad vocabolario e un lessico più imprevedibile rispetto a quello che si usa solitamente nei giornali.

Su quali progetti sta lavorando attualmente?
Alterno nella mia scrittura saggistica e narrativa. Attualmente sto scrivendo dei racconti ispirati ai classici della letteratura: Don Chisciotte, Moby Dick eccetera.

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