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Grande Guerra, pillola 39 Natale: la più famosa tregua d’armi della storia fotogallery

La più famosa tregua d'armi della storia tra realtà e leggenda: cosa successe veramente il 24 dicembre 1914? Tutto partì da un lancio di dolciumi tra le opposte trincee e continuò in uno scenario surreale in cui tedeschi e inglesi festeggiarono insieme il Natale, nella terra di nessuno.

di Marco Cimmino

Il Natale del 1914 fu differente da tutti gli altri Natali di guerra: c’era ancora spazio per la speranza di una rapida vittoria, i disagi della vita di trincea non avevano ancora logorato i corpi e gli spiriti dei combattenti, la guerra sembrava ancora, in un certo senso, “normale”. Da una parte e dall’altra del fronte, sentimenti di umanità e perfino di fratellanza o di cavalleria albergavano ancora largamente nei cuori dei soldati: il ricordo della propria casa, delle vie illuminate, delle tradizioni del tempo di pace, non erano ancora remoti ed impalliditi, in un’interminabile sequenza di albe uguali e di notti spaventose.

Quelli che si fronteggiavano nelle trincee delle Fiandre o della Champagne, quel 24 dicembre 1914, erano ancora uomini: ed era la vigilia di Natale. Si cantava, in inglese ed in tedesco: canzoni semplici, serene, in cui cambiava soltanto la lingua del testo, “Stille Nacht” o “Holy night”, ma che esprimevano un medesimo struggente sentimento. Nella desolata no man’s land risuonavano queste canzoni, insieme con auguri e risate di quei guerrieri che, spesso, erano solo degli adolescenti in divisa. Fu allora che avvenne un piccolo miracolo. Un po’ alla volta, qualcuno trovò il coraggio di lanciare un richiamo, di sporgersi dal parapetto della trincea, di camminare incerto nella nebbia e nell’oscurità, verso gli altri, il nemico. Migliaia di soldati del fronte occidentale provarono questa esperienza: per un momento infransero la pazzia collettiva che stavano vivendo con un gesto di salute e di umanità.

Nella realtà, la Christmas truce, la tregua di Natale, fu, probabilmente, piuttosto diversa da questa ricostruzione un po’ poetica del vostro storico: purtroppo, le cose, nella storia, sono sempre più piccine, più banali, di come uno se le immagina. Però, l’episodio ci fu, e lasciò un segno indelebile nei combattenti che ebbero la fortuna di parteciparvi: questo, nonostante la feroce censura che colpì tutta la vicenda e che mantenne la storia celata, come un vergognoso segreto, per molto tempo.

La ricostruzione precisa dell’evento, probabilmente, è impossibile: quasi tutte le testimonianze furono rese molto tempo dopo e risentirono delle inevitabili trasformazioni mitologiche che sempre avvolgono il ricordo di episodi del genere, proprio per la loro natura mitopoietica.

Però, possiamo facilmente ricostruire almeno i meccanismi mentali di quei soldati, sulla scorta di milioni di lettere, cartoline, diari: erano soldati ancora entusiasti, ancora convinti di vincere e di servire fedelmente la propria bandiera. Non c’era ancora quella “stanchezza della guerra”, tanto simile alla disperazione, che avrebbe caratterizzato gli anni successivi, e il 1917 in particolare. Questi soldati di erano dovuti interrare, per proteggersi dal fuoco terribile delle armi moderne, e vivevano un’esistenza da trogloditi, in attesa delle prospettate grandi offensive primaverili: erano, in un certo senso, in standby, rispetto alla guerra stessa. Inoltre, questi uomini erano poco equipaggiati per una campagna invernale: la guerra avrebbe dovuto finire prima dell’inverno, nelle farneticazioni dei comandanti. E l’inverno 1914-15 fu un inverno molto freddo.

Così, in trincee non ancora ben concepite e spesso poco resistenti, questi migliaia di combattenti cercavano di resistere al freddo del fango gelato e del vento tagliente, come potevano. Questo doversi adattare ad un clima ostile portò, inevitabilmente, i soldati a provare un senso di vicinanza, se non di fraternità, per i propri avversari, che vivevano nelle medesime condizioni difficilissime: questo contribuì grandemente a creare quello spirito di “guerra senza odio” da cui scaturì la tregua di Natale.

