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Grossman a Bergamo: “Senza libertà interiore siamo preda della paura”

Intervenendo a “Molte fedi sotto lo stesso cielo” per presentare il suo ultimo libro, “Applausi a scena vuota”, David Grossman ha commentato la situazione internazionale, concentrandosi sulle stragi di Parigi, ma anche sugli scontri israelo-palestinesi e sull’impatto che guerra e odio hanno sulla persona. Lo scrittore e saggista: “In un mondo complesso come quello attuale, è necessario coltivare la libertà interiore, altrimenti cadiamo nella paura”.

“In un mondo complesso come quello attuale, è necessario coltivare la libertà interiore, altrimenti siamo preda della paura e rischiamo di cadere in una spirale di violenza”. È con queste parole che David Grossman esorta a non perdere la speranza nella costruzione di un mondo più solidale.

Lo fa intervenendo a “Molte fedi sotto lo stesso cielo”, la rassegna organizzata dalle Acli di Bergamo per promuovere la convivialità delle differenze, in un teatro Sociale gremito che, per l’occasione, ha registrato il tutto esaurito: 540 presenti e oltre 4 mila richieste di partecipazione pervenute agli organizzatori.

Una serata con un pensiero speciale a Vanessa e Greta, le due cooperanti italiane rapite in Siria e liberate nei giorni scorsi, come ha spiegato, Daniele Rocchetti, vicepresidente delle Acli di Bergamo e coordinatore della manifestazione: “Vogliamo dedicare la serata a Vanessa e Greta, due ragazze che sono state liberate dagli orrori della Siria, che sono tornate tra noi. La loro passione e la loro generosità, al centro di affermazioni ciniche in questi giorni, in realtà devono rimanere un esempio, nonostante tutto, per tutti noi”.

L’iniziativa, che è stata l’occasione per presentare il nuovo libro dell’autore, intitolato “Applausi a scena vuota”, ha visto Grossman parlare a tutto tondo, commentando anche l’attualità e la situazione internazionale, concentrandosi sulle stragi di Parigi e sugli scontri tra israeliani e palestinesi. L’assessore alla cultura del Comune di Bergamo Nadia Ghisalberti lo ha salutato affermando che “per la città è motivo di orgoglio ospitare un uomo, un intellettuale, una voce che, anche davanti a tanti dolori personali e di popolo, rivendica la necessità di essere umani, persone che non si piegano all’orrore, alla guerra, allo stato delle cose, e che tengono viva la speranza che un altro mondo è possibile, a patto che tutti provino a fare la propria parte”.

Intervistato dal critico letterario del quotidiano “Avvenire” Alessandro Zaccuri e tradotto da Paolo Noseda (interprete di “Che tempo che fa, la trasmissione di Fabio Fazio, ndr), Grossman nell’illustrare le caratteristiche del suo ultimo lavoro precisa: “L’idea di scrivere il volume è nata 25 anni fa e, dopo un lungo percorso, ho trovato il modo giusto per raccontare questa storia. L’ho scritta utilizzando il linguaggio dell’umorismo, un umorismo cabarettista e caustico, in modo da trasmettere aggressività e poesia con una certa grazia. È stata una scelta importante, in quanto ritengo che l’umorismo dia flessibilità all’anima, che possa cioè far vedere noi stessi e il mondo diversamente, mentre solitamente siamo abituati a ragionare con punti di vista granitici, a considerarci secondo schemi rigidi, perdendo di vista le diverse dimensioni che compongono la nostra persona. Ed è necessario, dunque, riscoprire questa libertà interiore e questo dialogo con noi stessi e con gli altri, come la letteratura medesima, diventa condivisione e scintilla di comunità”.

In modo particolare, lo scrittore israeliano ha evidenziato l’importanza di coltivare alterità e solidarietà, senza ridurre i propri orizzonti a causa della paura dell’altro, di ciò che appare diverso. David Grossman ha dichiarato: “Il terrorismo, prima ancora di praticare violenza, ha lo scopo di ridurre le categorie primordiali dell’uomo, portandole al punto più basso possibile. Nei Paesi che sono maggiormente sottoposti ad azioni terroristiche, ad esempio, si tende a categorizzare sempre di più le persone. Si giunge alla situazione in cui, uscendo per strada, siamo portati a elaborare una serie di categorie a seconda del colore della pelle della persona che ci viene incontro, di come parla o di come è vestita. In questo modo, si rovina l’ordito sociale, ciò che in una società si è guadagnato spesso dopo anni di violenza, odio e barbarie, il senso di umanità che dovrebbe essere sviluppo e invito a coltivare quello che c’è di buono nel’uomo. Viviamo in un mondo complesso, con multiculturalità e parecchie religioni e, di fronte all’altro, si tende ad auto proteggersi. Ma ci troviamo di fronte a una grande sfida: educarci a guardare in faccia a questa realtà, altrimenti si soccombe. Ritengo, ad esempio, che l’invito del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu agli ebrei di tornare in Israele dopo le stragi di Parigi sia un grave errore, perchè sarebbe come ammettere la vittoria del terrorismo: per me è insopportabile pensare che qualcuno che abita da decenni nella propria casa debbano lasciarla o che i bambini non vengano lasciati andare a scuola per motivazioni di sicurezza. Penso che servano risposte diverse, volte a creare una situazione in cui le persone non siano tentate di soccombere alla paura, siano esse maggioranza o minoranza nella società”.

Infine, lo scrittore non manca di volgere un pensiero al conflitto israelo-palestinese: “Quando parlo di pace, parlo del rapporto tra pace e più profondamente la libertà, quella libertà che abbiamo dentro di noi. Molti europei hanno la fortuna di non ricordare periodi di guerra, perché sono sempre vissuti nella pace che dà libertà interiore. Io, invece, che vengo da un luogo segnato da situazioni di conflitto iniziate da più di 110 anni mi sento insorgere contro il fatto di non poter essere libero di non liberarmi dall’odio, di sentirmi odiato o di odiare a mia volta da così tanto tempo. Questa condizione è terribile e fa così tanta paura quando noi dobbiamo restringere i nostri cuori, la nostra anima e il nostro cervello, spaventati dal fatto di non avere la libertà. È come essere ogni volta feriti: l’impossibilità di vedersi liberi dall’essere un nemico e dall’essere considerati un nemico è estenuante e restringe il campo di visione mentale. La pace, per me, è importante non solo perchè potrà risolvere problemi territoriali, di sicurezza o idrici, ma perché potrà farci sentire tutti liberati, israeliani e palestinesi. Finalmente si potrà respirare a pieni polmoni e non vedere più solamente tutto ciò che ci minaccia, con una ridefinizione di se stessi come esseri liberi. E questo da un punto di vista della società e della nazione è importantissimo perché dobbiamo a tutti i costi uscire da questa spirale di violenza”.

Paolo Ghisleni

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