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Francesco Pedrini e l’arte a quattro chilometri all’ora fotogallery

Il vento, la luce, le nuvole e le stelle sono tutti soggetti intangibili, soggetti che ama proporre nelle sue opere Francesco Pedrini. L'artista bergamasco si racconta in questa intervista a The Blank per Bergamonews.

Il vento, la luce, le nuvole e le stelle sono tutti soggetti intangibili, soggetti che ama proporre nelle sue opere Francesco Pedrini. L’artista bergamasco si racconta in questa intervista a The Blank per Bergamonews.

The Blank: La volta celeste in tutte le sue declinazioni, forse converrà, è un tema quasi abusato.

Francesco Pedrini: Si, è forse il tema più abusato e inflazionato di tutta la storia, ma allo stesso tempo è il più originale. La visione della volta celeste ci accomuna al primo essere vivente dotato di occhi. Le stelle hanno raccolto gli sguardi di miliardi di persone, ma come puoi guardare le stelle senza farti domande? La mia passione per le stelle comincia con un enunciato di Giorgio Agamben in relazione all’essere contemporanei, da quella frase è scaturito un percorso infinito.

TB: Il titolo di una sua mostra, "Contemporaneo infinito", sembra evocare l’inestinguibilità dei temi che lei tratta.

FP: La frase di Giorgio Agamben che mi ha fatto riguardare il cielo e a cui mi riferisco dice: “Nell’universo in espansione, le galassie più remote si allontanano da noi a una velocità così forte, che la loro luce non riesce a raggiungerci. Quel che percepiamo come il buio del cielo, è questa luce che viaggia velocissima verso di noi e tuttavia non può raggiungerci, perché le galassie da cui proviene si allontanano a una velocità superiore a quella della luce. Percepire nel buio del presente questa luce che cerca di raggiungerci e non può farlo, questo significa essere contemporanei.” Diciamo allora come dice Agamben che essere contemporanei significa essere puntuali ad un appuntamento che si può solo mancare. La volta celeste quindi diventa un foglio bianco dove riguardare l’infinito.

TB: La sua ricerca è stata definita come il tentativo di "registrare l’irregistrabile", essendosi lei dedicato ad elementi incorporei come il vento e la luce.

FP: Il vento, la luce, le nuvole e le stelle, sono tutti soggetti intangibili, ma molto potenti. Studiare questi elementi mi piace tantissimo perché appunto non sono afferrabili, contenibili, decifrabili, ma tutti ne possono fare esperienza. Ho studiato il vento per due anni e mi sono laureato allo IUAV con una tesi intitolata “la Galleria del Vento” in cui ho cercato il vento e la sua intensità nei lavori degli artisti che più amavo. Successivamente ho cercato il processo più semplice e idoneo per rappresentarli e ne è scaturita la serie dei Tornadi, disegni di soggetti di polvere e aria disegnati con una microsabbiatrice, quindi polveri e aria.

TB: Cosa è per lei il viaggio?

FP: Credo Arthur Rimbaud abbia detto la frase che porto nel cuore: “L’unico motivo per cui vale la pena viaggiare è andare a verificare che quel colore che si è sognato esiste veramente”. Amo viaggiare solo, o in due al massimo, quest’anno sono stato in Cile nei deserti d’altura sopra i 5000metri, negli osservatori astronomici più avanzati della terra per capire qual è il nostro confine, ma più cerchiamo più capiamo che il nulla e l’infinito si toccano.

TB: per Until#7 ha lavorato nella centrale termosolare di San Lucar.

FP: In Until#7 ho cercato il luogo della terra dove fare la massima esperienza della luce di una stella. A San Lucar La Major c’è una centrale termosolare, migliaia di enormi specchi sono convogliati in un unico punto. E’ una cattedrale della luce. Ho fotografato il punto in cui tutti gli specchi sono rivolti, ho registrato l’eccesso di luce che porta alla cecità, ma anche ad uno spaesamento visivo, o meglio, un vacillamento visivo.

TB: In Stella Polare si è dedicato alla catalogazione impossibile della volta celeste tramite il disegno.

FP: Stella Polare è stato il primo lavoro in cui mi sono messo a disegnare costellazioni, e da lì a poco è partito il progetto Contemporaneo Infinito, tentativo di ridisegnare stella per stella tutte le costellazioni della volta celeste. E’ un atto infantile come quando da piccolo vuoi contare tutte le stelle del cielo: ecco, io le disegno. E’ un atto di resistenza, un work in progress lento, inutile perché senza fine, quindi infinito. Mi piace pensarlo come una performance infinita sull’immagine. Per ora ho disegnato 9 costellazioni formate da circa 70 stelle principali. Le costellazioni sono più di 80 quindi per vedere il lavoro finito sarà dura…

TB: Il cammino, il camminare, il percorso sono elementi importanti all’interno della sua ricerca. Questo "atteggiamento fisico riflessivo" come si riversa nei lavori, sia a livello pratico sia a livello mentale?

