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Servizio Civile, polemica sui mancati pagamenti; il Ministero: “Arrivano il 7 marzo”

Sono circa 35mila i giovani impegnati nel Servizio Civile ai quali non è stato corrisposto il rimborso spese relativo al mese di gennaio: dopo la loro delusione arriva il messaggio del Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale.

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L’annuncio che smorza i mal di pancia è arrivato nella serata di mercoledì 1 marzo: il Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale ha comunicato che sono stati firmati i mandati di pagamento a favore dei volontari in Servizio Civile, che percepiranno i prossimi assegni, relativi alla mensilità di gennaio ed eventuali arretrati, il 7 marzo se impegnati in progetti nazionali, l’8 marzo se impiegati in progetti all’estero e il 9 marzo se impiegati nel programma “Garanzia Giovani” che hanno iniziato il servizio entro il mese di ottobre e relativi alla mensilità di dicembre 2016.

Sono 35mila i giovani in attesa di ricevere il rimborso mensile di gennaio ma la mancanza di un delegato al Servizio Civile nominato dal Governo aveva ritardato la procedura. Trentacinquemila giovani che si sono interrogati su quale fosse il proprio destino e se mai quei soldi li avrebbero rivisti: una nutrita schiera che comprende anche tanti bergamaschi e noi abbiamo deciso di proporvi l’intervento di uno di loro, datato 28 febbraio, che ben incarna lo spirito con cui hanno vissuto questi giorni di attesa.

“Buongiorno,
scrivo a nome di un gruppo di ragazzi, ragazzi come tanti altri, che hanno colto quella che sulla carta sembrava essere un’opportunità in mezzo a un mare di desolazione quale è il mondo del lavoro odierno: questa occasione si chiama Servizio Civile, un percorso di un anno in cui ragazzi dai diciotto ai ventinove anni sono impiegati per un periodo di un anno presso enti pubblici o cooperative locali nei settori più svariati, da quello culturale ai servizi sociali passando per gli uffici comunali.

Trenta ore di servizio a settimana, 433 euro al mese di ‘rimborso’: calcolatrice alla mano, un rapido calcolo è presto fatto, si parla di circa tre euro all’ora. Qualcuno obietterà giustamente: ‘Beh, lo sapevate prima di accettare’. Vero, l’occasione di fare curriculum e mettersi alla prova è stata allettante, pur considerato che il gioco forse non vale del tutto la candela.

Quello che invece è inaccettabile è che a fine febbraio, il giorno del pagamento di quella piccola somma che a molti permette un minimo di indipendenza, gli oltre trentamila volontari italiani hanno ricevuto una notizia che ha fatto crollare le braccia a molti: il Governo, a distanza di qualche mese dall’insediamento, non ha ancora messo mano alle deleghe per il Servizio Civile. Ciò significa, in sostanza, che il pagamento previsto a febbraio, già di per sé riferito al lavoro svolto nel mese di Gennaio, è stato rimandato a data da destinarsi: ad oggi i giovani che operano nel Servizio Civile hanno visto riconosciuto come ultimo rimborso il mese di dicembre, lasciando a mani vuote chi con quei soldi ci vive: ragazzi per i quali quelle poche centinaia di euro fanno veramente la differenza, chi ci paga l’affitto o le bollette, chi senza rischia di non potersi presentare a lavoro.

Noi ci riteniamo fortunati, possiamo sopravvivere anche senza stipendio per il momento, ma pensiamo che sia terribilmente ingiusto svilire ancora di più chi come noi in sostanza fa le veci di dipendenti pubblici, spremuti come limoni per pochi euro, volontari che molto spesso (è anche il nostro caso) sono fondamentali per garantire un servizio pubblico che altrimenti andrebbe incontro a riduzioni di orario quando non chiusure.

È allarmante pensare all’indifferenza che dimostra chi si trova ai piani alti del Governo, troppo impegnato a pensare ai propri assetti strategici e alla geopolitica del Parlamento per accorgersi di chi, piccola ruota di un carro sgangherato, manda avanti nel silenzio gli ingranaggi arrugginiti del sistema paese: noi non smettiamo di credere che sia possibile cambiare le cose, senza fiducia nel futuro diventerebbe veramente difficile andare avanti, ma il rischio vero è che ci si abitui tristemente a pensare che non essere pagati per il proprio lavoro sia la grigia normalità”.

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