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Il punto

Inchiesta Ubi Banca, i nodi salienti e gli equilibri di una Bergamo che cambia

A quattro mesi dalla chiusura dell'inchiesta su Ubi Banca da parte della Procura di Bergamo il quadro che emerge dalle indagini non è di certo favorevole all'immagine di un istituto di credito. E c'è di più.

I tempi della giustizia forse non sono così fiscali come quelli bancari, di certo non sono meno clementi.

A quattro mesi dalla chiusura dell’inchiesta su Ubi Banca da parte della Procura di Bergamo, il quadro che emerge dalle indagini non è favorevole all’immagine dell’istituto di credito. E c’è di più. Dalle carte della Procura emergerebbe una rete ombra di rapporti di potere che governava la banca. Un’intesa tra i vertici bergamaschi di Ubi, in vista del rinnovo delle cariche del 2013 (è questa l’assemblea nel mirino) con la Compagnia delle Opere ed esponenti di spicco di Confiab legati alla Cdo. Un patto in grado di decidere le sorti della banca, mantenere il potere esistente, favorire gli amici degli amici.

Le indagini si concentrano sui vertici di una banca, allora in forma cooperativa, che in parte non ci sono più. O contano relativamente. Molti degli indagati oggi sono fuori dalla stanza dei bottoni di Ubi, ormai trasformata in Spa. Altri sono usciti dai ruoli che ricoprivano in società o in associazioni. Difficile pensare che il presente prossimo della banca possa basarsi ancora su certi equilibri e spartizioni tra Bergamo e Brescia. Tanto più ora che il modello federale della banca ha ceduto il posto alla banca unica e che la maggioranza delle azioni è in mano ai fondi. Non resta che vedere come si completerà il cerchio di questa inchiesta che farà luce su una stagione che sembra tramontata per la banca e forse di una certa Bergamo.

Anche perché nel frattempo attorno e fuori da Ubi, Bergamo ha perso il colosso Italcementi venduto dalla famiglia Pesenti ai tedeschi di Heidelberg. La città ha detto addio anche al Credito Bergamasco, inglobato prima all’interno del Banco Popolare e oggi sciolto dentro Banco Bpm. Sciolto perché di Bergamo non c’è più nessuna traccia, con il patriarca Cesare Zonca a capo del Credito Bergamasco costretto a cedere corona e scettro.

GLI INDAGATI

Le persone sotto inchiesta sono 40. Ai diciotto dell’inizio delle indagini se ne sono aggiunti altri 22. Di questi ultimi, 21 sono persone fisiche, il 22° è Ubi Banca come soggetto giuridico. Non la Spa, è bene sottolinearlo, nata dall’assemblea del 12 ottobre 2015 ma Ubi Banca società cooperativa. Tutti sono indagati nel primo filone dell’indagine che vede contestati l’ “ostacolo all’esercizio delle funzioni dell’autorità pubbliche di vigilanza” e l’“illecita influenza sull’assemblea”.

L’assemblea è quella per il rinnovo del consiglio di gestione che si svolse sabato 20 aprile 2013 alla Fiera di Bergamo. Perché si è deciso di iscrivere la stessa Ubi Banca tra gli indagati? Gli inquirenti, il procuratore capo di Bergamo Walter Mapelli e il pm Fabio Pelosi, ipotizzano che non solo i vertici, ma la banca nel suo insieme, ostacolassero Consob e la Banca d’Italia nel loro ruolo di vigilanza e interferissero nello svolgimento dell’assemblea. Come la ostacolavano? Col fatto che la banca come società cooperativa non avesse dato corretta applicazione alla legge 231, cioè non avesse al suo interno una commissione di controllo per evitare tali reati.

E proprio ora che la Ubi rischia di finire sotto processo per aver violato la legge 231 sulla responsabilità penale delle imprese e di pagare diversi milioni di euro in caso di condanna, i vertici della banca hanno pensato di affidarsi a Paola Severino, avvocato e già Ministro della Giustizia nel Governo Monti. All’ex Guardasigilli il compito di difendere Ubi da un’accusa pesante.

