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L'esperto

Colombini: “Il Jobs Act? Una buona riforma ma non ha rotto tutti i tabù

Il Jobs Act ha riscritto le norme per chi si appresta ad entrare nel mondo del lavoro. Per il Governo Renzi è una grande riforma per migliorare il Paese, per i sindacati no. Abbiamo chiesto al ragioniere Sergio Colombini, consulente del lavoro, di analizzare gli aspetti positivi di questa legge.

Annunciato come una grande riforma, il Jobs Act è Legge. Ma davvero avrà risvolti positivi sul nostro Paese? Davvero farà tornare a crescere l’occupazione? Mentre i sindacati contestano questa riforma, abbiamo chiesto ad un consulente del lavoro, il ragioniere Sergio Colombini (esperto del settore e socio dello studio di Bergamo BNC, che per Bergamonews ha risposto a decine e decine di domande in merito al bonus degli 80 euro) di spiegarci alcune innovazioni del Jobs Act.

Andiamo subito al sodo: era davvero necessario il Jobs Act?

“Sì, ce n’era bisogno. Una riforma che semplifica le norme, anche se avrebbe potuto fare di più abolendo alcuni formalismi introdotti dalla “legge Fornero”, è sempre una buona cosa. Soprattutto in Italia dove siamo sommersi da codici e da troppe leggi che inevitabilmente portano ad una maggiore burocrazia il più grande male del nostro Paese”.

I sindacati lo contestano. Ci può dire un elemento positivo?

“Il Jobs Act ha delle cose buone al suo interno. Penso per esempio al contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. E faccio un parallelo: come il contratto a tempo determinato “acausale” che ha aiutato molte persone ad entrare nel mondo del lavoro e ha spinto molti datori di lavoro ad assumere, così questa nuova forma contrattuale promette buone aspettative, aprendo nuove opportunità di accesso al mondo del lavoro”.

Quali?

“Darà una possibilità al datore di lavoro di non legarsi per tutta la vita ad alcuni lavoratori dipendenti consentendogli di licenziare a condizioni prestabilite dalla norma. Infatti con le tutele crescenti il datore di lavoro, ancora prima dell’assunzione, sa quale potrà essere l’indennizzo minimo e massimo che dovrà corrispondere al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo togliendo così al giudice ogni elemento di discrezionalità e l’istituto del reintegro resiste solo in casi particolari quali i licenziamenti discriminatori”.

E questo è un aspetto positivo?

“Sì. Per la mentalità che abbiamo in Italia sì. Perché questo è il vero grosso problema dell’Italia: crescere!!! Ma se un’azienda cresce e supera i 15 lavoratori, in caso di licenziamento si applica l’articolo 18. Che è il “terrore“ delle aziende”.

Ma l’articolo 18 era una tutela.

“Che spingeva molte aziende a non crescere, a non svilupparsi. Così si correva ai ripari creando più aziende, magari collegate tra loro nello stesso stabile pur di sviare l’articolo 18. Ho visto imprenditori creare due aziende nello stesso capannone diviso da una sola tenda per superare quel vincolo. Un’assurdità. Un freno allo sviluppo”.

Mentre questo nuovo contratto a tempo determinato a tutele crescenti…

“Ha tolto un po’ di lacci e permetterà di far crescere le aziende. Anche perché sarà unito allo sconto contributivo dei primi 36 mesi. Facciamo due conti: un imprenditore assumendo oggi avrà un risparmio di 8.060 euro all’anno e così per 36 mesi: 24.180,00 euro in tutto. Non male direi…”.

Ma dopo 36 mesi, che cosa succede?

“Il datore di lavoro inizia a pagare i contributi normalmente”.

E per i dipendenti?

“Resta il tempo indeterminato seppur con le tutele crescenti”. Non c’è il rischio che il dipendente venga licenziato? “Ecco, in Italia si deve superare questo schema. Perché mai un imprenditore dovrebbe licenziare i propri dipendenti o collaboratori? Io ho avuto dal 1987 circa 150 dipendenti. Sa quanti ne ho licenziati in 28 anni? Due!!! Stamattina ero in un’azienda che ha otto dipendenti, di ordini non ce ne sono e tre di questi potrebbero restare a casa da subito. Ma quell’imprenditore mi ha detto che aspetta. Se fra sei mesi gli ordini ripartono non può permettersi di perdere i suoi collaboratori oggi, per assumere fra sei mesi del personale nuovo ma inesperto e da formare. Per questo si deve uscire un po’ dagli schemi che gli imprenditori sono tutti pronti a licenziare”.

