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Gamec ai Magazzini Generali Grido d”allarme di Artribune: “Progetto nella palude”

E' fermo il progetto che porterebbe la Gamec agli ex Magazzini Generali di via Rovelli grazie a un investimento da 4,5 milioni di euro proposto dalla Fondazione Banca Popolare di Bergamo. E la rivista specializzata Artribune dice la sua.

Per la nuova Gamec agli ex Magazzini Generali la Fondazione Banca Popolare di Bergamo, gruppo Ubi, ha messo sul piatto un investimento di 4,5 milioni di euro in un progetto firmato dalla studio bergamasco Traversi+Traversi: spazi espositivi ampliati dagli attuali mille metri quadri ai 5.655 su tre piani in via Rovelli più altri cinquemila che sarebbero destinati alla banca.

La proposta è arrivata nel 2010 ma, un rinvio dopo l’altro, è arrivato all’ostacolo più grande rappresentato dalla scadenza del mandato dell’amministrazione Tentorio e l’avvicendamento con Giorgio Gori alla guida di Palafrizzoni: l’iter per la realizzazione del progetto si è arrestato e i colloqui sono ripresi a luglio 2014, quando sono emerse le perplessità che il centrosinistra aveva già espresso quando sedeva nei banchi dell’opposizione, soprattutto aspetti urbanistici.
Artribune, rivista specializzata, lancia un grido d’allarme: ora il progetto è nella palude. 

Ecco l’articolo

Si sta trasformando in una melina insostenibile, anzi in una palude.

Strano, perché il sindaco che questa palude dovrebbe bonificare (e invece appare fare esattamente il contrario) è un renziano di ferro, uno che le paludi dovrebbe invece odiarle cordialmente. E invece…

Di cosa stiamo parlando? Dell’annoso e ormai famigerato caso dello spostamento della Gamec di Bergamo, storica e gloriosa galleria d’arte contemporanea.

Da una vita si parla di uno spostamento. La sede attuale è a dir poco inadeguata alle esigenze di un centro che si occupa di arte di oggi e un nuovo posto va trovato.

Le proposte sono state le più varie: pareva fatta per la Caserma Montelungo, poi però considerata troppo piccola; pareva fatta per l’investimento della Fondazione Credito Bergamasco che avrebbe contribuito all’ampliamento ma che poi scappò a causa dei tempi e delle burocrazie.

E alla fuga sembra essere destinato anche l’ultimo regalo, quello della Fondazione Banca Popolare di Bergamo. L’ente, afferente al Gruppo Ubi Banca, è pronto da anni a risolvere i problemi della Galleria diretta da Giacinto di Pietrantonio.

Una kunsthalle di medie dimensioni (5mila mq) negli ex Magazzini generali di Via Rovelli, nell’ambito di un ampio progetto urbanistico che vede presenti altre funzioni: spazi verdi, giardino di sculture, parcheggio interrato, auditorium oltre che centro polifunizonale della banca.

Tutto re-ga-la-to.

Un progetto, firmato dallo studio bergamasco Traversi+Traversi, di cui si parla dal 2010, che ha iniziato nel 2013 il suo iter ufficiale e che da quando sulla sedia di primo cittadino siede Giorgio Gori, renziano della prima ora, è finito nella palude.

Ma come, proprio un alfiere del renzismo che affossa le iniziativa per mesi e mesi – anzi, per anni – senza dire una parola chiara?

Il progetto appare avere dei difetti soprattutto logistici (è lontano dal centro e la viabilità potrebbe essere complicata), ma è comunque il migliore tra quelli girati.

L’amministrazione ha tutto il diritto di non volerlo, di rimandare al mittente il regalo, ma dovrebbe dire con chiarezza il perché: non va bene la posizione? Non va bene la viabilità? Non va bene il progetto architettonico? C’è paura che poi i costi di gestione siano alti (la fondazione copre lo start-up, ma poi è il Comune o chi per lui che deve provvedere)?

Non si capisce neppure leggendo e rileggendo tutta la ampia rassegna stampa uscita in questi anni.

Nel mentre il Comune farfuglia ogni tanto qualcosa sui giornali: “meglio il Palazzo della Libertà”, ma no lì deve andarci la Prefettura, “meglio il Palazzetto dello Sport”, che secondo il Sindaco – tenetevi forte – “ricorda il Guggenheim di New York”. Insomma una gran confusione che serve a lasciar tutto bloccato, a far passare i mesi e – questo è il rischio – a far passare la voglia al mecenate privato che potrebbe decidere di investire altrove.

 

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