“The Visit”, docu-film sull’incontro uomo-alieni con forte vocazione filosofica
Mercoledì 2 settembre è arrivato a Bergamo ‘The Visit’, seconda fatica cinematografica del regista danese Michael Madsen. Un film documentario che racconta un evento mai avvenuto: il primo incontro dell’uomo con gli alieni.
Titolo: The Visit
Regia: Michael Madsen
Genere: documentario/fantascienza
Durata: 83 minuti
Voto: 6,5
Attualmente in visione: Conca Verde
Fanta-documentario, saggio o cos’altro? Difficile rispondere. Com’è difficile – se non impossibile – rispondere alle decine e decine di domande che si pone questo ‘The Visit’, seconda fatica cinematografica del regista danese Michael Madsen (no, l’omonimo attore di Hollywood non c’entra niente) dopo il convincente esordio con ‘Into Eternity’, altro documentario incentrato sul tema dell’energia nucleare.
A differenza del suo predecessore, ‘The Visit’ si propone di raccontare un’ipotetica invasione aliena attraverso la formula del finto documentario; formula che è stata recentemente utilizzata in alcune pellicole di successo come ‘District 9‘ (anche se il caotico action-mockumentary di Neil Blomkamp ha davvero poco o nulla da spartire con il pacato laboratorio filosofico eretto da Michael Madsen).
Volutamente disseminato di citazioni lungo tutto il percorso, ‘The Visit’ condivide con l’Odissea kubrickiana una pronunciata vocazione filosofica – nonché una serie di lunghe suggestioni visive e musicali che immediatamente rimandano al miliare capolavoro del 1968 – generando interrogativi su interrogativi che non per forza necessitano di immediate ed incontrovertibili risposte.
Del resto, l’essenza stessa della filosofia risiede proprio nelle domande, spesso di gran lunga superiori alle risposte.
Coinvolgendo alcuni pesi massimi del settore, tra i quali rientrano scienzati, teologi e psicologi – il film è stato realizzato accedendo ai documenti dell’Ufficio per gli affari spaziali delle Nazioni Unite – Madsen cerca di ricostruire le implicazioni socio-politiche di un’ipotetico tête-à-tête con i visitors di una razza aliena, mantenendo uno sguardo fortemente antropocentrico e trasformando quello che poteva sembrare l’ennesimo film sulle invasioni extraterrestri in una – forse troppo pretenziosa per essere condensata in 83 minuti – riflessione sulla natura umana; una natura allo stesso tempo affascinata dall’ignoto, ma incapace di accettarlo in quanto potenzialmente sovversivo e minaccioso.
Una delle tante contraddizioni e dei tanti paradossi insiti nell’imperfetta macchina umana; una macchina – altro focus del film – abituata a scrutare il mondo soltanto attraverso le lenti della propria sensibilità: Schopenhauer è dietro l’angolo.
Un lavoro singolare, in grado di stimolare la riflessione e di calamitare l’attenzione dello spettatore attraverso armoniose e ricercate sequenze visive (come quella della camminata verso l’astronave aliena, immersa in uno sfondo totalmente nero volto a simboleggiare l’ignoto), o l’uso continuo di rallenti (specialmente nell’inquadrare figure umane in movimento, quasi fossero bersagli facili, estremamente lenti, vulnerabili ed impreparati nell’affrontare una situazione di tale portata) e del fermo immagine.
Un materiale filmico difficile da etichettare, impreziosito dalla variegata e multiforme colonna sonora che dai grandi della musica classica (Bach, Strauss, Stravinskij) passa al minimalismo di Arvo Pärt e alla ‘Space Oddity’ di David Bowie, non a caso protagonista de ‘L’uomo che cadde sulla terra’ di Nicolas Roeg.
Certo, se vi aspettavate un minimo di brivido o azione, avete sbagliato… pianeta.
Fabio Viganò