Inoltre, lo scenario in cui la guerra si svolgeva non era ancora quella landa lunare, senza alberi né case, tramandataci dalle fotografie più tarde: si combatteva in un paesaggio che conservava aspetti di civiltà e di antropizzazione, e questo manteneva un senso di umanità e di normalità nelle menti dei combattenti.

Infine, il ricordo dei comportamenti e delle abitudini civili del tempo di pace era ancora ben nitido nella memoria e nel comportamento dei soldati, che non si erano ancora trasformati in quell’”homo trinceratus”, nuova specie plasmata dalla guerra, che sarebbe, di fatto, stato pressochè incapace di tornare alla normalità. Tutto questo contribuì certamente alla tregua natalizia: ne fu, per così dire, il brodo di coltura.

Nel Natale del 1914, il BEF si trovava schierato dal Saliente fino al canale La Bassée: una cinquantina di chilometri di fronte, in cui la distanza tra le opposte linee andava dai cento metri ai trenta, e talvolta meno. Vi erano già stati episodi di piccole brevi tregue, solitamente dopo furiosi ed inutili assalti, per recuperare i feriti e scambiarsi qualche genere di conforto. Per Natale, la disponibilità di questi generi di conforto era, ovviamente, aumentata. I britannici avevano ricevuto la “Princess Mary Box”, piena di dolciumi, tabacco e con gli auguri personali del Re: “May God protect you and bring you safe home”. I germanici ricevettero un analogo dono dal loro imperatore, il “Kaiserlich”, una grossa pipa, e tabacco e sigari. Da paesi e città, come da associazioni e parrocchie, arrivava ai combattenti ogni sorta di dono. Le trincee traboccavano, come non sarebbe mai più accaduto, di ogni sorta di ben di Dio.

L’atmosfera, per francesi e belgi, era molto diversa: essi non ricevettero doni in quantità paragonabili a tedeschi ed inglesi, né avevano un’organizzazione di assistenza alle truppe altrettanto efficace. Inoltre, i loro territori stavano patendo la guerra direttamente, e questo diminuiva di molto l’atmosfera natalizia. Anche per questa ragione, la tregua di Natale assunse proporzioni davvero ragguardevoli soltanto nel settore occupato dalle truppe anglotedesche.

Tutto partì da un lancio di dolciumi, tra le opposte trincee, con la proposta di una tregua d’armi, a partire dalla sera del 24 dicembre: insomma, vi fu una sorta di diplomazia spontanea tra belligeranti. Cominciarono, pare, i germanici, lanciando un dolce al cioccolato nella trincea britannica: nel messaggio allegato alla torta, essi proponevano un cessate il fuoco, per festeggiare il compleanno del loro capitano che coincideva col Natale. Essi avrebbero fatto un piccolo concerto, a partire dalle 19.30, mentre gli inglesi avrebbero decorato con candele accese i parapetti delle loro trincee. I britannici accettarono, ed allegarono alla risposta un pacco di tabacco, come loro dono.

In uno scenario surreale, quella sera, si tenne un concerto corale, nel silenzio dei cannoni e delle mitragliatrici, con entusiastici applausi di entrambe le parti, alla fine di ogni brano. Leggenda vuole che, ad un certo punto, i tedeschi abbiano proposto agli avversari di unirsi al coro. “Preferirei morire che cantare in tedesco!” urlò scherzando un fante britannico. “Ci ammazzereste tutti, se lo faceste!” sarebbe stata la risposta, sullo stesso tono, del tedesco.

Ad un certo punto, sul parapetto della trincea germanica apparve un piccolo albero di Natale decorato, il Tannenbaum della celebre canzone: questa fu, probabilmente, l’immagine che rimase più impressa nella memoria dei testimoni di quell’eccezionale evento. Fu allora che qualcuno trovò il coraggio di uscire dalle trincee ed incontrarsi col nemico, nella terra di nessuno.

Più o meno nello stesso momento, la notizia di queste “inaccettabili fraternizzazioni” giunse al comando del BEF, in un castello a 40 chilometri dal fronte. Immediatamente, French ordinò di interrompere questi pericolosissimi segnali di umanità, intervenendo con la massima severità. Fortunatamente, non tutti gli alti ufficiali britannici erano ugualmente rigidi ed assolsero il loro compito con buon senso e, talvolta, addirittura con simpatia: in effetti, le conseguenze della tregua di Natale, dal punto di vista disciplinare, furono assai limitate e sorprendentemente blande. Curiosamente, si comportò in questa maniera ambivalente anche il comando germanico, ad onta della propria fama di inflessibilità teutonica.

