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Il Concilio Vaticano II disse addio al latino e parlò ad una nuova Chiesa - BergamoNews
1965-2015

Il Concilio Vaticano II disse addio al latino e parlò ad una nuova Chiesa

Il 7 marzo 1965 Papa Paolo VI presiede la prima messa in lingua italiana nella parrocchia romana di Ognissanti sull'Appia Nuova. Fu un avvenimento, la gente si commosse perché vide che la Chiesa compiva un grande passo: senza tradire la tradizione, metteva i credenti in contatto diretto con il divino.

di Pier Giuseppe Accornero

«Si inaugura oggi la nuova forma della liturgia in tutte le parrocchie e chiese del mondo». Cinquant’anni fa, il 7 marzo 1965, prima domenica di Quaresima, Paolo VI presiede la prima Messa in italiano nella parrocchia romana di Ognissanti sull’Appia Nuova, affidata ai figli di San Luigi Orione.

«Un avvenimento» lo definì Papa Montini: «Questa domenica segna una data memorabile nella storia della Chiesa perché la lingua parlata entra ufficialmente nel culto liturgico. La Chiesa ha sacrificato tradizioni di secoli per arrivare a tutti».

Cinquant’anni dopo Papa Francesco presiede la Messa nella stessa chiesa e nello stesso giorno, sabato 7 marzo, per ribadire la validità di quella riforma coraggiosa. La gente si commosse perché vide che la Chiesa compiva un grande passo: senza tradire la tradizione, metteva i credenti in contatto diretto con il divino. Erano piacevolmente sorpresi, molti attoniti, parecchi impacciati, ma alla fine tutti contenti gli italiani che andarono a Messa. Poterono pregare, cantare, rispondere in italiano.

Mi si perdoni un ricordo personale.

Avevo 19 anni e nella mia parrocchia a Torino – un quartiere operaio, allora dominato dalle Ferriere Fiat e dalla Michelin, demolite da tempo – la Messa delle 9 era frequentata da frotte di ragazzini e ragazzine, rigorosamente separati. Ricordo la sorpresa, la gioia, l’entusiasmo e anche l’impaccio per le letture, le risposte e i canti in italiano «Al tuo santo altar; Signore, sei tu il mio pastor; Vieni, Signore Gesù». Solo pochi nostalgici mugugnavano: «Dove andremo a finire?».

La Messa nelle lingue correnti conosce una lunga incubazione. Rappresenta il primo e tangibile frutto del Vaticano II (1962-1965). Un abbozzo di riforma (1948-1955) con Pio XII riguarda la Settimana Santa, mentre Giovanni XXIII cancella dalle preghiere del Venerdì Santo quella «per i perfidi ebrei».

In Italia a uno dei risultati più significativi della stagione conciliare si giunge grazie alla Commissione episcopale per la liturgia, presieduta dall’arcivescovo di Bologna cardinale Giacomo Lercaro, mentre il vicepresidente era il torinese mons. Carlo Rossi, vescovo di Biella. Con una comunicazione di mons. Rossi del 21 dicembre 1964 la Cei emana «le direttive per la liturgia» che introducono i primi spezzoni della riforma: l’italiano nelle letture e in alcune parti della Messa; la recita o il canto tra celebrante e fedeli di «Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei»; negli anni successivi le preghiere dei fedeli, le nuove preghiere eucaristiche, i nuovi canti, la Concelebrazione, lo scambio del segno di pace; l’altare verso l’assemblea; la riforma di Sacramenti, dei sacramentali e della «Liturgia delle ore» (breviario); la riorganizzazione dell’anno liturgico e delle feste del Signore, della Madonna e dei Santi; l’introduzione dei laici, uomini e donne, nei ministeri: lettori della Parola di Dio e delle preghiere dei fedeli, ministri straordinari dell’Eucaristia distribuita in chiesa e recata ai malati, diaconi permanenti (solo maschi).

