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Misiani: i tagli alla spesa processo ambizioso rimasto a metà strada

Antonio Misiani, deputato bergamasco del Pd, analizza la Legge di stabilià 2015: "Nel complesso, siamo in presenza di una manovra da valutare in modo articolato. Molte scelte segnano finalmente una discontinuità con il passato, a partire dal rilevante allentamento del patto interno di stabilità, dalle misure di rilancio degli investimenti degli enti locali. SI poteva fare diversamente? Probabilmente sì. Uno dei nodi che rimangono, ancora una volta, aperti è la spending review. Un processo avviato con molte (forse troppe) ambizioni, ma rimasto finora a metà strada".

di Antonio Misiani

Approvata definitivamente la legge di Stabilità 2015 (legge 90/2014) possiamo dare una prima valutazione delle misure riguardanti gli enti locali. Il quadro è fatto di luci e ombre. Iniziamo dalle cattive notizie.

Una prima criticità è la ripartizione della manovra di bilancio.

La legge di Stabilità «vale», nel 2015, 34 miliardi di euro, di cui 21,3 miliardi sono minori entrate (contabilizzando tra queste anche il bonus Irpef 80 euro) e 12,7 miliardi maggiori entrate.

È una manovra moderatamente espansiva rispetto al quadro a legislazione vigente, che incorpora lo spostamento al 2017 del pareggio di bilancio (due anni dopo la data originariamente stabilita dagli accordi europei). L’onere della manovra è finanziato con maggiori entrate (11,6 miliardi), deficit aggiuntivo (5,8 miliardi) e tagli dì spesa (16,6 miliardi). Di questi ultimi, ben 8,1 miliardi (il 49% del totale) sono a carico di comuni, province, regioni. È una quota decisamente superiore al peso delle amministrazioni locali sul totale della spesa pubblica (29%), un comparto peraltro in pareggio (o avanzo) di bilancio dal 2012.

La manovra caricata sulle amministrazioni locali – tanto per fare un confronto – è quattro volte il taglio a carico dei ministeri, quantificato in 2 miliardi nel 2015. Il contributo maggiore è quello a carico delle regioni (4 miliardi), mentre 1,2 miliardi è il taglio del fondo di solidarietà comunale e 1 miliardo (che salirà a 2 miliardi nel 2016 e 3 miliardi dal 2017) è il contributo richiesto alle province e città metropolitane. Questi tagli si sommano a quelli decisi dal 2015 con il dl 66/2014. Sugli enti locali pesa anche l’avvio del fondo per i crediti di dubbia esigibilità, previsto dall’armonizzazione contabile, che equivale ad un taglio di spesa 1,9 miliardi annui a partire dal 2015 e rientra nel calcolo del saldo obiettivo ai fini del patto di stabilità. Il secondo punto critico è, a mio giudizio, la manovra sulle province.

Il taglio di risorse deciso dalla legge di stabilità piomba come un macigno sul difficile processo di attuazione della riforma Delrio. Il governo nel corso della discussione parlamentare ha tentato di porvi rimedio, intervenendo per accelerare il processo di riallocazione delle funzioni e del personale: dal 1 gennaio 2015 la pianta organica di province e città metropolitane sarà tagliata di 20 mila unità, mentre entro il 30 marzo sarà individuato il personale da destinare alla mobilità. Questo processo dovrebbe concludersi entro fine 2016.

Il personale non ricollocato entro tale data verrà messo a disposizione, ricevendo per due anni un’indennità pari all’80% dello stipendio.

I nodi ancora da sciogliere in questa difficile transizione sono parecchi, a partire dalla scarsa volontà delle regioni (a loro volta soggette a rilevanti tagli di risorse) di collaborare per un’ordinata e celere attuazione della riforma Delrio. Molto positivo è invece l’intervento di riduzione di oltre due terzi degli obiettivi del patto interno di stabilità, che vale 2,9 miliardi di euro di spazi di spesa ín più per comuni, province e città metropolitane a partire dal 2015.

