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Marco Vitale: Italcementi, un altro passo verso la colonizzazione del Paese - BergamoNews
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Marco Vitale: Italcementi, un altro passo verso la colonizzazione del Paese

Marco Vitale, economista d'impresa, commenta a Bergamonews la vendita dell'Italcementi al gruppo tedesco Heidelberg e inserisce l'operazione in un quadro più ampio, all'interno del Paese e del sistema Italia.

Marco Vitale, autorevole economista d’impresa, bresciano di nascita, milanese di residenza, ma cittadino del mondo per cultura, editorialista di molti quotidiani, autore di una sfilza di libri di economia, commenta a Bergamonews la vendita dell’Italcementi al gruppo tedesco Heidelberg e inserisce l’operazione in un quadro più ampio, all’interno del Paese e del sistema Italia.

Professore, ci dia la sua lettura di questa decisione che è parsa un fulmine a ciel sereno.

Un’operazione come quella dell’Italcementi richiede diversi approcci e infatti sono molti i punti di vista con cui finora è stata letta.

Per esempio?

C’è chi dice che è un segnale positivo, afferma cioè che gli investitori stranieri hanno riacquistato fiducia nell’Italia. E’ una lettura infondata perché questo non è un investimento estero, ma un’acquisizione industriale. L’investimento è quando gli stranieri comprano il due per cento di Unicredit, per intenderci. E non è nemmeno una fusione industriale.

Cos’è?

E’ una vera e propria cessione attraverso la quale un gruppo industriale italiano importante come dimensioni, come storia, come cultura industriale e buona governarce… diventa tedesco.

Da temere?

Non vuol dire, sia chiaro, che le fabbriche vanno in Germania: le fabbriche restano qui e probabilmente è vero che attraverso l’unione delle due strutture entrambe escono rafforzate non indebolite: si crea un grande gruppo mondiale.

Però?

Però chi comanda sono i tedeschi, inutile illuderci: chi trarrà i frutti sia in termini economici che di potere è il gruppo tedesco Heidelberg.

Italcementi si rafforzerà come impresa?

E’ possibile, questo sì, ma il comando passa in Germania.

Cosa significa?

Significa che il territorio e il Paese si impoveriscono perché c’è un’altra fetta importante del territorio industriale italiano che passa in mani straniere. Questa operazione, se fosse isolata o relativamente isolata certamente ci farebbe riflettere ma non lanciare un grido d’allarme così alto come io lo lancio. Ma se lo vediamo non dal punto di vista della famiglia, degli azionisti, ma del territorio e del Paese dobbiamo leggerlo inserito in una catena implacabile di cessioni che toccano tutti i settori e tutte le dimensioni.

Ce ne ricordi alcune.

La Ducati diventata tedesca (ha avuto vantaggi ma comandano in Germania); la Merloni, che ha fatto la storia degli elettrodomestici, ora è americana; Valentino, splendido marchio di stile, ora è arabo; la più bella società di rilevazione sul mercato, la Eurisko, è passata in mani tedesche. E come non ricordare il grande botto della Pirelli diventata partecipazione statale cinese? La Pirelli che qualche decennio fa fece la propria battaglia per comprare la Continental tedesca. Ma ne vedremo altri.

Ne è convinto?

Sì. Quelli che esauriscono il senso dell’impresa nella loro stessa persona: sono tanti per esempio nel mondo della moda e seguiranno la via di Valentino.

Cosa succede?

Noi siamo chiaramente di fronte a un processo storico di lungo respiro di colonizzazione del nostro Paese.

A cosa è dovuto?

Sostanzialmente al declino degli imprenditori. E’ il loro declino come classe dirigente. Ma non solo. C’è anche la mancanza di una politica economica industriale che svolga da guida e riferimento.

Quindi non vede lo Stato come possibile salvatore di questa colonizzazione?

Guardi, il Fondo strategico italiano, nato per volontà dell’allora ministro Tremonti (nel 2011), è fallito, peggio, è inesistente. Non poteva non fallire perché è stato affidato a persone che non erano preparate, a operatori mobiliari, ora a operatori di mercato, privi di visione industriale.

E’ una realtà ineludibile?

Diciamo che siamo entrati in una fase di colonizzazione molto grave. Con alcune eccezioni, è vero. Come la Ferrero che fa lei acquisizioni all’estero. Ma sono situazioni consolatorie. Come consolatorie sono la squadra positiva e bella delle medie imprese, peraltro tante in terra bergamasca, brave, ma troppo deboli per questo mercato internazionale.

Esiste una ricetta per invertire la marcia?

Avere pazienza circa 200 anni.

Cosa?

All’inizio del Seicento l’Italia era il Paese più forte, più ricco d’Europa, gestito da famiglie potenti, ma famiglie appunto che con l’avvento di organizzazioni più complesse si sono squagliate. E in qualche decennio l’Italia è diventata una colonia spagnola. Un dominio durato 150 anni… ecco.

In quest’ottica cosa avrebbe potuto fare Italcementi per non diventare tedesca?

Nel cemento in Italia ci sono i Buzzi. Perché non tentare un’unione con loro prima di affrontare il mercato internazionale?

Lei pare pessimista…

La plancia di comando si sta trasferendo. A coronare il tutto la Banca d’Italia sta cercando di distruggere il credito cooperativo che sostiene la nostra piccola media impresa. Come si può essere ottimisti? Poi, sì sopravviveremo, vivremo anche bene. Ma non saremo noi a prendere le decisioni.

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