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Delitto Puppo in Brasile Bertola: “Andai là, ma per mio figlio morto” fotogallery

"Andai in Brasile qualche settimana prima dell'uccisione di Roberto nel 2010, ma solo per risolvere una questione personale". Sono le parole pronunciate in aula da Fabio Bertola

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 "Sì, andai in Brasile qualche settimana prima dell’uccisione di Roberto nel 2010, ma solo per risolvere una questione legata a quello che pensavo fosse mio figlio, che era morto nel 2006 dopo un mese di vita ed era sepolto in un cimitero privato".

Sono le parole pronunciate in aula da Fabio Bertola venerdì 23 gennaio al processo per il delitto di Roberto Puppo davanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Antonella Bertoja.

L’imprenditore di Osio Sotto era stato assassinato nel 2010 in Brasile (dove era andato con la proposta fittizia di un lavoro remunerativo) all’età 42 anni, vittima – secondo l’accusa – di un agguato 

organizzato da Alberto Mascheretti, 44 anni di Sorisole, Valentino Masin, 46 anni di Verdellino e dallo stesso Bertola, 47 anni di Verdellino, per riscuotere cinque polizze “puro rischio morte” da 1 milione e 250mila euro e recuperare così i duecentomila euro persi con la società che gestiva l’Hemingway Cafè di via Borfuro, a Bergamo.

 Mentre i primi due hanno patteggiato una condanna rispettivamente a un anno e otto mesi e a un anno di reclusione con sospensione condizionale della pena, Bertola è ancora in carcere con l’accusa di aver ideato il delitto, che sarebbe poi stato portato a termine da Vanubia Soares da Silva, la 30enne brasiliana, sua ex compagna, accusata di aver agganciato Puppo e di aver contattato il killer, un ragazzino di 17 anni pagato poi 300 euro.

Bertola nel corso dell’udienza di venerdì ha ricostruito per prima cosa il suo rapporto con Roberto Puppo: "Lo conobbi nel 2003, durante una vacanza con amici comuni in Brasile – le parole dell’imputato – da lì iniziammo a frequentarci e a diventare buoni amici, anche con Masin. Nel 2007, per aiutarlo a sistemare la sua situazione economica, gli ho consigliato l’acquisto di un appartamento, che avrebbe poi potuto affittare. Gli ho pure mostrato un’abitazione, volevo dargli una mano". Durante la deposizione il padre della vittima, presente in aula, si è alzato e ha iniziato a urlare contro al presunto mandante dell’omicidio del figlio: "Basta, stai dicendo solo bugie". L’uomo, visibilmente scosso, è stato fatto momentaneamente allontanare". 

"Poi nel 2010 trovò una fidanzata brasiliana benestante – ha proseguito Bertola – . Mi disse che voleva andare là una settimana e organizzò il viaggio (durante il quale fu ucciso), stampando il biglietto da casa mia. Venni a sapere che si era anche interessato all’acquisizione del bar Hemingway. Prima di partire mi doveva una cifra tra i 60 e i 70mila euro, una somma nata da prestiti e debiti legati ad affari fatti insieme durante gli anni. Ma per me non è mai stato un problema quel debito: eravamo amici, sapevo che prima o poi mi avrebbe ridato i miei soldi. E soprattutto io ero in una buonissima condizione economica". 

Bertola ha parlato poi della sua relazione con Danubia: "La conobbi nel 2003, durante un viaggio in Brasile con un amico a Maceiò. Mi sembrava diversa da altre ragazze brasiliane di facili costumi. Mi ero infatuato di lei e commosso per la storia difficile che aveva alle spalle, con l’ex marito che la picchiava. Sognavo una famiglia con lei. Tornato in Italia iniziai a spedirle denaro per aiutarla, ma quando mi accorsi che le sue richieste si facevano sempre più insistenti, la cosa iniziò a piacermi meno".

"Venne in Italia un paio di volte, durante le quali conobbe i miei amici e anche Puppo. 

A fine 2005, poi, chiudemmo la nostra relazione, anche perchè io avevo incontrato la mia attuale moglie, cubana. Continuai comunque a mandarle denaro (in totale circa 70mila euro dal 2003 fino a pochi giorni prima della morte di Puppo, quando vengono registrati numerosi versamneti), anche perchè mi scrisse di essere rimasta incinta e che il figlio era mio, concepito l’ultima volta che venne da me. Scoprii solo il giorno dell’arresto, nel 2010, che in realtà non era mio. Juan, questo il suo nome, venne alla luce il 19 settembre 2006, ma un mese dopo morì per un problema respiratorio. Lo seppellimo in un cimitero privato, visto la situazione di quelli pubblici in Brasile".

"Lei insisteva per avere denaro per pagare la tassa del cimitero. Stufo di queste sue continue richieste, a metà 2010 decisi di andare in Brasile e sistemare la questione cimiteriale personalmente e una volta per tutte. Trovai l’offerta di un viaggio a Maceiò con un’agenzia in un villaggio, dove con me avrebbe alloggiato anche Vanubia: in questo modo mi avrebbe portato al cimitero da Juan per risolvere la cosa. Ma quando ci recammo là era chiuso e non potei chiudere la pratica".
E poi c’è la questione del nome falso con il quale compare la registrazione di Bertola in quel villaggio, che diventa Fabio Bertolazzi (che esiste realmente e fu inizialmente arrestato per sbaglio): "Non so, probabilmente il personale ha sbagliato a inserie i dati nella scheda e confuso i miei con quelli del signor Bertolazzi, che magari aveva alloggiato in quel posto".

Di lì a poche settimane, poi, il viaggio della morte di Puppo, ucciso proprio a Maceiò. Secondo l’accusa, un delitto pianificato da Bertola durante quella settimana in villaggio con Vanubia.      

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