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Papa Francesco: “I giovani cadono nelle dipendenze perché sfruttati”

Papa Francesco è molto netto dialogando con gli studenti dell'Università Roma Tre, la più giovane della capitale italiana, nata 25 anni fa e che cerca di fare dello scambio tra culture il suo punto di forza

L’università come «luogo del dialogo nelle differenze». Invece le «università ideologiche» insegnano una sola linea di pensiero e preparano gli studenti a essere «agenti di questa ideologia». Quella «non è università. Dove non c’è dialogo, non c’è confronto, non c’è ascolto, non c’è rispetto dell’altro, non c’è amicizia, non c’è la gioia del gioco e dello sport, quella non è università».

Papa Francesco è molto netto dialogando con gli studenti dell’Università Roma Tre, la più giovane della capitale italiana, nata 25 anni fa e che cerca di fare dello scambio tra culture il suo punto di forza. Il 17 febbraio 2016 si svolge un dialogo vero tra il Pontefice argentino, che manda agli atti il discorso preparato e sostiene un confronto aperto e sereno con una folta rappresentanza dei 40 mila studenti iscritti. Lo affianca una traduttrice nel linguaggio dei segni per i non udenti.

PARLARE MENO, ASCOLTARE DI PIÙ
Su invito di Giulia, Papa Francesco riflette sulla violenza che nasce per strada, in famiglia, nel linguaggio: «C’è violenza nell’esprimersi e nel parlare; ci si dimentica perfino di dare il buongiorno. La violenza è un processo che ci fa ogni volta più anonimi e ti toglie il nome, siamo anonimi gli uni verso gli altri: anche i nostri rapporti sono senza nome: è una persona quella che ho davanti e con un nome ma io ti saluto come se tu fossi una cosa». Un atteggiamento «che cresce, cresce, cresce e diviene la violenza mondiale. Nessuno può negare che stiamo in guerra, e questa è una terza guerra mondiale a pezzetti. Bisogna abbassare un po’ i toni, bisogna parlare meno e ascoltare di più».

LA PAZIENZA DEL DIALOGO
Anche la politica ha perso «il senso della costruzione e della convivenza sociale». La prima medicina contro ogni violenza è «la pazienza del dialogo e dove non c’è dialogo, c’è violenza. Le guerre incominciano nel tuo cuore, nel nostro cuore. Quando io non sono capace di aprirmi agli altri, di rispettare gli altri, di parlare con gli altri, di dialogare con gli altri: lì incomincia la guerra». Nell’Università, invece, ci deve essere «posto per tutti, ognuno con il proprio modo di pensare».

LA GLOBALIZZAZIONE DEL POLIEDRO
Rispondendo a Riccardo e Niccolò, indica il pericolo di «una globalizzazione nell’uniformità». Come ha già fatto in passato, prende in prestito dalla geometria il poliedro: «C’è una globalizzazione poliedrica, c’è un’unità, ma ogni persona, ogni razza, ogni Paese, ogni cultura sempre conserva la spropria identità: è l’unità nella diversità». Anche nella comunicazione c’è un’accelerazione. Evoca la «rapidazione», termine coniato dagli olandesi per indicare la progressione geometrica in termini di velocità e che si applica alla comunicazione: «La comunicazione così rapida e leggera può diventare liquida, senza consistenza. Uno dei pericoli della società è la liquidità senza consistenza. Dobbiamo prendere la sfida di trasformare questa liquidità in concretezza».

«LE MIGRAZIONI NON SONO UN PERICOLO»
La liquidità applicata all’economia «toglie la concretezza e la cultura del lavoro». E così i giovani «vengono sfruttati, cadono nelle dipendenze, vengono portati al suicidio o ad arruolarsi in un esercito terrorista». Parla dell’Europa, continente caratterizzato «da invasioni e migrazioni, fatto artigianalmente», che teme di perdere la propria identità. Il Papa nipote di emigranti dal Piemonte all’Argentina, ribadisce: «Le migrazioni non sono un pericolo ma una sfida per crescere». Interloquisce con Nour, ragazza siriana approdata con la famiglia in Grecia, il 16 aprile 2016 dodici profughi vennero imbarcati sull’aereo Alitalia che riportava Francesco a Roma dopo la visita all’isola di Lesbo con il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo. Si fugge dall’Africa e dal Medio Oriente «perché c’è la guerra e fuggono dalla guerra, o c’è la fame e fuggono dalla fame. Ma quale sarebbe la soluzione ideale? Che non ci sia la guerra e che non ci sia la fame, cioè fare la pace, fare investimenti in quei posti perché abbiano risorse per lavorare e guadagnarsi la vita». Si appella ai potenti della Terra e ai criminali che gestiscono i traffici dei barconi nel Mediterraneo: «Il nostro mare, “mare nostrum” oggi è un cimitero».

UNA RISPOSTA A TUTTI I SALVINI
Come accogliere chi arriva? A tutti coloro che , come Matteo Salvini, vogliono fare piazza pulita, Francesco ricorda: «Come fratelli e sorelle umani: sono uomini e donne come noi. Poi ogni Paese deve vedere quale numero è capace di accogliere. È vero: non si può accogliere se non c’è possibilità. Ma tutti possono fare qualcosa. Poi, non solo accogliere, ma integrare, cioè ricevere questa gente e cercare di integrarli: imparino la lingua, cerchino il lavoro e la casa». Tutto ciò significa «porte aperte»: «Portano una cultura che è ricchezza per noi. Ma anche loro devono ricevere la nostra cultura e fare uno scambio di culture. Il rispetto toglie la paura. I delinquenti sono nativi di qui». Ricorda che gli autori delle stragi e degli attentati in Europa «sono figli di migranti ghettizzati, non integrati». Cita l’accoglienza della Svezia verso i suoi connazionali argentini: «Quando c’è accoglienza non c’è pericolo con le migrazioni. Si riceve una cultura e si offre un’altra cultura».

NEL 2008 UNA BRUTTISSIMA PAGINA
Merita ricordare che nove anni fa Papa Benedetto XVI fu oggetto di violenta campagna politica, ideologica e mediatica che gli impedì di parlare il 17 gennaio 2008 all’Università La Sapienza di Roma da un manipolo di professori (67 su 4.500) e da un gruppuscolo di giovani che minacciavano di mettere a ferro e fuoco il campus. Dato il clima arroventato il 15 gennaio 2008 Papa Ratzinger decise di «soprassedere all’evento». Una bruttissima pagina per l’Università italiana.

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