La mattina di Natale, la tregua si manifestò compiutamente: scambi di doni, partite estemporanee di football e cori misti di soldati inglesi e tedeschi trasformarono la terra di nessuno in una specie di grande campo giochi. Questa è l’immagine che è stata tramandata fino a noi da cinema, letteratura e, perfino, da qualche geniale pubblicità natalizia. I soldati si scambiarono piccoli regali e, spesso, i bottoni delle divise: uomini che, nella vita civile, erano stati barbieri, si offrirono di tagliare barba e capelli gratis a che ne facesse richiesta.

Il Saliente si trasformò in una sorta di fiera medievale, in cui l’Europa si ritrovava: vi fu perfino lo spettacolo irreale di un giocoliere tedesco che si esibì nella terra di nessuno. La tregua durò per tutto il giorno: in certi settori, poi, essa proseguì per il giorno successivo e, in alcuni casi, la non combattività si protrasse fino al gennaio del 1915. Alle 20.30 del 25 dicembre, comunque, la tregua finì ufficialmente, con tre colpi sparati in aria ed un reciproco ultimo saluto dai parapetti delle trincee.

Si concluse così un episodio controverso e mai davvero ricostruito nei dettagli della prima guerra mondiale: alcuni storici lo ritengono una semplice e breve parentesi, altri gli attribuiscono un significato che, probabilmente, travalica la reale entità del fenomeno. Io credo che, comunque lo si voglia considerare e fatta la tara dell’enorme carica mitologica che la tregua di Natale è andata assumendo negli anni, essa sia, comunque, un bell’esempio di come l’umanità possa sopravvivere nella disumanità della guerra di trincea, a condizione di possedere una motivazione (in questo caso il Natale) che funga da motore.

Buon Natale a tutti i lettori di Bergamonews.

Commenti

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  1. Scritto da la storia

    Tutta la nostra storia (almeno quella degli ultimi 200 anni) e’ piena di episodi poco conosciuti che non sono citati nei libri di scuola. E’ opera meritoria riportarli alla luce e farli conoscere alle nuove generazioni.

  2. Scritto da Narno Pinotti

    Approfondimento bello e accurato, professore. Non riesco a non pensare che quella tregua sia stata il frutto di una disperata dissonanza cognitiva: fede, tradizione e un’arcaica etica di guerra cercarono di resistere al mondo nuovo, ma presto soccombettero. Lo farebbero pensare anche i limiti di tempo, luogo e modi che lei sottolinea; non a caso, i Natali del 1915, 1916 e 1917 furono ben diversi: Gesù bambino doveva rimanere una pietosa finzione per il mondo fuori dalle trincee.

    1. Scritto da Gabriel

      Pensa che nei Natali del 1915, 1916 e 1917, anno questo con la rivoluzione sovietica in piena esplosione, con la rótta di Caporetto e lo “sciopero” di guerra dei poilus e delle proteste sui fronti interni, i servizi segreti e gli Stati maggiori, non si fossero ben preparati a che non ci fossero altre tregue fraternizzanti e pacifiche? Gesù bambino non era invece il vero nemico di tutti quei pazzi in galloni d’ogni risma? Bertrand Russel non era certo un emotivo pietista!

  3. Scritto da Carlo Pezzotta

    Buon Natale a te Marco. Seguo sempre con interesse le tue “Pillole”. Episodi che sono magari dimenticati nei classici libri di storia. Buon anno!!

  4. Scritto da Omar R.

    Grazie prof. Cimmino. Quanto sarebbe stato bello che questa fraternizzazione spontanea fosse stata capita dal truce potere di morte! L’Europa unita sarebbe iniziata cent’anni fa, milioni di uomini avrebbero avuto vita e futuro. Lenin, Mussolini, Hitler, e tutta la coorte dei pazzi avrebbero avuto i trattamenti loro necessari in premurose case di cura e …. Ma la Storia, ahinoi, non andò così. Per fortuna gli storici ci rinfrescano la memoria per l’oggi e il domani. Auguri!