Quindi non si devono temere nemmeno i licenziamenti collettivi?

“Io credo proprio di no”. Anche perché il cd licenziamento collettivo viene attuato solo quando la crisi è irreversibile e mettere a rischio la procedura, piuttosto complessa peraltro, a questioni spesso solo formali era una follia. Con il Jobs Act anche i licenziamenti collettivi non soggiaciono più alla “tagliola” dell’articolo 18".

Descrive il Jobs Act come una riforma positiva. È completa?

“Direi che è una buona riforma. Ma non è una rivoluzione. Si potrebbero fare degli accorgimenti al Jobs Act. Resta il fatto che ha toccato tanti aspetti. Il più importante è il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Ma anche la riforma degli ammortizzatori sociali che sono stati allargati ai co.co.co. ai co.co.pro. non è da poco”.

Qual è l’aspetto che meno la convince del Jobs Act?

“L’abolizione tout court dei contratti a progetto secondo me è un’assurdità, non si possono abolire così. Magari li avrei controllati di più, non certo cancellati. Ci sono tantissimi contratti nei quali il collaboratore si gestisce tempo e modalità della prestazione e dire che questi devono diventare tutti lavoratori dipendenti a tempo indeterminato vuol dire, di fatto, farli licenziare”.

Un esempio?

"Pensiamo ai tanti giovani che lavorano nel mondo dell’informatica, magari ancora studenti, che vengono chiamati a lavorare su specifici lavori ove possono sfruttare le loro indubbie competenze… Lavorano con tempi (orari e giorni di lavoro) assolutamente non regolabili e con modalità quasi del tutto autonome…come fanno ad essere inquadrati come lavoratori dipendenti? E non li si può obbligare ad aprire la partita iva con i costi che la gestione della stessa comporta solo perché non esiste più il cocopro!!!"

Altrimenti?

“Se non è possibile fargli un cocopro o si devono aprire una partita iva con i costi che la gestione della stessa comporta, oppure non li faranno lavorare… In ogni caso non li assumeranno mai!"

Ascoltandola pare che ci siano anche altri aspetti positivi che a me sfuggono.

“Questa riforma oltre a permettere davvero alle aziende di assumere con più tranquillità guardando al futuro e ai lavoratori di essere più sereni, innesca un meccanismo positivo che è la fiducia”.

Ma se è più facile essere licenziati… come si fa ad essere più sicuri?

“Un lavoratore avrà in tasca un contratto a tempo indeterminato. È questo quello che conta. Un contratto che gli permetterà di andare in banca e ottenere un prestito, un finanziamento, acquistare casa o l’automobile. Ci sarà più gente che potrà spendere perché questo contratto permetterà di avere maggiori sicurezze. Le persone insicure, quelle che non sanno che cosa avviene domani, non spendono e non comprano”.

Mi sta dicendo che il Jobs Act potrà avere anche dei risvolti positivi anche sui consumi e quindi sull’economia?

“Sì. Esatto”.

E quando potremmo vederli questi benefici?

“Credo a Natale, ci vorrà almeno un anno. Ma ci saranno”.

Ecco perché diceva che è una buona riforma.

“Sì, è una buona riforma ma non è una rivoluzione. Non si possono fare le rivoluzioni nel mondo del lavoro in Italia: in fondo secondo me non le vogliono gli imprenditori e non le vogliono i sindacati”.

Perché lei vedrebbe bene un rapporto di lavoro come avviene negli Usa in Italia?

“No. Non siamo e non saremmo pronti. Anche se per me rimane il rapporto migliore. Sarebbe più paritario e offrirebbe più opportunità generate dal mercato”.

Almeno questa riforma ci avvicina all’Europa, visto che si è sempre detto che da Bruxelles chiedevano riforme?

“Io so che chi ha aziende all’estero non investirebbe mai in Italia. Con il Jobs Act abbiamo fatto un salto in là di 50 anni, il problema è che eravamo fermi da decenni. Sono convinto che è un buon aiuto per far ripartire il Paese. Sempre che ci siano anche condizioni parallele. Le questioni internazionali hanno un peso non trascurabile sull’economia. Ma sono ottimista”.

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