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Giorgio Vasta: "Nel mio libro sui deserti americani mescolo reportage e finzione" - BergamoNews

Libri

L'intervista

Giorgio Vasta: “Nel mio libro sui deserti americani mescolo reportage e finzione”

Giorgio Vasta con Absolutely Nothing, aprirà giovedì 2 marzo, il ciclo di incontri con i cinque finalisti del Premio Bergamo, a condurre con gli autori sarà Adriana Lorenzi.

L’absolutely nothing (assolutamente nulla) è stato il pretesto per raccontare l’absolutely nobody (assolutamente nessuno) e il rapporto che ognuno di noi ha con luoghi, cose e affetti in relazione all’abbandono”, così Giorgio Vasta racchiude l’esperienza editoriale che lo ha portato alla pubblicazione, insieme al fotografo Ramak Fazel, di Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani.

Il libro è il diario di un viaggio negli Stati Uniti, che Giorgio Vasta ha fatto nel 2013 insieme al fotografo Ramak Fazel e all’architetto Giovanna Silva, visitando luoghi abbandonati. Un pellegrinaggio e un peregrinare nel deserto scoprendo villaggi di minatori, paesi del vecchio West, strutture ricreative, abitazioni e attività commerciali, tutti accomunati dal vuoto della dismissione. Luoghi abbandonati che riprendono consistenza diventando la rappresentazione di se stessi come museo, esposizione o location cinematografica. Il racconto dell’abbandono di cose e luoghi – visti attraverso gli occhi di chi li visita per la prima volta e di chi ancora ci vive – fa da sfondo alla narrazione del tema del dissolversi di un legame affettivo.

Il libro è tra i cinque finalisti del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. Adriana Lorenzi incontrerà Giorgio Vasta giovedì 2 marzo alle 18 alla Biblioteca Tiraboschi. Absolutely nothing sarà il primo del ciclo dei cinque incontri di presentazione dei libri finalisti del Premio: Bergamonews ha intervistato in anteprima lo scrittore.

Come nasce questo libro?

Il libro nasce da un progetto editoriale. Nel 2012 ho conosciuto Alberto Saibene, fondatore della casa editrice Humboldt (che ha pubblicato il libro), in treno. Da quell’incontro fortuito è nata l’idea di un libro che documentasse un viaggio negli Stati Uniti tra gli spazi abbandonati. In realtà viaggio e libro sono diventati per me un pretesto per raccontare nell’absolutely nothing, l’absolutely nobody. Ho utilizzato i luoghi abbandonati come sfondo per raccontare il rapporto che ogni persona ha con i luoghi, gli oggetti e le relazioni, nel momento in cui c’è un abbandono.

Come nasce e si crea il gruppo del viaggio?

Il gruppo viene creato dall’editore. Inizialmente il fotografo doveva essere Francesco. Ramak è subentrato all’ultimo in sostituzione di Iodice che si è trovato poco prima di partire nell’impossibilità di fare il viaggio. La presenza di Ramak è stata fondamentale per rendere il viaggio ricco di avventure e incontri inaspettati e imprevisti. Aver conosciuto Ramak è stato lo spunto per trasformare il libro da documentario di viaggio a libro di finzione.

Quindi ciò che viene raccontato nel libro non è tutto realmente accaduto?

Il reportage si mescola alla finzione attraverso personaggi e dialoghi. Nel libro si intrecciano realtà e finzione. Le persone diventano personaggi, le loro caratteristiche, le loro parole ma anche ciò che accade viene manipolato ed esasperato in funzione della narrazione del tema che volevo trattare: l’abbandono nei rapporti interpersonali, il legame che viene meno.

E cosa è vero di Silva e Ramak?

Giovanna Silva è stata realmente attenta e scrupolosa nella ricerca delle informazioni sui luoghi da visitare, nel libro però ho creato il personaggio Silva esasperandone alcuni tratti. Ramak invece è così, mentre cercavo di farlo diventare un personaggio, mi sono reso conto che il suo andare sempre oltre la soglia – avvicinandosi a posti che non era possibile vedere da vicino, scoprendone di nuovi e creando particolari occasioni di incontro e scambio con le persone del posto – svelava caratteristiche che lo rendono già un personaggio interessante così com’è.

Nonostante si parli di un tema triste come l’abbandono nel libro c’è una vena ironica

Prima di partire quello che conoscevo attraverso la narrazione scritta e cinematografica era un deserto tragico. Nel viaggio ne ho scoperto l’aspetto ironico. Il deserto non ti impedisce di costruire un ippodromo o un parco acquatico, ma poco dopo ci si trova ad abbandonare questi progetti. Il deserto ti lascia fare, tanto poi lui ha tutto il tempo di riprendersi quel che è suo.

Quale è il suo rapporto con Bergamo?

Sono a Bergamo con una frequenza mensile. E’ la città con cui ho maggiore familiarità, escludendo quelle in cui ho abitato (Palermo, Torino, Roma). Collaboro con l’Università, dove tengo un seminario sulla narrazione, su invito di Fabio Cleto. Sto tenendo due corsi di scrittura per Presente Prossimo, uno con gli studenti delle scuole superiori e uno con gli adulti, entrambi sono incentrati sulla narrazione autobiografica attraverso il rapporto con luoghi e oggetti.

Progetti per il futuro?

Sto scrivendo un romanzo in cui uno dei protagonisti sta assumendo sempre più le caratteristiche di Ramak Fazel e sto collaborando con Emma Dante alla scrittura della sceneggiatura del film “Le Sorelle Maccaluso”, tratto dall’omonima opera teatrale.

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