FP: Camminare è un ritmo e una lenta ricerca, è mettere in relazione mente e corpo al ritmo giusto. Ogni artista ha il suo metodo, io quando cammino mi sento più aperto e ricettivo. Lo vedo proprio come un metodo di indagine, e a volte diviene un vero e proprio medium per fare arte. Nel 2007 sono partito dall’Accademia di Belle Arti di Bergamo con un altro artista, Davide Ferrari, e siamo andati alla Biennale di Venezia a piedi disseminando chiodi da roccia durante il percorso, non so se sia stata una vera opera d’arte, ma abbiamo capito molte cose…

TB: In Until#1 ha atteso, durante 12 ore di cammino, il momento ideale in cui scattare l’unica fotografia che si è concesso durante questo percorso.

FP: Sono riuscito a fare uno scatto interessante pur avendo molti impedimenti. Un solo scatto fotografico nel rullino e 12 ore di cammino partendo da casa mia. Era un esercizio sulla perfomance, sulla fotografia e sul cercare camminando. Se avessi fatto lo scatto subito avrei perso la motivazione per continuare, però non farlo poteva anche farmi bruciare l’occasione buona e non trovare nulla successivamente. Ho raggiunto un luogo che mi ha ricordato alcuni lavori di land art e il concetto di entropia, questione centrale nel lavoro che stavo facendo.

TB: Attesa, rapimento, infinito, confronto con la natura, sono temi profondamente romantici. Sublimi.

FP: Il Sublime è trovarsi disarmato di fronte alla natura, alla sua maestosità che ci immobilizza, ma non c’è bisogno ti andare troppo lontano. Chi dipinge credo lo provi ogni volta che vede la tela bianca e potrei andare avanti con gli esempi, ma uno sguardo che accetta questo confronto con l’infinito, questa sfida impari volta al fallimento, si ritrova comunque molto lontano o molto in profondità. Mi piace tantissimo cercare questi eventi e tentare di tradurli senza retorica, di renderli universali. Torniamo a quella frase di A. Rimbaud, cerco quel colore che ho sognato e lo verifico con l’opera.

TB: Emozionarsi vuol dire muoversi e sentire al tempo stesso, vivere una sensazione nell’immobilità e nel dinamismo.

FP: Ghirri diceva che ognuno di noi fin dalla infanzia ha avuto di fronte l’album di famiglia (lo stare) e il mappamondo (l’andare), è una scelta etica che avremo di fronte tutta la vita.

 

CHI E’ FRANCESCO PEDRINI

Francesco Pedrini è nato a Bergamo nel 1973. Diplomato all’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo. Ottiene la laurea magistrale specialistica allo IUAV di Venezia in produzione e progettazione delle arti visive. Dal 2008 è docente di disegno nel corso di linguaggi artistici contemporanei all’Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo.

Tra le mostre personali: nel 2012 “Contemporaneo infinito”, Galleria Martano, Torino; “Dilemas contemporáneos de lo visual”, Facultad de Derecho de la Universidad de Buenos Aires, Buones Aires. “Tornado-forza 12”, Microgallery (Istituto Italiano di Cultura), Tirana. Nel 2011 “Fukinagashi, Mosso dal vento”. Pzza Vittorio Veneto, Bergamo. Tra le collettive: nel 2014 “Krobylos, un groviglio di segni", Far, Fabbrica Arte Rimini. Biennale del disegno di Rimini; nel 2013 "Ogni cosa a suo tempo Cap VI, Atto I (Resume and Rebirth)", Museo BACO, Bergamo; nel 2011 “In Esplorazione” Galleria Martano, Torino; “Padiglione Accademia”, Biennale di Venezia 2011, Arsenale Nuovo, Venezia. Nel 2010 “Fragments from Nowhere”, Palazzo Ducale di Sassari; “Progetti senza soluzione di continuità”, BOOM BOOM ART GALLERY, Carrara; “(Un)defined”, Merano Arts Festival, Merano; “Festival dei matti”, Giorgione film festival, Fondazione Buziòl, Cinema Giorgione Teatro Goldoni, Venezia; “In between”, MSGSÜ Tophane Culter Center, Istanbul; “anexhibition”, Fondazione Bevilacqua la Masa, Palazzetto Tito, Venezia. “4 ways to”, Zenith Gallery, Biennale TICAB Tirana, Tirana. Nel 2003 la sua opera sonora “Sound Fetish”, presentata alla Biennale di Venezia, è stata acquisita dal Moma di NY.

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