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Com'era bello quando nessuno poteva commentare gli articoli - BergamoNews
La provocazione

Com’era bello quando nessuno poteva commentare gli articoli

Quanto han cambiato la sensibilità e la vita di un giornalista internet e i social? Una provocazione. Una riflessione tra il serio e il faceto, ma in fondo un po' realistica, di Matteo Bonfanti, direttore di Bergamo&Sport.

Quanto han cambiato la sensibilità e la vita di un giornalista l’online e i social? Una provocazione. Una riflessione tra il serio e il faceto, ma in fondo un po’ realistica, di Matteo Bonfanti, direttore di Bergamo&Sport.

Fino a ieri pensavo di essere completamente immune ai commenti ai miei articoli. Credevo insomma che non mi interessassero e che, quindi, non cambiassero di una virgola né il mio modo di scrivere né, tantomeno, ciò che penso e che sostengo pubblicamente.

Mi illudevo.

E me ne sono accorto l’altro giorno, leggendo su facebook un post tremendamente acido sotto al link di un mio pezzo.

Ignoro chi sia l’autore, un tipico leone da tastiera che si nasconde dietro a un soprannome, e poi non è importante. Il problema è tutto mio, che mi sono accorto che ero incazzato nero, arrivando a pensare di chiamare dieci amici di quelli giusti per andare a tirargli quattro bastonate in testa.

Poi mi sono calmato, ridimensionando la cosa, quindi mi sono messo a pensare a questi miei vent’anni di giornalismo.

Internet mi ha trasformato.

Mi metto a lavorare per catturare dei mi piace, finisco a pezzi se qualcuno mi critica. La rete mi ha fatto perdere la libertà che avevo quando ho iniziato.

Rispondo a un pubblico, molto femminile, che ama i miei racconti autobiografici. Le mie lettrici e i miei lettori sono assai carini e io, via via, li ho seguiti lungo la strada dei buoni sentimenti, diventando una sorta di Madre Teresa lombarda, che perdona i suoi scatenati figli, commuovendosi mentre ne combinano di ogni e mettono a soqquadro l’intero mondo conosciuto.

Sono davvero così, dico anche nella vita. Prima no, ero più cattivo.

Scrivevo per dare dei dispiaceri. E mi garbava litigare.

Forse è l’età, che ho quasi quarant’anni, sicuramente è il web. Che ha reso noi giornalisti corretti perché spaventati dal giudizio degli altri, dalla lente di ingrandimento che sono i social network.

Adesso il nostro lavoro è più serio, perché se ci mettiamo a raccontare bufale ci beccano subito.

Ma è anche più grigio, meno creativo, da una parte per via della già spiegata interazione con chi ci legge abitualmente, dall’altra perché non ci sono più le pagine da riempire prima che il giornale vada in stampa.

E’ meglio o peggio? E’ diverso. Certamente è meno divertente.

Penso ai miei inizi, alla Gazzetta di Lecco, settimanale che da qualche mese ha cessato le pubblicazioni. E mi rivedo, un cretinetto nervoso e disperato perché è la mattina di venerdì e non ho nessuna notizia, manco una foto dell’immancabile gruppo di alpini ubriachi.

Mi viene l’idea, vado al colorificio vicino alla redazione e compero due bombolette rosse. Insceno una protesta della minoranza comunista contro Avogadri, sindaco leghista di Calolziocorte. Il primo cittadino è pure una brava persona, disponibile, ma io non ho manco un titolo forte, quindi vado a scrivergli degli insulti sul muro della stazione del paese, ma cerco di fare qualcosa di soft. Evito le parolacce: “Avogadri, sei un cetriolo fritto” oppure “Sindaco, hai la testa triangolare come quella delle vipere di montagna. Riflettici”.

Guardo le mani, sono tutte macchiate. Corro in Comune a intervistare il povero Avogadri, dotandomi di guanti, si preoccupa, mi chiede che cosa mi è successo, gli dico che ho un’irritazione e attacco con le domande: “Secondo lei, chi ce l’ha così tanto con la sua amministrazione?”.

Tralascio di rivelare la genesi di altre notizie bomba della mia carriera.

Ricordo con piacere l’intervista fatta al cane parlante di Cisano Bergamasco, la difficoltosa costruzione col Vinavil di un pesce a tre teste frutto del presunto inquinamento del fiume Adda, lo sbarco dei marziani in un campo della frazione La Sosta.

Lì ad analizzare se le navicelle arrivassero da Marte o da Saturno con un altro mitico sindaco, Vitali. Dietro di noi il contadino che muore dal ridere e ci spiega come si formano i cerchi nel grano. Dice: “E’ il tipo di semina che si fa”. Torno in ufficio e faccio finta di non saperlo. E in prima pagina finisce il mio pezzo, il terrore dell’imminente sbarco extraterrestre tra Lecco e Bergamo. Sono i visitors, ci ammazzeranno coi loro raggi laser?

Tornassi a fare quel tipo di giornalismo, tutti i miei pezzi finirebbero nella sezione “Non è lercio”.

Eppure un po’ mi manca, così come la rubrichetta dei miracoli che io, Isaia Invernizzi e Luca Bassi, altri due cronisti che ora raccontano sempre e solo la verità, scrivevamo il venerdì pomeriggio per il Giornale di Bergamo. Guarigioni miracolose più false che non si può, quasi sempre ad opera di Padre Pio e dopo un’immane sudorazione del malato in questione, spiriti che tormentavano interi paesi, grazie e voti minimal, posseduti dal demonio in giro di notte a Crespi d’Adda a tormentare vecchie vergini.

Eravamo comici, senza paura di esserlo. Perché i nostri deliri uscivano il giorno dopo in edicola, su un giornale di carta. Che non si può commentare. E buonanotte ai sognatori.

Matteo Bonfanti

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