BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Grande Guerra, pillola 43 Battaglia della Champagne e stereotipo di trincea fotogallery

Nella prima battaglia della Champagne nacque lo stereotipo della guerra di trincea affibbiato alla Grande Guerra: nel dicembre del '14 dopo l'assestamento del fronte, in seguito alla battaglia della Marna e alla corsa al mare, divenne inevitabile, da parte dei contendenti, dare l'assalto al sistema trincerato opposto.

di Marco Cimmino

Se si sfoglia un qualsiasi manuale scolastico, nelle pagine riguardanti la prima guerra mondiale si troveranno definizioni diverse per un medesimo concetto: quella del 1914-18 fu una guerra di trincea. Si tratta, come queste pillole cercano di dimostrare, di una definizione parziale, riduttiva e semplicistica, di un conflitto che si rivelò assai diverso, a seconda dei luoghi, dei momenti e perfino delle condizioni climatiche.

Tuttavia, per quella sorta di “reductio ad unum” tanto cara alla scuola italiana (e perfino a qualche conferenziere delle nostre parti), la prima guerra mondiale rimane ancora legata ad un’unica idea polemologica: un tipo di conflitto che, come vedremo iniziava soltanto adesso, alla fine di dicembre del 1914, in quelle forme tanto note da essere divenute una sorta di apologo.

Perché, in realtà, la prima vera battaglia di quella lunga e gigantesca guerra d’assedio che caratterizzò il fronte occidentale fu la prima battaglia della Champagne. Fino a quel momento, infatti, si era trattato, anche ad ovest, di una guerra di movimento, con attacchi e contrattacchi capaci di spostare le linee di molti chilometri: cosa che, sul fronte orientale, sarebbe durata, in pratica, per tutto il conflitto.

La prima battaglia della Champagne venne combattuta perché, dopo l’assestamento del fronte, in seguito alla battaglia della Marna e alla corsa al mare, divenne inevitabile, da parte dei contendenti, dare l’assalto al sistema trincerato opposto: questa volta, toccò agli Alleati giocare la propria carta per primi, perché il comandante francese, Joffre, era intenzionato a concludere vittoriosamente la guerra in tempi brevi, nonostante tutti i segnali di opposta tendenza provenienti dall’andamento del conflitto. Perciò, egli, dopo alcune scaramucce vittoriose, di scarsa importanza, stabilì di lanciare un attacco in grande stile contro le trincee germaniche, da Nieuport a Verdun, nelle regioni dell’Artois e della Champagne, con finalità strategiche risolutive.

Quella di una rapida soluzione del conflitto era una pia illusione, ma, allora, era un’illusione ancora condivisa da molti. Primo obiettivo di questa offensiva erano i due salienti tedeschi che tormentavano le linee francesi: quello più grande, tra Reims e Verdun, detto saliente di Sayon, ed un altro, più piccolo, intorno a St. Mihiel.

Il piano d’attacco prevedeva un movimento aggirante, prodotto da attacchi da nord e da sud con forze numericamente preponderanti, contro alla 3a armata germanica che presidiava il saliente di Sayon, doppiato da un’offensiva nelle Ardenne, per precludere al nemico ogni via di ritirata ed annientarlo.

L’attacco doveva essere appoggiato anche da un’offensiva di disturbo, tra l’Yser e Verdun. L’offensiva cominciò con dei piccoli attacchi di sondaggio, verso sud, il 10 dicembre 1914: tra il 18 ed il 22 dello stesso mese, infuriarono scontri molto duri a Givenchy, Perthes e Noyon, che, però, non portarono ad alcun successo di rilievo dei francesi. In inferiorità numerica, i tedeschi si difesero sfruttando bravamente il proprio sistema trincerato ed il tiro incrociato delle armi automatiche, inaugurando un modulo difensivo che sarebbe divenuto abituale, nel resto del conflitto: assalti in massa di fanterie, contro difese fisse ben organizzate.

Non esisteva ancora l’idea di un bombardamento preliminare strategico né, men che meno, quella del “creeping barrage” o delle “Sturmtruppen”: si andava all’assalto alla garibaldina, con la baionetta e i trombettieri.

E fu un inevitabile massacro, tanto nel saliente quanto sull’Yser, nella Woevre o in Artois. I combattimenti continuarono senza sosta fino alla metà di febbraio del 1915, quando i francesi dovettero prendere fiato e subirono i contrattacchi nemici: essi ripresero poco dopo, fino al 17 marzo, quando Joffre, visti gli scarsissimi risultati, decise di sospendere l’offensiva.

