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Quella croce fuori casa del poliziotto “amico” che accusò il Bocia

"Testimoniai contro Claudio Galimberti a un processo e dopo pochi giorni mi trovai fuori casa una croce di legno. Senza contare le numerose scritte contro di me sui muri di Bergamo". Sono le parole di Luca Gambin, ispettore della Digos dal 1997 al 2009, al processo contro gli ultrà

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"Mi hanno spesso accusato di essere un amico del Bocia, ma non è così. Ricordo che nel 2002 testimoniai contro di lui a un processo e dopo pochi giorni mi trovai fuori casa una croce di legno. Senza contare le numerose scritte contro di me sui muri di Bergamo".

Sono le parole di Luca Gambin, in servizio come ispettore della Digos dal 1997 al 2009. Gambin è stato chiamato a testimoniare in aula giovedì 15 gennaio, nel corso del processo contro gli ultrà dell’Atalanta che si sta svolgendo al tribunale di via Borfuro davanti al giudice Maria Luisa Mazzola.

"Sono in servizio a Bergamo dal 1991 e dal 6 ottobre 1997, dopo un’Atalanta-Brescia, al dicembre 2009, sono stato ispettore della Digos e mi occupavo di tifosi – ha esordito l’agente presentandosi di fronte al pubblico ministero Carmen Pugliese – . Avevo rapporti con loro, e Claudio Galimberti era il nostro interlocutore principale.

Lo chiamavo spesso durante le settimane che anticipavano le partite a rischio. Ricordo, ad esempio, che prima di un’Atalanta-Fiorentina mi disse che sarebbe successo qualcosa. Queste indicazioni, per noi agenti, erano molto utili".

Nelle intercettazioni telefoniche avviate con le indagini, si possono ascoltare diversi insulti a poliziotti e carabinieri ("Sbirri di m…"). Addirittura, uno di loro venne avvicinato e minacciato durante il funerale di un parente. Gambin, invece, viene descritto come il buono, il bravo.

Per questo da alcuni era considerato un amico degli ultrà: "Ma non era così, ho redatto almeno la metà degli atti contro gli ultrà e il Bocia – ribatte l’ispettore in aula – e per questo ho ricevuto molti insulti e minacce.

Ricordo un episodio, all’inizio del 2000. Fui chiamato a testimoniare a un processo per alcuni scontri avvenuti nel corso della partita Alzano Virescit – Padova. Dissi che anche se quel giorno era incappucciato, tra i facinorosi avevo riconosciuto il Bocia e che lo potevo riconoscere anche se avesse indossato un sacco nero. Dopo alcuni giorni trovai fuori dal cancello di casa mia, a Colognola, una croce di legno e due sacchi neri.

Senza dimenticare le numerose scritte di quegli anni sui muri di Bergamo, con slogan del tipo ‘Gambin-izziamolo’. E io uscivo di notte con la bomboletta per cancellarle".

Gambin ha raccontato poi altri episodi legati ai tifosi e a Galimberti: "La mattina di domenica 26 ottobre 2009 ricordo che stavo per andare allo stadio per Atalanta – Parma. Ricevetti una telefonata del Bocia, mi disse che era a Livorno e stava per comprare un biglietto per la partita che la squadra nerazzurra avrebbe giocato lì nel turno successivo. Pur essendo già colpito da Daspo e quindi senza possibilità di entrare allo stadio, aggiunse che gli piaceva avere in tasca un biglietto della partita con scritto il proprio nome.

So che Galimberti – prosegue Gambin – aveva vissuto male i nostri arresti dopo gli scontri avvenuti nella partita contro il Catania del 23 settembre 2009, perché lui riteneva una cosa giusta e normale scontrarsi con le tifoserie rivali. Ma noi facevamo di tutto per impedire tutto ciò".

Fino a quando, a fine 2009, venne trasferito ad altro incarico. A maggio di quell’anno rimase ferito in un incidente stradale, e rientrò al lavoro a ottobre. In quel periodo venne contattato da uno degli avvocati degli ultrà, che avevano intenzione di pagare il conto dei danni provocati a un’auto della polizia durante gli incidenti con i tifosi catanesi e alleggerire così la posizione dell’accusa in vista del processo.

"Chiesi ai miei superiori, che mi sconsigliarono di dare indicazioni. Ma con quell’episodio, e per la convinzione che avessi buoni rapporti con il Bocia, dopo poche settimane venni trasferito alla sezione anticrimine. Ancora adesso non mi è chiara quella decisione. In ogni caso, da quel giorno, non voglio più sentire parlare di tifosi".

Sempre giovedì mattina ha testimonistao in aula lex presidente atalantino Alessandro Ruggeri (Leggi QUI) che ha parlato dei rapporti difficili con la tifoseria bergamasca, fino alla vendita della società all’attuale patron Antonio Percassi. 

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Commenti

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  1. Scritto da Sebastiano Trovesi

    Made in Bergamo (ITALY)

  2. Scritto da Luca Lazzaretti

    Sarebbe interessante sentire la voce del Percassi….

  3. Scritto da tex

    il calcio non c’entra nulla, sono solo delinquenti bastardi, ne più ne meno come jenny a carognaa …… l’ infame ( che comanda anche la polizia )

  4. Scritto da tex

    promiscuità e complicità tra ultras/atalanta/polizia ………. tutto il resto sono cazzate !

  5. Scritto da marco

    mettiamoci pure la “protezione” di certi politici….

  6. Scritto da Patrizio

    L’Italia deve dare un taglio a questi teppisti che rovinano il calcio. Le società sono responsabili di questi teppisti. La sicurezza la devono pagare le società di calcio non i cittadini della città, hanno migliaia di euro per pagare i giocatori e allenatori poi fanno pagare ai cittadini quello che distruggono: vetrine, auto, autobus, treni, feriti ai pronto soccorso…

  7. Scritto da Selfie

    Sarebbe meglio evitare di fare pubblicità a certi personaggi estremisti che godono di continui aiuti giornalistici per far risaltare il proprio nome o nomignolo.

  8. Scritto da pen

    Luca, persona umile, preparata ed onesta.

    ce ne fossero di persone come lui…

  9. Scritto da ancora

    fino a che non sarà chiaro a tutti che i tifosi sono quelli che vanno a vedere la partita e finita la stessa se ne tornano a casa, gli altri, i delinquenti, teppisti, i veri ignoranti, rimangono e mettono in pratica quello organizzato in settimana. continuare a chiamarli tifosi,vuol dire non voler risolvere il problema.