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Hozier, dal super-singolo all’album: buon esordio, ma non fa il botto

Blues, gospel, soul, grande voce, ma un po' troppa cupezza per il primo disco di Hozier, commenta Brother Giober. Canzone della settimana: "Can’t Find My Way Home" dei Blind Faith, la ricordate?

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

ARTISTA: Hozier

TITOLO: Hozier

GIUDIZIO: ***

Hozier è un giovane cantautore irlandese che sta mettendo a soqquadro le classifiche di mezzo mondo con il suo singolo Take Me to the Church. I numeri sono impressionanti: primo nelle classifiche di moltissimi paesi, tra cui gli Stati Uniti, disco di platino un po’ ovunque, innumerevoli visite su Youtube e infine virus ad alto pericolo di contagio su Spotify.

Quello che sorprende è che il singolo incriminato non pare avere proprio le caratteristiche del brano di classifica, anzi. Il tema trattato è quello di un amore finito (e sin qui nulla di nuovo) e il genere musicale è quanto di più distante rispetto a quanto richiede il mercato.

Siamo infatti dalle parti del blues, del gospel, le atmosfere sono quasi religiose, i suoni non così famigliari.

Artefice del successo è certo anche il video che ha supportato il singolo, che tratta di un amore omosessuale e delle reazioni che questo suscita nella comunità dove il sentimento si consuma.

Anche l’aspetto di Hozier non è per nulla quello della star dei tempi nostri: look anni ’70 con capello volutamente scompigliato (ma qui è l’invidia a dettare le parole), atteggiamento perennemente pensieroso, abbigliamento “casual” o finto tale.

Dalle sue dichiarazioni, rilasciate un po’ ovunque, apprendiamo che i suoi ispiratori sono Nina Simone, Tom Waits, il soul , il gospel, Morissey e Lou Reed. Tutti nomi e generi a prova di critica. Troppo bello, forse, per essere vero!

Poi te lo ritrovi a suonare e cantare durante la sfilata di Victoria’s Street, o a X–factor, o a declamare le virtù di Spotify, ed allora è lecito domandarsi chi sia Hozier, un abile comunicatore, un ingenuo o cos’altro, se “ci è “ o “ci fa”.

Ma è forse più interessante scrivere del suo talento musicale e dei contenuti di questo suo primo lavoro che forse potrà non soddisfare tutti i palati, potrà incontrare le obiezioni della critica più intransigente ma che a me pare invece degno di considerazione.

Non è forse il capolavoro atteso, non bisserà il successo del singolo, perché un conto è la tristezza che dura i 3 minuti di un brano, ma quando riguarda un intero album può irritare o, semplicemente, dispiacere; tutto sommato però Hozier è un album di debutto di tutto rispetto, fatto di musica che poco concede alle mode e che, anzi, in alcune parti, risulta sin troppo rigoroso.

Il clima musicale è quello richiamato nelle interviste: il blues, il gospel (soprattutto), il soul ma quello di impronta più religiosa.

Il tutto è però fortemente caratterizzato dalla voce di Hozier, una voce importante, cupa, profonda, che, rende quasi improponibile qualsiasi confronto con artisti diversi e che risulta forse poco adatta ai ritmi veloci (assenti nel disco) e più invece alle ballate lente, introspettive.

Così oltre alla title track, di cui tutti sapete, spiccano sul versante di questo genere, la successiva e ancor più solenne Angel of Small Death and the Codeine Scene, con le sue sfumature gospel, o ancora la lenta, greve, To Be Alone, dove, con i dovuti distinguo, è possibile intravedere effettivamente l’influenza di Tom Waits e qualche similitudine con alcune composizioni dei Black Keys.

Solennità che è propria anche di Work Song, una canzone accompagnata per tutta la sua durata dal battito ritmato delle mani e con un coro in sottofondo che ne ispessisce la profondità e che rappresenta uno dei momenti più belli dell’intero lavoro.

Non vi sono tanti cambi di ritmo, in un’intervista rilasciata Hozier ha denunciato la sua scarsa attitudine a comporre canzoni allegre e forse è proprio così. Fa eccezione comunque From Eden, moderatamente ritmata, più leggera delle altre composizioni e nonostante ciò, certamente riuscita, oppure Someone New che, grazie anche ad un arrangiamento azzeccato, dà il senso di una maggiore soavità.

Il disco presenta anche alcuni brani nei quali le influenze soul sono più chiare che altrove: tipico è l’esempio di Jackie and Wilson, forse l’omaggio ad uno degli ispiratori di Hozier, Jackie Wilson, già citato anni addietro da Van Morrison; è tuttavia ancora la gravità della voce dell’artista a rendere il tutto più solenne e ad avvicinare le sonorità a quelle del gospel.