QUEL PATTO DI POTERE TRA BERGAMO E BRESCIA

Un patto tra gentiluomini. È quello tra Emilio Zanetti e Giovanni Bazoli, due grandi vecchi del sistema bancario nazionale che – secondo chi indaga – decidevano le sorti di Ubi Banca nella spartizione di poteri tra Bergamo (con Zanetti a capo dell’associazione Amici di Ubi Banca) e Brescia (con Bazoli, presidente dell’Associazione Amici Banca Lombarda e Piemontese).

Al centro dell’indagine una serie di incontri avvenuti nell’estate del 2012 che “rinnovavano” il patto già collaudato tra i due leader che decidevano sulle “maggiori questioni aziendali”, come nomine nei consigli e nelle partecipate, rapporti con Banca d’Italia, modello duale, modello federale, modifiche dello statuto, forma societaria, “anche al di fuori degli organi” della banca. In sostanza Bazoli e Zanetti decidevano tutto.

Le ipotesi degli inquirenti troverebbero conferma nei computer di Italo Lucchini, consigliere di Ubi Banca. Lucchini, si è scoperto nell’indagine, aveva l’abitudine di prendere appunti su ogni incontro, riunione o conversazione della banca e del proprio studio di commercialista. Ora da quegli appunti (che Lucchini chiamava “convegni”) emergerebbe la conferma di quel patto occulto Bazoli-Zanetti che per anni ha governato la terza banca italiana, i cui vertici rischiano adesso di essere rinviati a giudizio.

IL SECONDO FILONE: LO YACHT

C’è un secondo filone dell’indagine su Ubi Banca. Ed è quello relativo ad Ubi Leasing.

L’ipotesi iniziale, secondo la Procura di Bergamo, era che i beni ritirati perché non saldati a Ubi Leasing venissero venduti ad amici dei vertici della banca a prezzo di favore, producendo così un danno economico all’istituto di credito. Questo filone – che era esploso con l’aereo ceduto a Lele Mora – si ridurrebbe ad un solo caso: quello yacht venduto nel novembre 2011 a Giampiero Pesenti, presidente di Italmobiliare e ai tempi di Italcementi.

Nell’occhio del ciclone ci sarebbe il commercialista Italo Lucchini (membro del Consiglio di Sorveglianza) incappato in un conflitto di interessi quando nel 2011 avrebbe ceduto “Beata of Southampton” – uno yacht Akhir 108 – a Giampiero Pesenti tramite la figlia Silvia Lucchini, legale rappresentante della Tuscany Charter di Livorno.

Secondo l’accusa si tratterebbe di una truffa ai danni della banca perché lo yacht era stato sottostimato con l’intermediazione di Alessandro Miele, dell’omonimo studio navale. La barca sarebbe stata venduta per 3 milioni e mezzo (prezzo di stima di Miele) a Pesenti a fronte di un valore iniziale di 10 milioni. La Procura ritiene che ci sia stata una truffa perché questa imbarcazione, costruita nel 2008 aveva navigato pochissimo e vantava diversi mesi di esposizione in molte fiere nautiche, non poteva aver subito un deprezzamento tale. Attorno a questa compravendita – nei confronti di Silvia Lucchini e di Giampiero Pesenti – la Procura ipotizza anche l’omesso versamento dell’Iva e false fatture.

Sempre in questo secondo filone, al termine dell’indagine entrano nel registro degli indagati anche il procuratore dell’affare Marco Martelli, Marco Fermi (Ubi Leasing), Francesco Morlè (comandante dell’imbarcazione), i due allora dirigenti di Ubi Leasing Gianpiero Bertoli e Alessandro Maggi, l’intermediario della vendita Alessandro Miele e a Guido Cominotti, sottoscrittore dell’atto. Mentre escono dall’indagine Marco Diana, Michele Di Leo e Pecuvio Rondini.