L’avanzata degli Alleati non superò in nessun punto i 3 chilometri (massima distanza percorsa dalla 4a armata francese) a fronte di 100.000 perdite: le perdite tedesche furono quasi equivalenti. Si trattò, insomma, della prima battaglia davvero catalogabile come “guerra di trincea”, sia per l’andamento degli scontri che per il loro esito.

Paradossalmente, questo insuccesso, anziché convincere Joffre dell’inutilità della tattica dell’attacco frontale, lo indusse a perseverare con questo sistema, nella certezza che fosse il solo modo per sfondare le linee germaniche, prima o poi: di qui derivò la seconda, inconcludente, battaglia della Champagne, combattuta nell’autunno del 1915.

Curiosità: si fa presto a dire “trincea”

In questo breve approfondimento, dedicato alla trincea, di nuovo il nemico da combattere è il pressapochismo con cui, per solito, viene trattata la storia militare: si parla di trincee, ma, spesso, non si ha nemmeno una vaga idea di quello di cui si tratti.

Le trincee sono elementi fissi, di difesa o di manovra, che possono essere molto diversi uno dall’altro, a seconda dell’utilizzo, della situazione e del materiale a disposizione per apprestarli: inoltre, una trincea scavata con calma e con larghi mezzi apparirà differente da un riparo, scavato o innalzato in vista del nemico, quanto un condominio moderno può essere diverso dal Partenone.

Storicamente, il primo utilizzo di una trincea come elemento di manovra si dovette al generale confederato R. Lee, mentre le trincee protettive sono, in pratica, sempre esistite. Cominciamo col dire che le trincee non sono sempre opere di scavo: sul Carso, per esempio, dove il terreno era duro ed esposto, molto spesso la trincea era un muretto a secco, sormontato da sacchi riempiti con pietrisco, sassi o terra. Insomma, era una trincea sporgente e non interrata.

Poi, va detto che, specialmente sul fronte occidentale, la trincea (o, meglio, il sistema di trincee) era rafforzata da fortini e blockhaus in cemento armato, centri di fuoco blindati e strutture semipermanenti di ogni tipo. Va da sé che anche il concetto di “filo spinato” vada un tantino precisato: il termine “filo spinato” induce a pensare ad un unico filo, mentre, in realtà, si trattava di grovigli di reticolati e cavalli di Frisia, spessi molto metri ed ancorati al terreno per mezzo di paletti o travi, che si trovavano di fronte alle trincee, per impedirne l’invasione da parte delle fanterie.

Alcuni degli schemi allegati a questa pillola aiuteranno a meglio comprendere la struttura di una trincea di questo genere. La trincea, inoltre, non aveva mai andamento rettilineo: essa era una linea spezzata, intervallata da angoli ciechi, per evitare sia il disperdersi delle esplosioni sia il tiro d’infilata, se il nemico ne occupava un segmento. Infine, le trincee erano predisposte su diverse linee (sempre di prima linea si sta parlando) che andavano dai più avanzati “piccoli posti” fino alla linea di massima resistenza: queste linee erano collegate tra loro e alle retrovie da trincee perpendicolari alla linea del fuoco, dette “camminamenti”.

Tra le trincee opposte vi era la “no man’s land”, la terra di nessuno, che poteva estendersi per chilometri come essere larga pochi metri, a seconda dei settori. In tutta questa complessità e varietà di situazioni, di mezzi e di caratteristiche orografiche, apparirà chiaro che parlare di “trincea” come se si trattasse di un modello unico è semplicemente ridicolo.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

  1. Scritto da Tersilio

    Come sempre, molto chiaro, professore. Mi par di capire che le trincee che sono schematizzate qui, rispondano alle necessità di combattimento a fuoco, principalmente. Ma, mi chiedo, quali erano le strutture per la vita “di presidio” in trincea, negli intervalli preparatori e successivi alla battaglia? Dove potevano svolgere le funzioni ordinarie di vita queste truppe: dormire, nutrirsi, bere, lavarsi, escretare, proteggersi dalle intemperie, dalle malattie….ecc? Grazie.

    1. Scritto da Marco Cimmino

      Caro Tersilio, anche per la vita quotidiana le cose erano molto diverse a seconda di posizione, settore, stagione, situazioni eccetera. Per solito, tutte le attivitá, in prima linea, avvenivano di notte. Per i reparti che, a rotazione, occupavano la prima linea più esposta, è presto detto: facevano tutto in trincea, a parte lavarsi che, per i quindici giorni del turno, era un puro miraggio. Le trincee erano cimiteri, mense e letamai, molto spesso. Sarebbe più complessa, ma manca lo spazio.