Vi è anche qua e là in più brani qualche concessione al pop, ed in questo le atmosfere di Hozier, vanno a lambire alcune sonorità ritrovate nel lavoro di esordio di Sam Smith.

Una certa noia l’ho provata ascoltando To Be Alone, troppo statica per potermi piacere, troppo scura nonostante alcune sonorità folk, così come poco riuscita mi è parsa It twill come back un brano che mi pare incompiuto.

Mi sono piaciute invece Foreigner’s God che, ipnotica, è pervasa da una sua inquietudine che ne movimenta lo sviluppo, così come Sedated, con il suo piano martellante, i tamburi profondi e un refrain per nulla scontato.

In A Week colpisce per la sua semplicità: il brano, cantato a due voci (la seconda è femminile) tradisce le origini irlandesi del nostro ed è dotato di una bella e melanconica melodia.

Sonorità ancora folk sono quelle di Like Real People Do, un brano quasi sussurrato, ma estremamente convincente che a me ha ricordato alcune atmosfere già incontrate in Quah di Jorma Kaukonen.

Infine folk-rock o qualcosa del genere è quello di Cherry Wine, registrata “live” che avvicina Hozier a certo cantautorato recente anglosassone (Jackie Bugg, Ed Sheeran etc). Il brano basato esclusivamente sull’accompagnamento della chitarra acustica è una delle cose più belle dell’intero lavoro, grazie alla sua grazia e delicatezza.

In definitiva Hozier non è un brutto disco, anzi è probabilmente molto meglio di tanta produzione odierna.

Una critica all’autore è quella di non aver dato prova di grande coraggio, ma di essersi abbandonato ad un cliché, evidentemente rodato, che viene mantenuto per tutto il disco.

Mi pare però palese che Hozier abbia potenzialità che potranno trovare definitiva espressione nei lavori futuri. Per ora accontentiamoci di questa prima opera che però reputo buona.

P.S. mi ero sbagliato, nella classifica di fine anno mi ero lasciato andare nel dire che Hozier sarebbe stato la rivelazione del 2015: beh non siamo a quel livello…

Se non si vuole ascoltare tutto il disco:

Take Me to the Church

Se non ti basta ascolta anche:

Sam Smith – In the Lonely Hour

Nina Simone – The best of…

Bon Iver – For Emma, Forever Ago

La Canzone della settimana:

Blind Faith – Can’t Find My Way Home

I Blind Faith sono stati un super-gruppo inglese composto da Eric Clapton, Ginger Baker, Steve Winwood e Ric Grech. Pubblicarono un unico album, omonimo, non particolarmente riuscito a mio parere soprattutto per la presenza di alcune atmosfere progressive non particolarmente ispirate.

All’interno del lavoro tuttavia spiccava la bellezza di questo brano, composto da Stevie Winwood, una ballata dalla melodia immortale che, credo, ognuno di noi, ancor oggi, conservi in qualche file remoto della memoria.

Il brano è stato interpretato tra gli altri da Joe Cocker, Bonnie Raitt, Styx ma probabilmente la versione più emozionante è quella che potrete trovare sul disco di Eric Clapton “Slowhand 35th anniversary” ed. de luxe, registrata dal vivo.

Ugualmente anche su Youtube innumerevoli sono i filmati: ho apprezzato particolarmente quello con Clapton, Winwood e Dereck Trucks registrato al Madison Square Garden. Un grande, grandissimo brano, rovinato solo da un testo francamente insulso.

Commenti

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  1. Scritto da Diego Perini

    I bellocci con talento dovrebbero metterci più impegno e qualche posa in meno. Questo è troppo ben suonato, prodotto ecc. Comunque tre stelle, voto medio con il rischio che diventi mediocre. Se poi si vuole gospel allora When I Reach That Heavenly Shore, volume 1, 2 o 3.
    CdS The Alps – The Coming Tide, psych-rock bucolico per bellocci.

  2. Scritto da brixxon53

    Io sono uno di quelli che avevano prenotato il disco di Hozier su iTunes, attratto dal singolo, che rimane infine la traccia migliore di tutto il disco. Comunque in generale è un bel disco, si fa ascoltare tranquillamente, anche se per la classifica 2015 speriamo in qualcosa di meglio. Canzone della settimana: lustrini, paillettes, divise, coretti, sudore e brillantina di Elvis the Pelvis. Da Elvis Live la tumultuosa Suspicious Mind, impossibile rimanere fermi. Buona musica a tutti.