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Crisi Faac di Grassobbio, la protesta arriva troppo tardi L’arcidiocesi non intercede più

Nella discussa vicenda della Faac di Grassobbio, azienda che ha deciso di delocalizzare in Bulgaria lasciando poche speranze a lavoratori bergamaschi, l’arcidiocesi di Bologna non ha più potere. E tanto meno la diocesi di Bergamo.

A questo punto l’unico che potrebbe intervenire è Papa Francesco. Sì, perché nella discussa vicenda della Faac di Grassobbio, azienda che ha deciso di delocalizzare in Bulgaria lasciando poche speranze a lavoratori bergamaschi, l’arcidiocesi di Bologna non ha più potere. E tanto meno la diocesi di Bergamo, chiamata in causa dal segretario leghista Daniele Belotti sul palco della Bèrghem Fest di Alzano Lombardo (leggi qui). “Vogliamo un incontro con il vescovo Francesco Beschi – ha detto Belotti – per chiedere di riservare a queste famiglie lo stesso trattamento che viene garantito ai clandestini”.

Quella di Belotti è una pia illusione. La questione Faac di Grassobbio è nata anni fa (Bergamonews ha dato notizia delle prime preoccupazioni già nel 2011, leggi qui) e ora trovare una soluzione positiva al futuro dei lavoratori è impresa proibitiva. Occasioni per intervenire, anche da parte della politica, non sono mancate. Sono state scritte lettere, indetti scioperi e assemblee.Decine di articoli di giornale sono stati dedicati alla crisi dell’azienda. Addirittura i sindacati avevano proposto ad addetti e operai di lanciare un’azione eclatante: manifestazione con striscioni e fischietti sotto la sede dell’arcidiocesi di Bologna. La risposta dei lavoratori è stata negativa.

LA GESTIONE SOCIETARIA – Perché l’arcidiocesi non può più intercedere? Perché è ancora proprietaria ma ha deciso di conferire l’intero gruppo in un trust. Si tratta di un istituto giuridico con cui “una o più persone – disponenti – trasferiscono beni e diritti sotto la disponibilità del trustee, il quale assume l’obbligo di amministrarli nell’interesse di uno o più beneficiari o per un fine determinato”.

“Fin dal momento del doveroso atto di accettazione dell’eredità – si legge nel comunicato diffuso lo scorso 4 giugno dall’arcidiocesi di Bologna -, l’Arcivescovo aveva pensato alla rinuncia totale della gestione diretta, sia perché i doveri di un Vescovo sono altri sia perché si riteneva – come si ritiene – assolutamente incompetente ad un tale compito. Aiutato da persone molto competenti e dopo lunghe riflessioni, si è giunti alla conclusione di costituire il Trust. Con questo atto, come già in precedenza preannunciato ed a compimento di un lungo iter, l’Arcivescovo ha posto fine alla gestione diretta della società da parte dell’Arcidiocesi di Bologna, consegnando l’azienda da tale giorno nelle mani dei tre fiduciari”.

IL PASSATO – Fino all’avvento del trust la Faac era una multinazionale posseduta al 66% da Michelangelo Manini, figlio del fondatore dell’azienda. Il restante 34% era nelle mani dei francesi di Somfy, che hanno tentato più volte di acquisire il gioiello italiano. L’imprenditore muore nel 2013 e nel testamento lascia tutto in eredità alla chiesa cattolica, che attribuisce la proprietà all’arcidiocesi di Bologna. A questo punto si apre un contenzioso tra i parenti e l’arcivescovo, che nonostante le offerte mirabolanti dei francesi (si parla addirittura di un miliardo di euro) non cede nulla rispettando la volontà di Manini.

L’ultimo anno è stato decisivo: l’arcidiocesi è riuscita a trovare un accordo con i parenti dell’imprenditore, a liquidare Somfy e a dare vita al trust. In tutto questo baillame a farne le spese è la sede di Grassobbio con i suoi 50 lavoratori. L’azienda è stata messa a disposizione a titolo gratuito per una eventuale nuova attività produttiva, con un contributo di diecimila euro per ogni operaio assunto a tempo indeterminato. I contatti non mancano. Ma di tornare sotto l’ala della società madre bolognese non se ne parla. Servirebbe un miracolo: del trust o, come detto, di Papa Francesco, alla guida della chiesa cattolica a cui Manini ha lasciato in eredità l’azienda. “Il lavoro è portare il pane a casa con dignità – ha dichiarato durante l’udienza con i lavoratori delle acciaierie di Terni -. La disoccupazione che interessa diversi Paesi europei è la conseguenza di un sistema economico che non è più capace di creare lavoro, perché ha messo al centro un idolo, che si chiama denaro”.