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Gli Oblivion a Bergamo: “Pronti a demolire Verdi e Shakespeare”

Sabato 17 gennaio il gruppo musicale-teatrale di cabaret degli “Oblivion” porterà al Creberg Teatro lo spettacolo “Othello, la H è muta”. Intervistato da Bergamonews, l’attore e cantante Davide Calabrese, che sarà tra i cinque protagonisti sul palco, ripercorre la storia del quintetto e presenta l’esibizione: “Siamo pronti a demolire l’Otello di Giuseppe Verdi e l’Othello di William Shakespeare, riscrivendo la tragedia in versione pop”.

“Siamo pronti a massacrare l’Otello di Giuseppe Verdi e l’Othello di William Shakespeare, riscrivendo la tragedia in versione pop”. È con queste parole che l’attore e cantante Davide Calabrese presenta “Othello, la H è muta”, lo spettacolo che lo vede protagonista nei teatri di tutta Italia insieme al quintetto musicale-teatrale di cabaret degli “Oblivion”.

Il gruppo porterà l’innovativa rappresentazione a Bergamo sabato 17 gennaio alle 21 al Creberg Teatro, in via Pizzo della Presolana. Accanto a Davide Calabrese i “mattatori” della serata saranno Graziana Borciani, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda e Fabio Vagnarelli, con la loro grottesca ironia. Oltre a recitare, interpretando ognuno un singolo personaggio, canteranno, accompagnati da musiche tutte dal vivo. Al loro fianco ci sarà il maestro Denis Biancucci, che si esibirà al pianoforte e ingaggerà con loro anche un esilarante match a colpi musicali.

In novanta minuti il quintetto giocherà a tutto campo con arie d’opera, canzoni pop, citazioni irriverenti e gag esilaranti. Le vicende di Otello, Desdemona, Cassio e Iago vengono rivisitate passando per Elio e le Storie Tese, Gianna Nannini, Lucio Battisti, Donatella Rettore, i classici Disney, l’Ave Maria (quella di Schubert ma non solo…), Little Tony, Pupo e molti altri. Nello stesso modo anche le arie di Verdi vengono riviste e mixate con il coro della Champions League, con Freddie Mercury, con l’Hully Gully, mentre i testi di Shakespeare vengono riscritti in stile Ligabue, Vasco Rossi e Dario Fo. Un esperimento ardito che i cinque artisti affrontano con totale naturalezza, caratterizzato da una notevole varietà di linguaggi e che si propone di divertire e conquistare ogni tipo di pubblico, dal più esigente al più scanzonato.

Abbiamo intervistato Davide Calabresi per conoscere meglio l’esibizione e la storia degli “Oblivion”. Immancabile, naturalmente, una buona dose di ironia e comicità, ma anche una profonda passione per l’arte.

Partiamo dal principio: il titolo dello spettacolo è molto curioso. Come lo avete scelto?

Il titolo, “Othello, la H è muta”, è stato ispirato da una frase pronunciata dall’attore Jamie Foxx, nei panni di Django Freeman, in un celebre dialogo del film “Django Unchained”, per la regia di Quentin Tarantino. In quella scena, rispondendo ad Amerigo Vassepi, interpretato da Franco Nero, risponde “D-J-A-N-G-O. La D è muta”. Lo spettacolo, invece, è ispirato all’Otello di Giuseppe Verdi e all’Othello di William Shakespeare, riscritti però con linguaggio pop. Siamo pronti a demolire questi due mostri sacri, proponendone una versione definitiva, più cialtrona della loro opera.

E come “massacrerete” questi due big?

Mettendo in scena uno spettacolo con cui raggiungeremo il punto più basso del trash: abbiamo depurato di tutto il superfluo il dramma di Otello e lo riproponiamo in una veste nuova e con testi rielaborati, inserendovi richiami musicali a Pupo e a Cristiano Malgioglio. Abbiamo ottenuto uno show rivolto a tutto il pubblico, non solo ad esperti ed appassionati: infatti, chi preferisce Giuseppe Verdi potrà trovare riferimenti al compositore, mentre chi ama Ligabue potrà apprezzare i richiami al cantautore viareggino. Sarà come trovarsi di fronte a una sorta di play-list di YouTube, con una varietà di artisti, con l’obiettivo di far trascorrere una serata divertente agli spettatori, senza voler stimolare alcun tipo di riflessione: in questo senso, si tratta di uno spettacolo inutile. Ci saranno numerose variazioni sul tema, all’insegna della parodia, che seguiranno però un filo narrativo ben preciso. Uno show in un’unica soluzione, senza quelle odiose pause che spesso dividono un primo atto dal secondo. Il tempo dello spettacolo, infatti, ha un ruolo non secondario.