Novità anche per l’architettura, l’arte sacra e la musica. Nel 1969 Paolo VI promulga il nuovo «Messale romano» che recepisce il Vaticano II, proprio come nel 1570 San Pio V aveva emanato il «Missale romanum» secondo i principi del Concilio di Trento (1545-1563), e lo aveva imposto a tutta la Chiesa ponendo fine all’anarchia liturgica perché le diocesi – e spesso anche le parrocchie – seguivano testi, contenuti e riti diversi. Escono il «Lezionario», le «Norme dell’anno liturgico», il «Calendario romano generale», i «Lezionari» della domenica, della settimana, delle feste, dei Sacramenti.

Gli episcopati provvedono alle traduzioni e «calano» la riforma nella sensibilità e nella cultura della gente. Un lavoro immane. La riforma nasce dalla costituzione sulla liturgia «Sacrosanctum Concilium», promulgata dal Vaticano II il 4 dicembre 1963.

Definisce la liturgia «il vertice verso cui tende l’azione della Chiesa e la sorgente da cui scaturisce la sua forza». Dopo un proemio si articola in 7 capitoli: principi generali per la riforma e incremento della vita liturgica tra i fedeli; mistero eucaristico e partecipazione attiva dei fedeli; Sacramenti e sacramentali e riforma delle celebrazioni; ufficio divino; anno liturgico; musica liturgica; arte e sacra suppellettile.

Un plebiscito la votazione con il più elevato numero di consensi fra i 16 documenti conciliari: 2.159 «placet», solo 5 «non placet».

Il Vaticano II vuole la partecipazione dei fedeli e questa non avviene senza le lingue parlate. È assurda la critica che, con la scomparsa del latino e del gregoriano, si sia persa «l’atmosfera mistica» perché questa è data non dalla lingua ma dal raccoglimento e dal silenzio, dalla partecipazione dei fedeli. Non ha senso riunirsi in un’assemblea muta e sorda dove uno solo prega e canta per tutti e gli altri fanno da spettatori come belle statuine.

Prima la liturgia era un’«esclusiva» del prete: spalle al popolo, celebrava da solo in latino e cantava in gregoriano, nel silenzio dei fedeli: un chierichetto rispondeva per tutti mentre la gente recitava preghiere o biascicava rosari per proprio conto. Prima il popolo era tagliato fuori, non era ammesso, non capiva parole e gesti che il prete pronunciava e compiva.

Montini, da cardinale e poi da Papa, con squisita sensibilità, è uno dei più aperti propugnatori e difensori della riforma: «Uno dei temi, il primo esaminato e il primo, in un certo senso, nell’eccellenza intrinseca e nell’importanza per la vita della Chiesa, quello sulla liturgia, è felicemente concluso ed è promulgato. Esulta l’animo nostro per questo risultato. Noi vi ravvisiamo l’ossequio alla scala dei valori e dei doveri: Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale, primo dono che possiamo fare al popolo cristiano con noi credente e orante, e primo invito al mondo».

Osserva ancora: «Prima bastava essere presenti alla Messa, ora dobbiamo partecipare» con «una partecipazione piena, consapevole, attiva e fruttuosa». La scoperta della Bibbia è un altro, straordinario risultato: il popolo di Dio riscopre e conosce la Sacra Scrittura, si riappropria della Parola di Dio, può accedere alle ricchezze dell’Antico e del Nuovo Testamento in tutte le celebrazioni.

Una nuova traduzione è entrata in vigore il 2 dicembre 2007. Nonostante eccessi e abusi, esagerazioni e stravolgimenti, la riforma è il «grimaldello» del grande rinnovamento ecclesiale. Vale per tutte le riforme quanto scrive Papa Giovanni nell’enciclica «Ad Petri cathedram»: «Nelle cose essenziali ci vuole l’unità, in quelle dubbie la libertà, in tutte la carità». 

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