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My Morning Jacket: guazzabuglio sonoro eppure… funziona!

"The Waterfall" non è facilmente etichettabile: dall’alt country, dall’Americana, dal rock anni ’70, alla psichedelia e, per gli amanti del genere. È come se in un disco si fossero incontrati Marvin Gaye, CSN&Y , i Traffic, gli E.W.& F, e… i Toto. E il risultato, chiarisce Brother Giober, è bello.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: My Morning Jacket

TITOLO: The Waterfall

GIUDIZIO: ***1/2

Beh, lo ammetto, dei My Morning Jacket non sapevo proprio nulla.

Gli articoli loro riguardanti che trovavo sulle riviste specializzate li saltavo a piè pari. Non so dirvi il perché. Non mi hanno mai dato la sensazione della qualità ed ho sempre, nel passato, fatto fatica ad inquadrarli in un genere.

The Waterfall è il settimo album della band se non erro (meglio, se Wilkipedia non erra) e viene pubblicato dopo il precedente, Circuital, del 2011. Nel mezzo, numerose collaborazioni, tra cui quella con Bob Dylan, innumerevoli concerti (da qui il mio errore nel considerarli una jam band), un disco solista e un’ernia del leader, Jim James, uomo il cui aspetto non potrebbe essere più distante dall’idea di rockstar.

Il titolo e l’immagine di copertina immagino siano lì a testimoniare l’idea del cristallino, di un qualcosa di estremamente fresco ed in effetti l’ascolto di The Waterfall rappresenta una sorta di bagno purificatore.

L’ascolto di The Waterfall ha ulteriormente rafforzato in me l’idea che i The Morning Jacket siano, stilisticamente, qualcosa di non facilmente etichettabile. Perché quello che troverete, ascoltando The Waterfall, è un guazzabuglio sonoro che va dall’alt country, dall’Americana, dal rock anni ’70, alla psichedelia e, per gli amanti del genere , anticipo sin d’ora la presenza di echi dei Supertramp e di tutto il movimento prog. È come se in un disco si fossero incontrati Marvin Gaye, CSN&Y , i Traffic, gli E.W.& F, e… i Toto. Un casino.

Però un nome di riferimento ve lo posso fare che è quello di Jonathan Wilson, ma prendetelo con le pinze perché di questo accostamento pare mi sia accorto solo io, leggendo un po’ in giro.

Il fatto è che però il disco funziona a meraviglia, e quel senso di stupore che nel passato, quando teen ager, provavo di fronte ai suoni che uscivano dallo stereo del disco appena comprato l’ho provato di fronte a questo lavoro.

Il rischio è quello di rimanere spiazzati di fronte a tanta ricchezza stilistica: passare dai sintetizzatori, al country, al rock più classico non è nelle capacità di tutti, anzi. Lo è invece nelle corde dei My Morning Jacket che il meglio di loro lo danno nei brani più sbilenchi, quelli all’apparenza low-fi, che però hanno alle spalle una complessità di struttura che apprezzerete soprattutto grazie a stereo di qualità. E se non avete stereo di qualità, francamente non sarà determinante, perché la qualità melodica di ogni singola canzone è sempre di alto livello e non vi sono scadimenti durante tutto il disco che pure è lungo (quella di cui vi sto scrivendo è la versione deluxe).

Si parte con Believe (Nobody Knows) con il synt in apertura e un ritornello che sa un po’ di plastica, di prodotto di facile consumo. Ma da momento in cui James urla Believe e il ritmo aumenta, beh allora è bene abbandonare ogni pregiudizio e lasciarsi andare, anche alle scorribande elettroniche. Il pezzo funzione alla meraviglia, il ritornello ti resta stampato nella mente e chissenefrega se la grana stilistica è forse un po’ grossa.