Cioè?

La tragedia di Otello si consuma in maniera abbastanza rapida, in 48 ore. La dimensione temporale di un’esibizione, dunque, è concentrata e l’esibizione non supera i novanta minuti, ha un ritmo incalzante e scorrevole, in modo che gli spettatori non si annoino. Per questo, tendiamo a realizzare spettacoli brevi, come era accaduto per “I promessi sposi in 10 minuti”, il video che attraverso il web ha fatto conoscere gli “Oblivion” a un pubblico vasto.

Lo avete appreso dalle esperienze sul piccolo schermo?

Indubbiamente, perchè la televisione è un mezzo di comunicazione che richiede ritmi decisamente incalzanti, avendo tempi estremamente concisi. Lo abbiamo constato nelle nostre esperienze televisive a “Parla con me”, la trasmissione che era condotta da Serena Dandini su RaiTre, oppure a “Zelig”: in tv serve immediatezza e non bisogna riflettere troppo. Un’esperienza che rifarei, rivedendo i nostri pezzi per renderli maggiormente adatti a quel linguaggio.

Sul palco canterete e reciterete: siete un esempio di attori poliedrici?

Guardi, in realtà noi siamo muratori, meccanici, idraulici e macellai. Per l’occasione cantiamo e recitiamo. Invece, tenevo a sottolinearlo, il maestro Denis Biancucci, al nostro fianco sul palco, è veramente bravo.

La critica, però, ha espresso pareri in gran parte positivi…

Purtroppo la critica italiana è quella che è, lo sappiamo. Abbiamo abilmente acquistato i pareri positivi, con una tipica compravendita all’italiana…

E che tipo di riscontri avete ottenuto dal pubblico nei teatri in Italia?

Molto positivi. E i nostri spettacoli hanno visto la partecipazione di un pubblico estremamente variegato, che va dai bambini e i giovani agli adulti. Proporre opere culturalmente impegnate in versione pop, più moderna, permette di renderle fruibili a una platea più ampia e numerosa. Tra le esperienze che ricordo con maggior intensità c’è una premiazione delle “Cuffie d’oro” a Trieste, alla quale avevano partecipato anche artisti del calibro di Fiorello, che avevano cantato alcuni nostri pezzi: significa che li conoscevano e che non erano familiari solamente al pubblico di teatro o di YouTube. E ci ha fatto molto piacere.

Alcuni spettacoli degli Oblivion hanno avuto la regia di un artista noto, come Gioele Dix: che cosa vi ha trasmesso lavorare con lui?

Moltissimo. Se dovessi esprimermi utilizzando una sola parola, ad esempio lanciando un hashtag, utilizzerei la parola “condiviso”: ci ha trasmesso l’importanza di dar vita a spettacoli semplici, che abbiano una storia facilmente comprensibile, condivisibile dagli spettatori, altrimenti il teatro non funziona. Non significa effettuare lavori banali, ma leggibili da tutti, efficaci da un punto di vista comunicativo. Un concetto che abbiamo potuto ricavare anche osservando lo stile adoperato da Giorgio Gaber, ermetico e capace di arrivare dritto al pubblico.

C’è un artista a cui si ispira o che apprezza particolarmente?

Ce ne sono parecchi, ma se dovessi indicare un nome, sicuramente direi Gigi Proietti, un artista completo del quale non perdo uno spettacolo. È dotato di notevole completezza tecnica e sono convinto che, se fossimo in Inghilterra, sarebbe insignito del titolo di “sir”.

Secondo lei in Italia il valore artistico viene meno riconosciuto che altrove?

In Italia il valore assegnato all’arte è senz’altro diverso rispetto a quanto avviene in tanti altri Paesi. Non vuole essere una polemica, ma una semplice constatazione di un aspetto che caratterizza la nostra cultura: da noi l’artista, o un attore, viene considerato una persona estroversa, una persona che esegue un’attività vicina alla cialtroneria e non un mestiere nel senso comune del termine, come può essere un chirurgo.

Per concludere, quali sono i progetti per il prossimo futuro?

Personalmente, non farò il chirurgo e rimarrò agli Oblivion. Stiamo lavorando a diversi spettacoli, tra i quali ne spicca uno che sarà dedicato al Quartetto Cetra. Riprenderemo i loro spartiti e li faremo rivivere. In questo caso, saranno delle vittime felici: non abbruttiremo le loro canzoni, anche perchè non è facile riuscire a farlo. Sono come troll, che riescono sempre a ricrearsi, mantenendo inalterata la loro bellezza, dei diamanti che riescono ad essere sempre belli anche subendo diverse lavorazioni.

Paolo Ghisleni

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