È un passo decisivo verso il definitivo superamento del patto, in connessione con l’avvio della nuova contabilità, semplificando notevolmente l’operatività degli enti locali. Per il 2015 è stato anche prorogato il patto verticale incentivato per 1 miliardo di euro. Vanno letti con favore l’utilizzo anche dei fabbisogni standard per la ripartizione del taglio di risorse agli enti locali, l’aumento dal 10 al 20% della quota del fondo di solidarietà comunale ripartito secondo la differenza tra capacità fiscale standard e fabbisogni standard, nonché l’avvio dell’armonizzazione contabile (che permetterà di “fare pulizia” nei bilanci degli enti locali), con un processo reso opportunamente più graduale rispetto alle ipotesi iniziali sia per quanto riguarda il fondo crediti di dubbia esigibilità che per l’assorbimento dei disavanzi derivanti dal riaccertamento straordinario dei residui.

Tutte queste misure favoriranno gli enti locali virtuosi sia dal punto di vista del livello della spesa storica che sotto il profilo del grado di veridicità dei bilanci. Sono scelte positive anche l’aumento dall’8 al 10 per cento del limite di indebitamento previsto per gli enti locali e il contributo in conto interessi previsto per le operazioni di indebitamento attivate nel 2015 da regioni ed enti locali, interventi che insieme all’allentamento del patto favoriranno una ripresa degli investimenti degli enti territoriali, ridottisi di oltre il 26 per cento dal 2009 al 2013. I fondi statali destinati ad interventi di carattere sociale sono stati rifinanziati e stabilizzati. Particolarmente importanti, per gli enti locali, sono le risorse aggiuntive stanziate per il fondo non autosufficienti (400 milioni nel 2015 e 250 milioni dal 2016) e per il fondo nazionale politiche sociali (300 milioni dal 2015).

La legge di stabilità risolve un annoso problema che ricadeva sui comuni, stabilendo a partire dal 1° settembre 2015 il trasferimento dai comuni al Ministero della giustizia delle spese obbligatorie per il funzionamento degli uffici giudiziari. Giudizio sospeso, infine, su due punti. Il primo è il processo di riorganizzazione e razionalizzazione da regioni, enti locali, camere di commercio e università. Una recente analisi ISTAT ha individuato ben 5.160 società attive partecipate da regioni o altre amministrazioni locali, con quasi 441 mila addetti. Molte di queste società sono in perdita o non hanno dipendenti o hanno consigli di amministrazione più numerosi degli addetti. I principi di riorganizzazione stabiliti nella manovra sono sicuramente condivisibili. Mancano però sanzioni efficaci per gli enti inadempienti rispetto a quanto previsto. Una lacuna non da poco, visti i precedenti. Il secondo punto è il riordino della fiscalità comunale. La nuova local tax viene rinviata al 2016.

È una scelta saggia, visti i vorticosi (e contradditori) cambiamenti che hanno stressato la finanza comunale nel triennio 2012-2014. Un anno di tregua normativa permetterà scelte più meditate e meglio condivise con i comuni. La proroga del blocco delle aliquote TASI è invece un’arma a doppio taglio. È sicuramente utile ad impedire un aumento indiscriminato del carico tributario, ma poiché nel 2015 non è previsto il contributo di 625 milioni per gli enti con spazi fiscali ridotti, ciò comporterà notevoli difficoltà per parecchie centinaia di comuni. Il governo si è impegnato a porre rimedio, ci attiveremo in Parlamento affinché agli impegni seguano i fatti. Ciò vale anche per la controversa vicenda dell’IMU sui terreni agricoli, il cui pagamento è stato rinviato al 26 gennaio 2015. Nel complesso, siamo in presenza di una manovra da valutare in modo articolato.

Molte scelte segnano finalmente una discontinuità con il passato, a partire dal rilevante allentamento del patto interno di stabilità, dalle misure di rilancio degli investimenti degli enti locali. Altre misure intervengono su alcuni processi di riforma, dalla legge Delrio all’armonizzazione contabile. Gli esiti andranno monitorati con grande attenzione, con particolare riferimento alle province e alle città metropolitane. La ripartizione dei carichi della manovra riproduce invece la logica seguita negli anni del risanamento a tappe forzate. Si poteva fare diversamente? Probabilmente sì.

