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Di Vico: all’Italia serve nuova politica industriale Ma lo Stato ceda il passo fotogallery

Dario Di Vico, già vicedirettore e ora inviato del Corriere della Sera, a Bergamo per la "Serata per l'Imprenditore", iniziativa organizzata da Servizi Confindustria Bergamo, ha sottolineato i concetti contenuti nel suo ultimo lavoro "Cacciavite, robot e tablet": "C'è bisogno di una politica industriale plurale in cui lo Stato diminuisca le tasse e passi l'iniziativa a banche, fondi di investimento e multinazionali".

Lo Stato? Si faccia da parte. “C’è bisogno di una politica industriale plurale in cui lo Stato diminuisca le tasse e passi l’iniziativa a banche, fondi di investimento e multinazionali.

Il risparmio diventi capitale per le imprese, ci sono già diverse formule sul mercato, basta incentivarle” è la ricetta di Dario Di Vico, già vicedirettore e oggi inviato del “Corriere della Sera” per far ripartire le imprese.

Un’analisi e un progetto raccolti nel volume “Cacciavite, robot e tablet” edito da Il Mulino e presentato nel pomeriggio di mercoledì 28 gennaio nell’ambito del ciclo di seminari programmati per la "Serata per l’Imprenditore", iniziativa organizzata da Servizi Confindustria Bergamo con l’obiettivo di offrire agli Associati occasioni di approfondimento e incontro su tematiche di cultura d’impresa di ampia rilevanza e stretta attualità.

 

 

“Se sei anni fa, all’inizio della crisi economica, avessimo chiesto ad un tavolo di esperti quanto e come si sarebbe ripartito il mercato non avremmo ottenuto nessuna risposta che corrispondesse alla realtà di oggi – aggiunge Di Vivo – dove l’export italiano è aumentato notevolmente segno che chi fa impresa, seppure in condizioni avverse e critiche, ha saputo raccogliere la sfide e cercare mercati nuovi".

Che cosa serve allora alle imprese italiane per ripartire?

"Serve una politica industriale che non sia calata dall’alto. Lo Stato si faccia da parte. Ci può essere una politica industriale che non sia dello Stato, ma che trovi risorse per strada. Le previsioni del centro studi di Confindustria per il 2015 sono molto positive. A questo punto, se ci sono le condizioni di mercato, si apre una finestra per i prossimi mesi per un grande rilancio. Il risparmio c’è, specie in zone ad alta densità industriale. Occorre far affluire queste risorse alle imprese, per sostenere idee e progetti di politica industriale".

Come è possibile creare questo passaggio dal risparmio delle famiglie alle grandi imprese?

"Non si deve temere la Borsa. Occorre creare quei processi per poter accedere a quel mercato del credito che è fondamentale alle imprese. Servono i capitali pazienti che servono per far transitare i capitali alle imprese. Questo discorso però lo faccio in prospettiva per il 2015 non per gli anni a venire".

Ci sono imprese dalle quali dobbiamo imparare?

"Quando ero piccolo a fornire gli artigiani erano le ferramenta. Oggi rischiano di essere Leroy Merlen. I Francesi, e non solo, hanno compreso l’importanza del retail. Lo insegnano Ikea e Decathlon. Basti pensare ai nostri produttori di arredamento che cosa possono offrire, eppure Ikea ha saputo soffiare sotto il naso quel mercato. Da noi, l’unico esempio è Farinetti che ha creato una catena vendendo l’agro-alimentare. Non ci voleva molto, eppure questo è quanto accaduto".

Nel suo libro lei affronta il caso della Sanpellegrino.

"Sì, è un caso interessante perché la Nestlé ha deciso di fare della Sanpellegrino la sua acqua globale, investendo proprio qui. Il particolare è che l’acqua non puoi produrla altrove, si deve prendere alla sorgente, non è delocalizzabile". 

In questo quadro c’è anche un ruolo delle banche?

"Le banche attraversano una fase particolare. Se si chiede ad un banchiere oggi la politica della banca o le loro difficoltà, risponde sempre trincerandosi dietro Basilea. Oggi purtroppo non c’è un tavolo sul presente e sul futuro delle banche. Al risparmio oggi viene dato oggi lo 0,77%, se si dovesse dare quel denaro ad un imprenditore lo 0,77% è davvero un’inezia e saprebbe garantire un rendimento ben diverso. Le banche possono fare tantissimo, anche se oggi non ci sono più le divisioni tra banche commerciali e le banche d’affari, rivestono comune un ruolo decisivo". 

Che cosa contesta alle banche?

"Mi chiedo sempre se chi in banca analizza i progetti da finanziare proposti dagli imprenditori ha davvero la capacità di valutarli. Sarebbe davvero utile sapere che chi valuta abbia davvero le competenze. Purtroppo in questi anni la capacità di credito è andata diminuendo. E questo non è di certo un buon segnale".

Le banche popolari sono chiamate ad una nuova trasformazione: diventare società per azioni. Si può dare un giudizio? 

"No, non do giudizi. Secondo me le banche popolari davvero assicuravano progetti per il territorio all’altezza della situazione? E’ questa la vera ricognizione che andrebbe fatta. Questo sarebbe un passaggio in più che supera la polemica tra banchieri contro la banca centrale". 

 

 

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