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Unioni civili nello sgabuzzino, coppia gay vince ricorso contro il sindaco di Stezzano - BergamoNews
La sentenza

Unioni civili nello sgabuzzino, coppia gay vince ricorso contro il sindaco di Stezzano

Il Tar ha condannato il Comune di Stezzano a versare oltre quattromila euro alla coppia gay che aveva chiesto di unirsi civilmente e alla quale era stato messo a disposizione un vecchio stanzino

“Eccesso di potere per irragionevolezza, illogicità, manifesta ingiustizia”: è un passaggio della sentenza con la quale il Tar ha annullato la delibera del Comune di Stezzano e l’ha condannato a versare oltre quattromila euro a una coppia gay che aveva chiesto di unirsi civilmente e alla quale era stato messo a disposizione non il salone delle cerimonie ma un vecchio ufficio in disuso.

La vicenda risale allo scorso 16 ottobre, quando una coppia omosessuale formata da due 50enni residenti nel paese dell’hinterland, avevano fatto richiesta in Comune per unirsi civilmente.

Il sogno di congiungersi nel grande salone con affreschi e mobili d’epoca di Villa Zanchi, sede comunale, venne però infranto da una delibera della Giunta guidata dal sindaco Elena Poma (sostenuto da Forza Italia e Lega Nord): il Primo cittadino aveva infatti stabilito che la prestigiosa stanza fosse riservata solo alle coppie di sesso opposto, per quelle omosessuali venne indicato un vecchio ufficio, dietro a quello dell’anagrafe, angusto e pieno di documenti.

Uno spazio ritenuto fuori luogo dalla coppia gay, che aveva deciso di non celebrare l’unione lì. Sostenuta dall’avvocato Stefano Chinotti si era poi rivolta al tribunale amministrativo regionale di Brescia per contestare una decisione che aveva fatto molto clamore, tanto che il deputato bergamasco del Pd Antonio Misiani aveva avanzato anche un’interrogazione parlamentare.

Alla fine il Tar ha dato ragione ai due 50enni, ritenendo illegittima quella delibera e annullandola, oltre a costringere l’amministrazione comunale a pagare più di quattromila euro per le spese processuali (LEGGI QUI LA SENTENZA).

Un verdetto accolto con entusiasmo da Marco Arlati, presidente di Arcigay Bergamo: “Non avevamo dubbi che la questione si risolvesse in questo modo – le parole di Arlati – poiché si trattava di una decisione pesantemente discriminatoria, omofoba la definirei. Ora mi piacerebbe sapere se il sindaco pagherà di tasca propria l’indennizzo, oppure utilizzerà i soldi dei cittadini. Gli ho già posto la domanda nel corso dell’ultimo consiglio comunale, ma non ho ricevuto risposta”.

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