Se vi sentivate orfani dei Toto e delle loro irraggiungibili melodie degli anni passati verrà in vostro soccorso Compound Fracture, una composizione di alto livello, con una produzione perfetta da far apparire suoni e voce quasi lontani, in secondo piano. Ma cori e chitarre sono spiazzanti e alla fine si resta soggiogati dal gioco di seduzione che il rimando degli strumenti riesce a creare.

Echi di folk rock, quello inglese degli anni ’70, sono quelli di Like a River, un brano dove si lavora per sottrazione , solo voce e chitarra e poco più per evidenziare la bellezza della melodia, il suono cristallino. Ho sempre odiato il vibrato e la voce in falsetto o semi-falsetto, non qui. In Its Infancy (The Waterfall) ha un inizio che richiama in modo evidente alcune reminiscenze del prog degli anni ’70, quindi una chitarra ci fa piombare tra le più belle pagine dell’alt-country. Poi verso la fine il brano riprende anima, e l’ascoltatore viene rimbalzato… non ho ancora capito dove. So che ci sono dei suoni elettronici che però mi dicono poco in fatto di rimandi ma, fatto stranissimo, mi emozionano. Il brano è, di fatto, una minisuite, che dura quasi 6 minuti, all’interno del quale troverete tante idee sviluppate, tante sfumature diverse, da uscirne disorientati.

Quando ho ascoltato la prima volta l’intro chitarristico di Get The Point ho creduto di essere al cospetto di una cover di I write a Song for You degli Earth Wind & Fire. In realtà poi il brano assomiglia vagamente ad una vecchia canzone di Gilbert ‘O Sullivan (Alone Again) e poi a molte cose di Paul McCartney: insomma una sorta di gioiello pop e l’ennesimo guazzabuglio che però funziona perfettamente.

Spring (Among the Living) in un primo momento sembra la prosecuzione logica del brano precedente, poi però i colori e ritmi assumono contorni più decisi e il finale, con alcune fughe elettroniche, giunge del tutto inaspettato.

Ancora sonorità anni ’70 sono quelle di Thin Line, un brano sognante, rarefatto, che potrebbe benissimo essere tratto dal repertorio di qualche signore della black music di quegli anni; di grande effetto i suoni delle chitarre e il solo sul finire e perfetti i cori che danno un ulteriore senso di sospensione.

Big Decisions, suona lontana, voci e anche strumenti stanno quasi in sottofondo, non so che diavolo di effetto sia ma suona esattamente così. La melodia è tipicamente radiofonica e giunge, ancora una volta, diritta dagli anni ’70. Il brano ha delle reminiscenze psichedeliche grazie soprattutto al particolare uso delle voci.

Ancora chitarre acustiche ed ecco Tropics (Erase Traces), una ballata dalle tinte pastello all’inizio che poi, però, assume tonalità sempre più decise e suoni, per la prima volta più pieni. Anche qui il rimando è agli anni ’70 e, senza alcuna vergogna, a certi gruppi particolarmente inclini all’FM.

Particolarmente bella è Only Memories Remain, una ballata ancora sognante, piena di atmosfera, con una chitarra che ricorda, forse fin troppo, quella di alcune canzoni di George Harrison.

La prima Bonus Track è Hillside Song, la più riconoscibile nel genere, perché qui siamo in pieno country: solo voce e chitarra ed una melodia riconoscibilissima. La seconda è I Can’t Wait una ballata che mi ha ricordato Rodney Frame e i suoi Aztec Camera, leggera leggera e molto orecchiabile. Chiudono il tutto due versioni alternative di Compound Fracture e di Only Memories Remain, francamente inutili e buone solo per spillare qualche euro in più Non li conoscevo, ma i My Morning Jacket mi sono piaciuti sin dal primo ascolto.

La loro musica, certo derivativa, è però fresca e assolutamente piacevole. Un gran bel disco, nulla da dire.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Compound Fracture

Se non ti basta ascolta anche:

Jonathan Wilson – Fanfare

Mumford & Sons – Monster

Wilco – Summerteeth

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