Uno dei nodi che rimangono, ancora una volta, aperti è la spending review. Un processo avviato con molte (forse troppe) ambizioni, ma rimasto finora a metà strada.

Commenti

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  1. Scritto da MAURIZIO

    Monsieur Misanì, non è avvenuta la prima revisione della spesa : 1. la riduzione del suo attuale stipendio a 5.000 euro al mese netti 2. il taglio del 50% ai suoi attuali benefici 3. il divieto di avere più di una pensione o di un vitalizio dal lavoro pubblico 4. il divieto di calcolare il suo futuro vitalizio con modalità differenti dalle comuni pensioni. Monsieur Misanì, veda quindi di farla finita con la disgustosa retorica infiocchettata da un po’ di inglese copiato qua e là.

    1. Scritto da Gino

      Dobbiamo assistere anche alle tititere del sig. Maurizio, per il quale un economista come Misiani , laureato in economia alla Bocconi, membro della commissione bilancio, tesoro e programmazione , scrive gli articoli “infiocchettando un po di inglese copiato qua e là”. Sfoga il tuo astio quando metti il tuo voto con le stelline ogni tot anni per poi non servire a nulla per altrettanti tot anni , pare tu non abbia idee che vadano al di là di quello , manco hai letto l’articolo.

  2. Scritto da La verità fa male

    L’unico taglio immediato da fare è segare per sempre l’articolo 18 (anche nel pubblico impiego), pagare al 20-30% le malattie inferiori ai tre giorni e segare tutti i dirigenti pubblici degli uffici che non raggiungono tassi di produttività e di assenteismo decenti. In questo modo l’esercito di imboscati, e i professionisti del “tirare a campare che tanto sono intoccabile” sarebbero costretti seriamente a lavorare. Non si farà mai: è quasi tutta gente che vota il centrosinistra!

    1. Scritto da mario59

      Forse sarà anche come sostiene lei signor La verità fa male…come votano centro destra, tutti quelli che evadono le tasse da anni facendo precipitare il paese nella situazione che tutti conosciamo, categorie di cittadini privilegiati, liberi professionisti, avvocati, dentisti, commercialisti, carrozzieri, meccanici, insomma..tutti quelli che ogni anno denunciano meno di un semplice lavoratore dipendente.
      In pratica in Italia, gli onesti e i disonesti, ci sono a tutti i livelli.

      1. Scritto da La verità fa male

        Se in Italia ci fosse un fisco onesto, degno di una nazione civile e non indegno di una nazione da Quarto Mondo come quello che abbiamo, si potrebbero stanare gli evasori (quelli veri) in pochi mesi. Ma per “fisco onesto” si intende: niente alti funzionari corrotti; pochissime leggi concentrate in un Testo Unico, chiare e comprensibili a tutti; una decina di tipi di tasse e balzelli (non più di 100 come in Italia); burocrazia che aiuta l’impresa e non rompe le palle ….

        1. Scritto da Rossovivo

          Come si fa a dire che i 230 mil, di debiti dell’Italia sono colpa del pubblico impiego o dagli evasori fiscali? Sia chiaro sono problemi entrambi reali, ma non è quello il problema. Lo sono le politiche economiche liberiste adottate dagli anni 80 e innestate sulla crisi economica precedente (mai risolta). Il problema è una spaventosa crisi del sistema economico, su cui nulla si riesce a dire. Arrivando a cercare nel canile le cause del fallimento del padrone della villa, penoso.

  3. Scritto da Luigi

    Al netto delle solite polemiche da caccia alle streghe su chi è il colpevole della drammatica situazione dell’Italia, si dovrebbe avere l’onestà di ammettere che gran parte del carico fiscale è stato solo spostato sugli enti locali e sulle regioni, forse anche a ragione, ma rimanendo a metà strada e impantanati su 2 nodi cruciali, ovvero costi standard e personale in esubero, su questo si dovrà valutare l’efficacia dell’azione del governo e del parlamento, finora poco seri e credibili.

