L'intervista

Da Gomorra a Casirate, Salvatore Striano: “Racconto il mio riscatto attraverso l’arte”

Nell'ambito del festival letterario "Presente prossimo", sabato 18 febbraio alle 18 al centro civico "Cento Passi" a Casirate d'Adda l'attore e scrittore presenterà il suo nuovo libro, "La tempesta di Sasà".

Salvatore Striano arriva a Casirate d’Adda. L’attore, già protagonista dei film “Gomorra” di Matteo Garrone e “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, presenterà il suo nuovo libro, “La tempesta di Sasà” sabato 18 febbraio alle 18 al centro civico “Cento Passi”, nell’ambito del festival letterario “Presente prossimo”.
Il romanzo racconta il riscatto di Striano attraverso l’arte: ex detenuto, ora scrittore e attore affermato, ha cominciato una nuova vita scoprendo la letteratura e il teatro. Bergamonews lo ha intervistato per conoscere meglio la sua storia e la sua nuova pubblicazione.

Come è nato il libro?
Prima de “La tempesta di Sasà” ho scritto un altro libro, “Teste matte”, che racconta le mie vicissitudini, le mie false partenze, i miei errori, il veleno che avevo in corpo. Per una questione di pari opportunità e di giustizia, in questa nuova pubblicazione ho scritto del passaggio che ho vissuto, il riscatto di un uomo attraverso l’arte, che va oltre ai muri, alle sbarre e all’essere rinchiuso in un carcere. Insomma, questo è un “libro medicina”: ho sentito l’esigenza di scrivere sia per me, per raccontare come ho trascorso l’esperienza carceraria, sia per i futuri carcerati e per gli studenti.

Come è stata l’esperienza del carcere?
Ho conosciuto diversi istituti penitenziari: il carcere minorile a Napoli, Poggioreale, Secondigliano, ma anche in Spagna, a Madrid, e a Roma. Da ragazzo facevo parte di una banda di giovani marïuòli, le “Teste matte” che, in seguito a estorsioni, ha combattuto un gruppo di camorristi utilizzando le loro stesse armi. Dopo essere fuggito in Spagna, venni arrestato dall’interpol e successivamente fui trasferito a Roma: il mio vissuto da recluso ha due facce: quella di Madrid, dove il trattamento è più umano, e quella romana.

E in che condizione versano le carceri italiane?
Il carcere italiano è una vergogna, un sistema fallimentare che non funziona perchè ci sono regole antiquate, mancano gli strumenti e la volontà di rinnovare: comandano le guardie e non insegnanti competenti che possano rieducare o istruire. In quel contesto, eccezionalmente possono uscire dei Salvatore Striano.

Lei è riuscito a farcela.
Grazie alla letteratura, alla biblioteca e ai libri ho potuto arricchire il mio linguaggio e sistemare pian piano ciò che non andava nella mia vita. Grazie ai libri, al teatro e al palcoscenico, ma non grazie alle guardie, alle celle o a tutto il resto. Anzi, se ho qualche segno sul corpo è perchè qualche volta ho incontrato guardie cattive: qualche naso storto o qualche taglietto sulla testa ce l’ho pure io.
Inoltre, quando mi ritiravo in cella dopo aver lavorato o partecipato ad attività teatrale, mi sentivo un privilegiato rispetto ai reclusi che non avevano la possibilità di studiare, lavorare o fare teatro, e dover fare classifiche tra detenuti che vivono le stesse problematiche è una doppia vergogna.

Solitamente non si sente parlare molto di questi problemi.
Il fatto che su tv e giornali non venga raccontata la reale situazione delle carceri fa sì che le persone pensino che sia giusto che i detenuti siano ammassati e che non abbiano nessuna opportunità. In diversi casi, invece, entri a debito, dopo la condanna, e diventi “a credito” per il trattamento subìto: le guardie non denunciano le guardie violente e non aiutano gli insegnanti e gli operatori di teatro a far funzionare il carcere. Lo conferma il fatto che dopo dieci anni non si conosca la verità sul caso Cucchi.
Bisogna cambiare sia la modalità di accesso all’incarico di guardia sia l’organizzazione: la vita non è facile nemmeno per le guardie carcerarie, specialmente per quelle fuori sede, rinchiusi con turni di 12 ore e lontano dai propri affetti.

Arte e cultura che ruolo possono avere in questo contesto?
Disarmano. Attraverso la lettura e lo studio impari a non cadere nelle provocazioni. Ci sono stati diversi autori che mi hanno dato molto, come Dante, che mi stava antipatico perchè non l’ho trovato misericordioso ma mi ha trasmesso molte informazioni, e poi Eduardo De Filippo, William Shakespeare e altri autori, che ho scritto nel mio libro.
Anche il teatro ha avuto un ruolo fondamentale per il mio riscatto: sul palcoscenico ho guardato per la prima volta il pubblico negli occhi e gli spettatori mi hanno guardato. Trasmetto emozioni e mi è piaciuto il loro sguardo con gli occhi brillanti.

E come l’ha trasformata la recitazione?
Mi ha fatto sentire lo schifo per tutto ciò che avevo fatto in precedenza e mi sono accorto che se prima mi fossi maggiormente dedicato alla cultura avrei evitato tante situazioni. Ho sviluppato, poi, una grande fame per la letteratura e il teatro, ho arricchito il mio bagaglio culturale, come mi comporto, come reagisco e come mi esprimo.

È un’esperienza che può essere utile per tante altre persone…
Si, ad esempio, nelle carceri ci sono molte compagnie teatrali e molti detenuti che praticano cultura e quando escono non vogliono tornare a delinquere. Il teatro e la letteratura sono attività curative, che aprono gli occhi e non ti fanno più cadere.

Per questo aveva parlato di “libro medicina”?
“La tempesta di Sasà” è una medicina per chi lo legge. Io l’ho già presa: l’ho scritto per aiutare a uscire dalle proprie prigioni. È un romanzo salvifico, per chi pensa che sia finita, chi vive un disagio, depressione e abbattimento. Ci sono persone cadute che preferiscono rimanere a terra e raschiare il fondo anzichè rialzarsi: se leggi col cuore il libro, invece, ti permette di rialzarti e vedere che c’è sempre una via d’uscita, un’opportunità.

E come si vede Salvatore Striano oggi?
Sasà cambia tutti i giorni, migliorandosi. Il problema è che, a parte quelle poche persone che fanno il mio stesso percorso, molte altre peggiorano. Viviamo in una società indifferente, che volta la faccia dall’altra parte e non considera chi è senza voce, che poi gli punterà il dito contro. La gente si accontenta della sufficienza anzichè guardare alla qualità, tutti si sentono arrivati, stanchi e sfiduciati. Invece io mi sento come un bambino che deve compiere i primi passi, sono pieno di gioia e di voglia di fare.

Per concludere, quali sono i suoi progetti per il futuro?
Sto lavorando alla versione teatrale de “La tempesta di Sasà” e terminando il mio terzo libro, che si intitolerà “Giù le maschere”, una storia realmente accaduta che mi ha colpito molto e che ho vissuto durante le mie trasferte teatrali, conoscendo una casa famiglia. Poi ho partecipato a due film: “Falchi”, che uscirà il 2 marzo, e “Veleno”, di prossima uscita.

Ha un sogno non ancora realizzato?
Finchè avrò vita farò tutte le cose che ho in programma. Mi sto avviando alla mia prima regia teatrale, scriverò altri libri e se mi scrittureranno farò l’attore a teatro e al cinema.
Per essere felice mi basta un libro e vedere la persona che amo: semplicità e naturalezza sono meglio di tante aspettative.

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