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Il sogno di Dave Douglas: “Un concerto in stile jazz sulle musiche di Donizetti” video

Il direttore artistico del bergamo Jazz parla a tutto tondo della rassegna che dominerà la scena culturale bergamasca fino a domenica 26 marzo, con un ambizioso progetto che avanza dietro le quinte: un concerto con le musiche del compositore bergamasco rivisitate in stile jazz.

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Lo pronuncia quasi sottovoce perchè la cosa più importante è “essere realisti e lavorare con ciò che abbiamo”: ma Dave Douglas, direttore artistico del Bergamo Jazz per il secondo anno consecutivo, un sogno nel cassetto da coltivare ce l’ha, eccome. 

Il suo festival sta dominando la scena culturale cittadina con concerti ovunque e a qualsiasi ora e continuerà a farlo fino a domenica 26 marzo con il gran finale al Teatro Donizetti.

Douglas, dopo la riconferma a direttore artistico qual è il suo bilancio? Come è andata lo scorso anno e cosa si aspetta da questa edizione? 

Per me lo scorso anno è stato il primo da direttore artistico di un vero e proprio festival jazz: abbiamo avuto un grande successo e ho avuto subito la sensazione di una rassegna bellissima e unica al mondo per diversità del programma e per gli spazi dentro il quale è inscritta. Per la nuova edizione abbiamo tante novità, finalizzate soprattutto ad avere un maggiore impatto sulla città. Ci sono più musicisti giovani, suoniamo in più location e abbiamo un respiro ancora più internazionale.

A proposito di spazi, si suona davvero ovunque: qual è quello che preferisce? 

Per me il Teatro Donizetti e il Teatro Sociale sono spazi magici per il jazz: allo stesso tempo, però, mi incuriosiscono molto le novità Accademia Carrara e biblioteca Mai. Difficile scegliere, anche i piccoli spazi come il Caffè della Funicolare sono inusuali ma hanno un’atmosfera fantastica. Ogni spazio può essere speciale, se proprio devo fare un nome dico il Donizetti.

Lei dove preferirebbe suonare? 

Io amo suonare ovunque mi adorino (ride ndr). Credo che Bergamo sia l’ideale per un festival come questo, ci sono anche tanti spazi all’aperto che potrebbero essere sfruttati ma il meteo di questa stagione non ce lo consente. Donizetti e Sociale sono spazi rappresentativi di Bergamo Jazz, in generale invece i “Suoni delle Dolomiti”, in Trentino, è stato il festival dove mi è piaciuto di più suonare.

A Bergamo si respira aria di jazz? O è una sensazione limitata ai giorni del festival? 

Credo che Bergamo sia una città con una grande cultura musicale e che il jazz stia crescendo molto grazie al lavoro del festival e di tutti gli attori che lo sostengono: si sente l’atmosfera del jazz, c’è molta curiosità musicale.

Come giudica il programma che siete riusciti a costruire quest’anno?

Il programma del Bergamo Jazz è una sorta di puzzle, molto variegato e con svariati punti di vista sul modo di interpretare la musica: sono molto contento dei nomi in cartellone, mi incuriosisce molto Evan Parker che suona alla biblioteca Mai come non è mai successo da nessun altra parte al mondo (venerdì 24 marzo alle 18 ndr).

C’è qualche artista che avrebbe voluto portare a Bergamo e non ci è riuscito?

Purtroppo succede sempre che non si riesca, per un motivo o per l’altro, ad avere tutti gli artisti che vorremmo. Ma la cosa più difficile è dover escludere qualcuno che fa della gran musica, quello davvero mi spezza il cuore.

Nel costruire il programma c’è qualcuno che la consiglia?

In tanti mi scrivono, dagli agenti agli stessi musicisti, dai giornalisti alle persone comuni: a me piace ascoltare i suggerimenti di tutti e in particolare quest’anno è stato prezioso per me Tino Tracanna che ci ha consentito di avere tanti giovani musicisti del territorio.

C’è un sogno che le piacerebbe realizzare da direttore del Bergamo Jazz?

Sono una persona molto realista e credo che si debba innanzitutto lavorare con quello che abbiamo a disposizione e senza il quale nulla sarebbe possibile: sono davvero orgoglioso di quello che stiamo facendo e so che potremo crescere ancora. Ovviamente non ci si può aspettare di diventare da un giorno all’altro “il mondo delle favole”. Ciò su cui intendo lavorare duramente è un maggior coinvolgimento della gente, più workshop per i giovani musicisti, sperimentazioni, far vivere agli artisti anche la città e fare in modo che la loro esibizione non sia solo una toccata e fuga dopo il concerto. Il vero sogno? Amo Gaetano Donizetti, mi piacerebbe fare un concerto nel teatro che porta il suo nome con le sue musiche rivisitate in stile jazz. Sarebbe un evento fantastico.

A livello di coinvolgimento della città, però, già quest’anno ha incassato una forte adesione da parte dei commercianti. 

È fantastico vedere che tante vetrine in città abbiano riservato, di propria iniziativa, un angolo al Bergamo Jazz: un’iniziativa spontanea che dimostra la loro voglia di far parte in prima persona dell’evento.

In ultima battuta: cosa è per lei il jazz oggi? 

Mi rifiuto categoricamente di definirlo (ride ndr). Seriamente, non si può dare una definizione: chiunque lo suoni può dare un senso al jazz, è tutto in mano ai musicisti. La risposta è lì.

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