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“Neuroni&dintorni: perchè non ci piace sentirci esclusi”

Maria Fiorino, classe 1992, è attratta dai misteri che si celano dietro alle nostre scelte lessicali: perché quando ci sentiamo soli o abbandonati usiamo il lessico tipico del dolore fisico? Ecco la spiegazione

Sono pronta a scommettere che, come me,  anche voi siete abituati a usare alcuni termini fisici per descrivere esperienze dolorose a livello psicologico. Mi sbaglio?

Quando raccontiamo del nostro cuore spezzato o delle ferite causate dal comportamento di qualcuno non facciamo altro che sovrapporre lessicalmente il dolore fisico a quello psicologico. Lo facciamo tutti, da sempre.  E lo facciamo con riferimento a un particolare tipo di dolore: il dolore sociale, quella sofferenza che scaturisce dall’esclusione, dall’ allontanamento e dall’abbandono. Generalmente, quando esprimiamo questo tipo di dispiacere lo facciamo usando il lessico tipico del dolore fisico.

Qualcuno si è mai chiesto il perché? Alcuni potrebbero attribuire queste particolari modalità di comunicazione  al caso o alle stranezze della lingua, eppure, a ben pensarci, c’è spesso qualcosa in questo tipo di sofferenza che ci fa davvero male, male come se  il dolore che proviamo fosse fisico. Esiste forse un motivo più concreto alla base di questa sovrapposizione lessicale?

Ebbene sì.

La risposta arriva da uno studio condotto qualche anno fa da Naomi I. Eisenberger and Matthew D. Lieberman, ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università della California. I due psicologi hanno  sottoposto a risonanza magnetica funzionale (fMRI)  coppie di volontari mentre giocavano a tennis contro un computer. Il videogame era stato programmato in modo da escludere i volontari: a metà partita i giocatori gestiti dal computer iniziavano a giocare tra loro.

Ed ecco la scoperta: osservando le scansioni cerebrali di tutti i volontari, i due ricercatori hanno notato che l’area del cervello attivatasi durante l’esclusione dal gioco era la stessa che in genere si attiva quando si prova dolore fisico. In poche parole, la zona del cervello (corteccia cingolata anteriore per gli appassionati)  che gestisce il dolore fisico è la stessa che gestisce il dolore sociale, e all’interno di essa, dolore fisico e sociale sono elaborati attraverso gli stessi processi.

Pare dunque che la sovrapposizione tra dolore fisico e psicologico non sia semplicemente lessicale e che dietro a semplici modi di dire si nasconda una verità ben più profonda: l’esclusione sociale, l’allontanamento e l’abbandono provocano una sofferenza che coinvolge i centri celebrali del dolore fisico.

E già questo potrebbe bastare, se non fosse per il fatto che la scoperta di Eisenberger e Lieberman si trova in perfetta complementarietà con un’altra sorprendente ricerca, condotta stavolta da alcuni ricercatori del Dipartimento di Psichiatria e Scienze Comportamentali della Emory University di Atlanta. Gli studiosi, tra cui  James K. Rilling,  hanno osservato, sempre grazie alla tecnologia fMRI, l’attività celebrale di alcuni volontari impiegati in un gioco di squadra, il dilemma del prigioniero, durante il quale i partecipanti dovevano decidere se collaborare con l’avversario o escluderlo. Le scansioni celebrali hanno rivelato che in tutti i giocatori che avevano scelto la via dell’inclusione si erano attivati i centri di gratificazione del cervello.

Quindi, se è vero che l’esclusione e il dolore sociale sono elaborati dal nostro cervello come dolore fisico, è anche vero che l’inclusione e la cooperazione ci gratificano e ci fanno sentire appagati.

Incredibile cosa si può scoprire quando si cerca di risolvere gli arcani del lessico…