  4. Scritto da il polemico

    la metà strada dove è rimasta,riguardava i costi della politica,stipendio di misiani compreso….forse misiani vuole dare un contributo per fare tutta la strada?da uno che da ex tesoriere del pd non riusciva a stipendiare 180 dipendenti con 40milioni a disposizione….mahhh

    1. Scritto da Eccolo !

      Secondo me è così semplice che forse ci arrivi anche tu , forse. Le difficoltà previste per i dipendenti sono venute DOPO che è stata annunciata l’abolizione dei finanziamenti . Ci sei ? Ma si, quei finanziamenti che i tuoi partiti , PDL e Lega , avevano fatto esplodere con due leggi mentre erano LORO al governo. Per inciso Misiani era , da anni, l’unico (ripeto : l’unico) che faceva certificare il bilancio dandone ampia pubblicità. Questi i fatti .

      1. Scritto da il polemico

        cito misiani che da tesoriere ha dichiarato di aver lasciato 12 milioni liquidi nelle casse,poi si scopre che in realta il pd ha 11 milioni di passivo,però misiani ha gestito la baracca con 40 milioni di finanziamenti,ma dichiarava degli esuberi sui 180 dipendenti.e tu che scrivi?’che il pdl e la lega hanno avuto i finanziamenti,quindi che significa??che la inefficenza di misiani è colpa della lega?.e poi sbandiera la sua inefficenza certificando il bilancio,…che onesta persona…assurdo.

      2. Scritto da Piero

        Tutte fanfaluche: con la certificazione a consuntivo, a posteriori, ci facciamo la birra, car a lü!

        1. Scritto da No Alcool

          Perchè le certificazioni delle aziende quotate in borsa si fanno “a preventivo” ? Che bar frequenti ?

  5. Scritto da Ter

    Certo che se chi si lamenta dei mancati tagli è un rappresentante della maggioranza parlamentare, a distanza di pochi giorni dall’approvazione della legge di stabilità, mi chiedo il senso di tutto il monologo autoreferenziale di cui all’articolo.

    1. Scritto da Ernesto

      A volte le persone avendo a disposizione un proprio cervello lo usano e dicono cosa condividono e cosa condividono meno . A me non pare così difficile da capire.

  6. Scritto da luca

    da bersaniano…a renziano alla velocita della luce!

    1. Scritto da Alberto

      Dire stupidate è gratis e tu ne approfitti. E’ certamente il miglior parlamentare che abbiamo avuto nella bergamasca negli ultimi tanti anni . Di grande competenza ed onesto, nelle cose positive ma anche quando c’è da esprimere qualche critica o disaccordo.

  7. Scritto da precisino

    Ma alla fine quello che conta è: “continuiamo ad applicare le ricette liberiste della BCE?”
    Secondo me si, quindi queste proposte sono solo una virgola rosa nella frase “TI FREGO!”
    E il PD/PdL/Centristi ne sono i responsabili

    1. Scritto da Giorgio

      Sentiamo qualche ricetta “non BCE” ? Forza.

      1. Scritto da precisino

        Non pagare e ristrutturare il debito pubblico, arrivando a reintrodurre una moneta alternativa locale non convertibile (come proposto da Silos Labini e Gallino) che sosterrebbe la domanda e potrebbe far fronte alle esigenze più impellenti. Finanziare l’intervento pubblico anticiclico tassando le grandi speculazioni finanziarie e puntando a riqualificare l’economia in senso strutturale solidale ed ecologico e così sostenendo l’occupazione e di conseguenza i consumi interni.

        1. Scritto da Giorgio

          E’ qui che ti volevo : auguri . Sai, normalmente dall’estero se non gli paghi ciò che ti hanno prestato ti dicono grazie (secondo te) , altre volte invece ti chiedono di pagare nella valuta in cui hai contratto il debito . Diversamente non pagano i crediti delle tue aziende , non ti finanziano più (oggi lo stato funziona col 50% di soldi altrui) , e scappando dalla tua moneta fanno sì che che ciò che importi costi il doppio. Ecc ecc ecc , dettagli che si chiamano DEFAULT.