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Don Ciotti, i vili attacchi e la lotta contro le mafie

Tre scritte compaiono lunedì 20 marzo 2017, rispettivamente sul muro del vescovado, vicino alla scuola «Maresca», sul muro del Centro di aggregazione giovanile. Siamo a Locri in provincia di Reggio Calabria, regno della ‘ndrangheta

«Don Ciotti sbirro. Più lavoro meno sbirri».
«Don Ciotti sbirro siete tutti sbirri».
«Don Ciotti sbirro e più sbirro il sindaco».

Tre scritte compaiono lunedì 20 marzo 2017, rispettivamente sul muro del vescovado, vicino alla scuola «Maresca», sul muro del Centro di aggregazione giovanile. Siamo a Locri in provincia di Reggio Calabria, regno della ‘ndrangheta.

Il pesante attacco al prete torinese, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, arriva dopo la visita, compiuta domenica 19 marzo dal siciliano Sergio Mattarella, presidente della Repubblica, per la «Giornata della memoria delle vittime innocenti della mafia» di martedì 21.

Era 51 anni che un capo dello Stato non andava nella Locride: il 19 aprile 1966 il presidente Giuseppe Saragat, torinese, andò a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, nella casa natale dello scrittore e poeta antifascista Corrado Alvaro, che aveva conosciuto personalmente.

Il vescovo di Locri-Gerace monsignor Francesco Oliva esprime «piena e convinta solidarietà a don Luigi» e «apprezza e sostiene l’impegno e la scelta fatta da Libera di tenere a Locri la manifestazione principale della Giornata della memoria. Locri è al centro di un territorio in cui troppo a lungo la mafia ha spadroneggiato, creando sudditanze psicologiche, morte e illegalità. In quest’area esistono due grossi problemi: la tutela della legalità e il bisogno di lavoro». Con coraggio il vescovo aggiunge: «La ‘ndrangheta è molto pervasiva. Il lavoro è più il privilegio di alcuni che un diritto riconosciuto a tutti. A ognuno spetta un lavoro onesto e dignitoso e nessuno deve ricorrere al caporale o al boss per veder soddisfatto questo diritto. Non accettiamo che la ‘ndrangheta regoli la vita sociale e dia l’occupazione a chi vuole. La Chiesa proseguirà sulla strada indicata dal Vangelo, che non ammette violenza né prevaricazione. Chiunque aderisce ad associazioni criminali si pone fuori dalla comunità cristiana», cioè è automaticamente scomunicato.

Giovanni Calabrese, sindaco di Locri, espone un grande cartello: «Orgogliosamente “sbirri” per il cambiamento». E afferma: «I vigliacchi hanno tentato di inquinare un territorio che ha voglia di riscatto. Un vile atto intimidatorio verso don Luigi Ciotti al quale va la nostra solidarietà». A don Ciotti e a mons. Oliva telefona Mattarella, che nel discorso di domenica 19 ha definito i mafiosi «senza onore né coraggio».

Don Ciotti definisce la mafia «una peste» e sottolinea che «la Costituzione è il primo testo antimafia. Siamo i primi, da sempre, a dire che il lavoro è necessario ed è il primo antidoto alle mafie. Ma che sia un lavoro onesto, tutelato dai diritti, non quello procurato dalle organizzazioni criminali. Gli “sbirri”, persone al servizio di noi tutti, sarebbero meno presenti se la presenza mafiosa non fosse così soffocante. Le scritte sono vili messaggi perché anonimi e un segno che l’impegno dà fastidio, risveglia le coscienze, fa vedere un’alternativa alla rassegnazione e al silenzio. È con questa Calabria, viva e positiva, che costruiamo, trovando in tante persone e nei giovani voglia di riscatto e di cambiamento».

Monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino esprime solidarietà al sacerdote: «Don Luigi Ciotti, prete della Chiesa di Torino, è stato ancora una volta fatto oggetto di minacce e insulti mentre si trovava a Locri, nell’ambito delle manifestazioni promosse da “Libera” per testimoniare l’impegno civile degli italiani contro ogni mafia e illegalità. È un segno grave di intolleranza e di quanto sia ancora forte e pericolosa la presenza e l’infiltrazione nella società di chi non cerca giustizia ma privilegia il sopruso, l’insulto, la violenza. La presenza del presidente della Repubblica a Locri dice, senza equivoco possibile, “da che parte sta” l’Italia. Al caro don Luigi, a quanti condividono con lui questo difficile lavoro, va la mia piena solidarietà, quella di tutta la Chiesa torinese e l’assicurazione che non vi lasceremo soli nell’impegno che con grande generosità e coraggio svolgete, insieme al ricordo costante nella preghiera».

Martedì 21 marzo il grande corteo di oltre 25 mila persone celebra a Locri la XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. In testa i familiari delle vittime con due striscioni con il tema della Giornata: «Luoghi di  speranza, testimoni di bellezza». Dietro la bandiera della pace portata da ragazzi migranti minorenni giunti nei mesi scorsi in Calabria a bordo dei barconi. La Giornata coinvolge centinaia di scuole, enti e associazioni. In testa al corteo don Ciotti, il presidente del Senato Pietro Grasso, il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Vengono letti i nomi delle 950 vittime innocenti della mafia. Dice il presidente del Senato Grasso: «Se volevano ottenere un effetto hanno ottenuto quello contrario, cioè la piena solidarietà di tutta Italia a Libera, a don Ciotti e al movimento per la legalità e la cultura della legalità».

Il presidente della Repubblica Mattarella è molto sensibile ai problemi della mafia perché è fratello di Piersanti Mattarella, 44 anni, moglie e figli, presidente della Regione Sicilia, che fu ucciso con otto colpi di pistola in un agguato mafioso. Trentasette anni fa, il 6 gennaio 1980 in via Libertà a Palermo, la famiglia Mattarella stava andando a Messa dell’Epifania ma non ci arriverà mai. Una grandine di pallottole sorprende Piersanti in quel momento senza scorta. La vita di Sergio, fratello minore di Piersanti, professore di diritto, quel giorno è sconvolta: abbandona la tranquilla carriera di docente universitario e si lancia in politica che lo ha portato alla suprema magistratura della Repubblica.

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