IL RUOLO DI EMILIO ZANETTI

Dagli appunti di Italo Lucchini gli uomini del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza hanno ricostruito i movimenti che già dall’estate 2012 portarono all’assemblea dei soci di Ubi Banca chiamata al rinnovo dei vertici. Tra le note di Lucchini si scopre così che il 31 luglio 2012 nello studio del notaio Armando Santus si ritrovano Lorenzo Renato Guerini (entrambi molto legati agli affari della Diocesi di Bergamo che in Ubi ha investito diversi milioni di euro), Andrea Moltrasio e lo stesso Lucchini. È proprio alla fine di luglio che si inizia a parlare della successione di Emilio Zanetti e di una commissione che dovrà individuare i candidati destinati agli organi collegiali di Ubi che si sottoporrà ai soci nell’assemblea del 20 aprile 2013. Commissione che, secondo i diari di Lucchini, in realtà doveva contrapporsi al potere bresciano.

L’incarico di formare la “commissione Zanetti” verrà conferito il 7 settembre 2012 dal consiglio direttivo dell’associazione Amici di Ubi Banca. Ed è qui che emerge il desiderio di Emilio Zanetti che avrebbe accettato un suo passo indietro al vertice di Ubi in cambio di “inserire nella nuova governance un suo figlio”, Matteo. È la fine di novembre quando negli appunti di Lucchini si legge: “Zanetti non è più considerato come un leader moralmente inattaccabile, pesano le maldicenze non solo sulla cessione della barca o dell’aereo, ma anche sui favoritismi nei confronti dei suoi familiari. In questo senso bisogna che Zanetti e Calvi comunichino ufficialmente il loro passo indietro… e Moltrasio, Santus & C. prendano in mano le strategie di qualsivoglia tipo, curando i rapporti con Brescia per la formazione del listone”. Appunti che per la Finanza confermerebbero il ruolo di Zanetti nel rapporto con Brescia e il “possibile conflitto d’interessi” di Zanetti, allo stesso tempo a capo di una commissione chiamata a formare la Lista 1 per l’assemblea e “sia presidente del Consiglio di gestione di Ubi Banca sia presidente della Banca Popolare di Bergamo”. Nonché della Fondazione della Banca Popolare di Bergamo.

GLI ESPOSTI DI ADUSBEF

L’inchiesta su Ubi Banca ha preso l’avvio da una serie di esposti dell”ex parlamentare Giorgio Jannone, a capo di una delle due associazioni di azionisti contrapposte alla lista 1, seguito a ruota dall’associazione Adusbef, dopo l’assemblea della banca del 2013 che rinnovò i consigli di sorveglianza e di gestione. Nell’assemblea del 20 aprile 2013 la lista 1, composta e sostenuta dai soci bresciani e bergamaschi aveva due contendenti pericolosi per il controllo della banca: in corsa c’erano la lista di Giorgio Jannone e la lista di Andrea Resti. Va detto che in una cooperativa (come era Ubi) ogni socio ha diritto di voto. Solitamente, dato l’elevato numero di soci, molti delegano. L’accusa ritiene che per evitare un ribaltone (e mantenere la gestione della banca) sia stata organizzata una raccolta di deleghe da parte della lista 1, avvalendosi anche dell’ “aiuto” del Confiab degli artigiani di Bergamo e della Compagnia delle opere. Su molte di queste deleghe la Guardia di Finanza ha accertato che sono state rilasciate in bianco o “falsamente o predisposte ad arte” per avvantaggiare la lista 1 composta e sostenuta dai soci storici.

