Opel Omega Lotus, un gioiello "inguardabile" dal motore stupendo - BergamoNews
Brutte e cattive

Opel Omega Lotus, un gioiello “inguardabile” dal motore stupendo fotogallery

Il nostro Giovanni Volpe si tuffa in un'operazione "nostalgia" tornando all'inizio degli anni '90 per analizzare quello che fu un fenomeno del momento: la Opel Omega Lotus, tanto brutta da vedere quanto potente e cattiva sulla strada.

Si sa, per tenere a bada il vostro colesterolo il massimo continua a essere assumere Omega 3… Ma circa vent’anni fa c’era un altro “omega” col quale sfidare, su strada, le leggi della fisica e curare il morboso desiderio di andar forte. Come? Assumendo tutti d’un fiato i trecentosettantasette cavalli di potenza che galoppavano sotto il cofano di una delle più brutali, emozionanti, inutili e non esattamente belle berline di tutti i tempi, la Opel Omega Lotus.

Il costruttore anglo-tedesco, infatti, stanco del dominio incontrastato delle connazionali ipervitaminizzate Mercedes AMG e BMW “M”, si rivolse a un marchio specializzato in fatto di prestazioni, competizioni ed emozione, Lotus appunto. La gestazione di quella che per anni e anni fu la berlina più veloce, oltre che ovviamente meno aggraziata, del mondo, non fu affatto semplice; questo perché i tecnici Opel, inizialmente, si erano messi in testa di trapiantare nel cofano dell’anonima ma molto aerodinamica berlinona tedesca, niente meno che il V8 a stelle e strisce della Corvette ZR1 dei tempi.

Fallita l’operazione – con i designer tutti intenti a rendere pressoché inguardabile la linea di una vettura ancora tutta da fare – i tecnici Lotus decisero di dopare pesantemente il 3mila a sei cilindri che già equipaggiava la Omega; risultato: due turbo Garret T25, enormi intercooler per non bruciare tutto, e la bellezza di 377cv imbizzarriti. Una volta definiti gli ultimi dettagli meccanici – come i freni tutti enormi e autoventilanti e il cambio a sei marce della “Vette” – era il momento di scegliere il design definitivo della vettura; ed ecco che ebbe inizio il festival dell’horror di casa Opel. Paraurti anteriore enorme e pieno zeppo di prese d’aria – utili ma davvero eccessive -; bombature anteriori e posteriori sostanzialmente ottenute incollando passaruota a go go; “minigonne” degne della più volgare delle conigliette, e cerchi in lega belli ma piuttosto piccoli, soprattutto davanti, a fatica in grado di riempire tali curve da tuning selvaggio.

Ma ora eccoci giunti all’apoteosi dell’azzardo estetico: l’alettone posteriore, il mostruoso e sovrabbondante alettone posteriore; pareva un prototipo di ponte sullo Stretto con l’aggravante, però, di essere reale. E gli interni? Una tristezza senza precedenti, fatta di sediloni sportivi rivestiti di pelle trapuntata del divano della nonna, un volantone Opel con la targhetta Lotus al centro, e nemmeno l’ombra di strumenti supplementari, manco uno straccio di manometro del turbo.

Ma ora è tempo di essere meno superficiali e di concentrarsi su ciò che rendeva a suo modo meravigliosa la Omega Lotus, la sostanza, la cattiveria; e in questo, credetemi, la Omega Lotus, non aveva rivali: trazione posteriore senza alcun sedativo elettronico, sei cilindri, due turbo e la bellezza di 377 cavalli. 

Una vettura da sogno, castiga Ferrari e Porsche… sul dritto… che, anche grazie all’impronta a terra dei suoi pneumatici – quelli dietro erano più larghi! – riusciva a prodursi in accelerazioni brutali, da cattiva di razza: 5.1 secondi netti nello 0/100 e un crescendo mozzafiato sui 400m e sul chilometro.

Dimenticavo: la velocità massima effettiva: 283Km/h. Gli unici che all’inizio degli anni ’90 furono in grado di essere più rapidi di lei? Beh, i danarosi appassionati che non esitarono ad assicurarsi uno dei soli 1100 bruttissimi ma cattivissimi esemplari prodotti.

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