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Diario da New York: l’Onu e i contenziosi mondiali con gli occhi di un 17enne di Bergamo

Stefano Vailati, classe 2000, si trova a New York dove svolgerà uno stage alle Nazioni Unite: un'esperienza che racconterà giornalmente anche a noi con una sorta di diario di bordo.

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Stefano Vailati, studente del liceo classico Paolo Sarpi di Bergamo, per 8 giorni è a New York per un prestigioso e originale stage alle Nazioni Unite, nell’ambito dell’iniziativa “Studenti ambasciatori alle Nazioni Unite”, insieme a giovani da tutto il mondo. Organizzata per il nostro Paese dall’Italian Diplomatic Academy di Verona, questa iniziativa prevede un corso di formazione di 4 mesi con esperti di storia, diplomazia, diritto, geopolitica e inglese, con, appunto, uno stage finale di 8 giorni (13-21 marzo) all’Onu a New York dove gli studenti simulano la discussione e la formulazione di risoluzioni su problemi concreti. Ogni studente deve  rappresentare la posizione di uno Stato diverso da quello di provenienza, che gli viene assegnato a caso. Stefano Vailati deve rappresentare la posizione delle Isole Mauritius riguardo a un contenzioso fra Cina e Filippine nel Mar Cinese meridionale.

Un’esperienza che racconterà giornalmente a Bergamonews e ai suoi lettori.

Questo è stato il suo primo giorno negli Stati Uniti:

“La sveglia è alle 8, ma ovviamente di dormire non se ne parla, un viaggio oltreoceano non è cosa di tutti i giorni, per fare uno stage alle Nazioni Unite ancora meno, e nonostante la stanchezza non prendo sonno più di due o tre ore di fila, quindi sono in piedi una mezz’ora prima.

Vi risparmio la descrizione del check-in all’aeroporto, assolutamente niente di interessante, a meno che siate amanti delle code interminabili.

Il volo parte male, malissimo, seduto in mezzo a ragazzi che non conosco, gli unici timidi tentativi di conversazione sono le presentazioni, che non hanno però seguito: mi rifugio quindi nei film, imbarcandomi nell’erculea impresa di trovarne uno doppiato in italiano, ci riesco, e finisco a vederne tre praticamente di fila, interrotto dalla cena (chissà perché servita alle 4.30…), speziatissima ma tutto sommato non male, tranne per la quantità minima di acqua servita, e da uno spuntino chiamato “pizza al pesto” che ha avuto come immediata conseguenza un tuffo al cuore, ma che poteva essere molto peggio.

Atterriamo alle 7 locali, mezzanotte italiana, e già la stanchezza si fa sentire, giusto quando inizia la parte più faticosa del viaggio, l’infinito tunnel di passaporti, Esta e altri documenti mai visti né sentiti, inframmezzati dalle solite code interminabili. A rallegrare gli animi giunge però una voce, all’inizio più flebile e presa quasi per una battuta poi via via più diffusa, che piano inizia a trovare conferme fino a diventare ufficiale: il transfer dall’aeroporto all’hotel sarà effettuato su una limousine. Urla di gioia.

Trovata quindi la forza di finire la sequela di controlli e recuperati i bagagli, usciamo dal JFK International Airport, e veniamo accolti da un vento gelido che ci sveglia e quasi ci rinvigorisce, almeno all’inizio. Iniziamo poi a realizzare che, per quanto spettacolare, una limousine non è esattamente il massimo della capienza, e un’ora al freddo ad aspettare il nostro turno di salire ha confermato questa opinione. Ma avvicinarsi ad una New York serale illuminata e guardare i grattacieli sempre più alti dai finestrini di una macchina del genere fa capire che forse ne vale la pena. Anzi, togliete pure il forse.

Arriviamo in albergo verso le 10 e mezza, aspettiamo le valigie per un’altra ora, e nel frattempo la stanchezza torna alla carica, ma anche questa volta mi rifiuto di cedere (inizio però a pensare che forse dormire un paio d’ore in aereo sarebbe stato utile), e appena trovo i miei bagagli salgo a vedere la camera e a sistemare le cose.

Penso che qui sia utile una precisazione. Di norma salire in camera (per me ma penso per quasi tutti) significa significa secondo o terzo piano. Qui sono al 22esimo. Vi lascio immaginare la mia reazione quando ho appreso questa notizia, ma passiamo oltre.

Sistemando i vestiti (cinque minuti tutto, un’eternità per i completi da mettere durante le simulazioni di sessione ufficiale delle Nazioni Unite) arriva mezzanotte e venti, con il rientro dieci minuti dopo per chi avesse deciso di uscire, ma decido comunque di arrischiarmi con un paio di compagni di corso ed esco. Inutile dire che non me ne pento, e che ancora meno mi pento di un hot dog a quest’ora in barba a qualsiasi regola di sana alimentazione. Dopo tutto è la prima sera no?

Il risultato è che rientriamo in ritardo, ma i dieci minuti vengono tollerati, e che mi siedo nella hall a scrivere quando manca un quarto all’una. Un buon orario alla fine, quasi ironico quando guardo il cellulare e vedo che in Italia sono le sei e mezza del mattino.

Buona giornata a tutti”.

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