IL CAPITOLO CONFIAB, BARDONI E ONDEI

Dunque, secondo i pm Fabio Pelosi e Walter Mapelli, il Consorzio Fidi dell’Associazione Artigiani di Bergamo, avrebbe affiancato Ubi nella raccolta di deleghe in bianco per l’assemblea della primavera 2013. In particolare ci sono 32 mila euro suddivisi in 10 bonifici a favore di altrettanti dipendenti Confiab. Dagli interrogatori svolti dalla Guardia di Finanza emerge che non ci sono spiegazioni quel “premio vincolato” di 3.200 euro ricevuto da un dipendente.

“Nel corso di una riunione con tutto il personale Confiab – riporta un verbale di un interrogatorio – ci fu detto che c’era l’obbligo di utilizzare queste risorse per acquistare un pacchetto di 250 azioni di Ubi per ciascun dipendente e per tre persone indicate dagli stessi dipendenti”. Un “premio per acquistare azioni, diventare così soci e votare all’assemblea Ubi Banca la lista 1 che era sì capitanata da Andrea Moltrasio, ma aveva in una posizione blindatissima Antonella Bardoni, allora direttore di Confiab.

Alla chiusura delle indagini preliminari è emerso lo “scandalo”: il presidente di Confiab Angelo Ondei, e il direttore, Antonella Bardoni, hanno deciso di non parlare, ma nel gennaio scorso hanno rassegnato le loro dimissioni.

COMPAGNIA DELLE OPERE

C’è un ruolo particolare e delicato che svolge la Compagnia delle Opere. Da quanto emerge dalle ricostruzioni della Procura, i vertici di Ubi, temendo che la CdO presentasse una propria lista o ne appoggiasse una contro quella istituzionale della banca, strinsero con essa un’alleanza. L’intesa tra i vertici di Ubi e quelli di CdO-Cl passava dai rapporti tra Emilio Zanetti ed Ettore Ongis (ora indagato), rispettivamente ex presidente dell’editrice Sesaab ed ex direttore dell’Eco di Bergamo. È così che Rossano Breno, allora a capo della Compagnia delle Opere, entra nel cda della Banca Popolare di Bergamo. Breno sarà poi costretto a dimettersi per l’implicazione nell’inchiesta che travolse l’imprenditore Pierluca Locatelli. Nonostante la tempesta che si era abbattuta su Cl e la Compagnia delle Opere, i vertici di Ubi mantennero la promessa di riservare un posto blindatissimo in lista nelle elezioni per il rinnovo delle cariche nell’assemblea del 2013. Quel posto era riservato ad Antonella Bardoni.

UBI PRIMA DELL’ASSEMBLEA 2013

Va detto che il contesto in cui maturerebbe il rafforzamento delle attività pre-assembleari di quel 2013 è particolare. E soprattutto mai vissuto dalla banca i cui gestori non avevano avuto contendenti in precedenza. In pochi anni Ubi era cresciuta diventando un colosso nazionale molto appetibile. In questo quadro si stava organizzando quello che ai vertici sembrava un doppio attacco alla diligenza: sferrato da una parte da Giorgio Jannone e dall’altra dal direttore della Popolare Giuseppe Masnaga. Contro Masnaga si scagliò Emilio Zanetti con un video diramato ai tremila dipendenti. “Qualcuno vuole distruggere quello che in tanti anni è stato costruito”, disse Zanetti lanciando un appello, ma insieme alcune accuse e facendo capire che nel mirino in particolare c’era  un’altra lista, quella guidata da Andrea Resti il cui spin doctor era, secondo molti, Giuseppe Masnaga che poco dopo si dimise.

I TEMPI DELL’INCHIESTA

Mentre si organizza l‘assemblea 2017, convocata per sabato 7 aprile alle 14.30 alla fiera di Bergamo, l’indagine prosegue. Slittati di un mese i termini per la presentazione delle memorie difensive che erano attese entro il 31 gennaio, l’eventuale rinvio a giudizio (sempre che la Procura lo richieda) comporterebbe per il gup (giudice per l’udienza preliminare) l’esame di migliaia e migliaia di documenti. Non sembra quindi probabile una decisione prima dell’estate.

 

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