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House of Cards è tornato con il solito grande stile Ma occhio ai segni di usura

La serie tv che vede protagonista lo spietato Frank Underwood è tornata con solito pieno di grandi ascolti. Ma dopo due stagioni stellari, questa terza campagna rischia di mostrare le prime crepe: serve un nuovo centro d'interesse capace di sfamare la bestia delle aspettative sempre più fameliche di fan e spettatori seriali.

La terza stagione di House of cards è ripartita mercoledì 4 marzo su Sky Atlantic con tutto il suo carico di brama di potere, cinismo e spietatezza a cui ci ha ormai abituati dopo le precedenti stagioni. Frank e Claire Underwood si ritrovano a loro agio nelle vesti di Presidente e First Lady e anche in questa nuova stagione si muovono con lucida e spietata ferocia fra gli intrighi di palazzo.

House of cards riparte da dove l’avevamo lasciata con Frank Underwood (Kevin Spacey) comodamente seduto sul più alto scranno della Casa Bianca. Al fianco la moglie Claire (Robin Wright), sua complice nelle più spericolate manovre di palazzo, altrettanto fredda e spietata. E i mesi passati dalla seconda stagione sembrano non esserci mai stati, mai trascorsi. Rieccoli, perfettamente a loro agio mentre si destreggiano con disinvoltura con strategie e logiche di potere il cui fine è il potere stesso: Frank e Claire che fanno Frank e Claire. In loro non vi è traccia alcuna di bene superiore o valore morale in nome del quale scendere a patti, se necessario anche con il diavolo. Non c’è tensione etica, vocazione utopica o imperativo di coscienza che orienti il loro agire: c’è solo tattica o strategia, un’eterna e complessa partita a scacchi giocata nel più assoluto vuoto cosmico, in assenza di forze capaci di limitarne l’azione.

Eppure, forse per questa inerzia esistenziale immutabile, giunti a questa terza stagione cominciano a mostrare qualche segno di usura. O, piuttosto, l’impressione è che la loro logica cominci a produrre una qualche insofferenza nello spettatore, perché non si osserva alcuna evoluzione psicologica nei due personaggi, quasi che la coppia viva una sospensione temporale in cui sappiamo bene che ogni minaccia sarà trasformata in opportunità, e una momentanea débâcle diverrà un’occasione per accaparrarsi un altro fetta di potere. E nelle prime due puntate è ancora questo il filo conduttore: sfiduciato dagli stessi democrats nella corsa per le successive presidenziali, Frank prima accusa emotivamente il colpo, poi si riassesta e infine passa al contrattacco. Con una determinazione ancor più lucida, feroce, spietata. Un giochino già visto, sia nella prima che nella seconda stagione. Claire che va sotto nella votazione per la carica di ambasciatrice all’ONU, incassa con disinvoltura, poi si rianima, infine divampa pretendendo – e ottenendo – che sia Frank stesso a nominarla, indifferente all’enorme conflitto di interessi derivante. Altro giochino già visto.

Intendiamoci, House of cards è ottimamente scritto, perfettamente diretto e magistralmente interpretato, quindi l’intero impianto regge alla grande e mantiene alto il tasso di interesse. Tuttavia, questa è la dinamica alla quale ci siamo ormai abituati e nella quale però i due personaggi risultano forse eccessivamente cristallizzati, come se non ci fosse mai un domani ma solo un eterno e indistinto presente nel quale ripetere ossessivamente gli stessi gesti. È quindi evidente che, avendo costantemente alzato l’asticella della qualità narrativa, in questa stagione Beau Willimon, autore e produttore, dovrà faticare non poco per trovare un nuovo centro d’interesse capace di sfamare la bestia delle aspettative sempre più fameliche di fan e spettatori seriali. È condannato ad alzare il tiro, c’è poco da fare. E probabilmente il rilancio potrebbe essere una qualche crisi di coscienza oppure un’ambizione ancor più smodata, magari quella di Claire, che verbalizza apertamente il desiderio di potersi un giorno sedere sulla sedia del marito-Presidente, prima donna nella storia degli Stati Uniti.


A brillare in questi primi capitoli del drammone politico è anche la stella di Doug Stamper (Michael Kelly). Ebbene si, Doug è vivo, viva Doug. Il tuttofare al servizio di Frank sembrava essere uscito di scena nel finale della seconda stagione; invece eccolo lì, messo maluccio e convalescente ma pronto a riscattarsi e a riprendere il lavoro sporco che il Presidentissimo non può più permettersi di fare. Doug non ha paura di avere le mani sporche e si muove in quella terra di mezzo che va dalla stanza dei bottoni alla strada, ugualmente a suo agio (o forse disagio) in entrambe le dimensioni.

Nota finale: dicono che il nostro premier Renzi sia un fan della serie e che in qualche modo il personaggio di Frank Underwood sia una fonte di ispirazione del Matteo nazionale. Per questo voglio sperare che qualche uomo di buona volontà faccia sparire il telecomando di Palazzo Chigi. Mica per niente, a giudicare dai commenti in rete di chi ha già visto tutti i nuovi episodi distribuiti da Netflix, questa nuova stagione si preannuncia veramente tosta e se non ricordo male davanti abbiamo la riforma della Scuola, della Giustizia, della Legge Elettorale e crisi geopolitiche alle porte dell’Europa. Ecco, non vorrei che il nostro giovane Primo Ministro si immedesimasse troppo con lo spietato Frank Underwood e si facesse prendere la mano.

Ivan Leoni

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