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Progetti imprevedibili e opere in divenire L’arte secondo Rubbi fotogallery

Di lui parlano le sue opere, in divenire e imprevedibili come un gioco dell'oca nel cortile della Gamec. O Bounty, il tentativo di costruire un vascello in scala 1:1. Matteo Rubbi si racconta a Bergamonews grazie a The Blank.

Di lui parlano le sue opere, in divenire e imprevedibili come un gioco dell’oca nel cortile della Gamec. O Bounty, il tentativo di costruire un vascello in scala 1:1. Matteo Rubbi si racconta a Bergamonews grazie a The Blank. 

The Blank: Quando le chiedono di descrivere sinteticamente la sua ricerca, cosa risponde?

Matteo Rubbi: Ci provo parlando di un mio lavoro. Bounty, per esempio, è il tentativo di ricostruire pezzo per pezzo in scala 1:1 uno storico vascello. Mi sono però imposto di non farlo solo e di lasciare il lavoro aperto il più possibile al contesto dove di volta in volta prende forma. Questo ha portato il progetto, cominciato nel 2009, a non dipendere solo da me e a realizzarsi in modi, in luoghi e in tempi imprevedibili. Ecco, il mio lavoro è più o meno così.

TB: Ha partecipato ad un premio importante come il Furla. Ci parli di questa esperienza vissuta da un giovane artista.

MR: Il Premio Furla mi ha messo molto alla prova. Mi ha innanzitutto costretto a rileggere il lavoro fatto fino a quel momento e a rimetterlo in gioco. Nonostante la tensione e lo stress l’esperienza a Bologna (dove si è tenuta la mostra e la cerimonia finale) è stata molto bella e così il rapporto umano con gli altri artisti invitati e i curatori. Ricordo anche come il giorno dell’apertura della mostra tanti amici artisti sono venuti ad aiutarmi e supportarmi per gestire i lavori dentro e fuori lo spazio di Palazzo Pepoli (Marco, Derek, Carlo, Giovanni e Gemma): che dire, cose che non si dimenticano. La residenza seguita al premio mi ha catapultato in Arizona per diversi mesi, e mai avrei pensato fino a quel momento di trovarmi a lavorare in un deserto, tra riserve indiane, miniere, paesaggi mozzafiato e cucina messicana.

TB: La preoccupa il destino delle sue opere?

MR: Molte delle mie opere sono ancora in costruzione, come Bounty, citato all’inizio. Non vedo l’ora di vedere come potrebbe andare a finire, cosa potrebbe succedere ancora.

TB: Un artista italiano ha dichiarato: "Nel mondo dell’arte sei tu che scrivi le regole e sei sempre tu che devi rispettarle". Cosa ne pensa?

MR: Ci sono regole che esistono già, che quando sei agli inizi conosci bene. Il mondo dell’arte è regolato da tante convenzioni. Per scrivere le proprie regole bisogna sovvertire quello che si dà per scontato e appurato, ripartire da zero.

TB: Cosa significa appartenere al sistema dell’arte?

MR: Non ho mai riflettuto troppo su questa cosa, forse perché l’espressione sistema dell’arte non mi è mai stata simpatica, perché sembra rigida, mi fa pensare a gerarchie, a ordini, etc

TB: Questa intervista viene fatta in collaborazione fra BergamoNews e The Blank Contemporary Art. Una sua lettura su una realtà no profit che nasce prefiggendosi l’obiettivo di connettere enti pubblici e privati che si occupano di Arte, avvicinando sempre più persone al controverso mondo della creatività contemporanea.

MR: Associazioni e realtà radicate nel territorio ma con lo sguardo rivolto al mondo, che coinvolgono artisti, operatori culturali, attività locali e un pubblico sempre più eterogeneo sono preziosissime, aiutano uno sviluppo dell’arte in forme sempre più diverse, al di là dei mainstream e delle mode.

TB: Lei per chi fa i suoi lavori?

MR: Il "chi" di per sé non esiste, l’idea di "spettatore" o "destinatario" è astratta. Il "chi" è legato al contesto e cambia sempre, bisogna avere la pazienza di individuare il "chi" perché è un punto importante del lavoro, lo può far viaggiare, dilatare, può portarlo più lontano di quanto tu da solo non possa fare. "L’aura dell’opera si è spostata verso il suo pubblico" diceva qualcuno, ma allo stesso tempo anche l’"aura" dell’artista si sposta, includendo l’altro, il pubblico, le persone con cui sei, quelle con cui parli e a cui guardi. Il contesto è una cosa reale, pratica, ti costringe a metterti in discussione, a cambiare il tuo punto di vista, a moltiplicarlo, specie nel caso di progetti pubblici.

TB: Se la sua produzione perdesse d’intensità agli occhi del pubblico, come reagirebbe?

MR: Mi chiederei: sbaglio io o tutti gli altri?

TB: Una lettura sugli artisti-curatori.

MR: Alla bisogna, oggi lo siamo un po’ tutti: artisti e curatori e grafici e uffici stampa e allestitori e traduttori, eccetera. L’artista oggi, o il curatore indipendente, devono saper fare e organizzare un po’ tutto.

TB: immagini il suo lavoro fra 25 anni…

MR: Ah, domanda difficile. Mi spremo le meningi ma non mi viene nulla, a parte qualche film di fantascienza.

Chi è Matteo Rubbi

Nasce a Seriate nel 1980, nel 2005 si diploma presso l’Accademia di Brera, Milano. Nel 2006 partecipa al CSAV, Fondazione Ratti di Como (Visiting professor, Marjetica Potrč). Nel 2007 fonda insieme a Marco Colombaioni e Emiliana Sabiu, Cherimus, associazione no-profit, con sede a Perdaxius, un piccolo paese del Sulcis, Sardegna. L’obiettivo di Cherimus è di mettere in relazione l’arte contemporanea con istituzioni e iniziative locali sarde, europee e del Meditterraneo. Nel 2009 partecipa a Le Pavillon, programma di residenza del Palais de Tokyo, Parigi; nel 2012 è artista in residenza presso l’ASU Art Museum, Phoenix, US. Attualmente è in residenza con Cherimus al MACRO di Roma. Nel 2011 vince l’VIII edizione del Premio Furla. Espone con mostre personali in istituzioni come: Fondazione Querini Stampalia, Venezia; GAMeC, Bergamo; Combine Studios, ASU Art Museum, Phoenix. Partecipa a mostre collettive presso Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; Palais de Tokyo, Parigi; CNAC, Le Magasin, Grenoble; PAC, Milano; GAMeC, Bergamo; MART, Rovereto; MAXXI, Roma; MAN, Nuoro; Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano. Con Cherimus realizza progetti di cooperazione internazionale attraverso l’arte contemporanea come Chadal (2011), tra Senegal e Italia, e La biblioteca fantastica (2013), che ha coinvolto sei piccole librerie del Sulcis.

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