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Ma quant’è Snob questo Conte, ascoltate invece Gary Clark Jr.

Brother Giober manda ai suoi lettori gli auguri natalizi con una stroncatura e un plauso: Paolo Conte troppo uguale a se stesso; Gary Clark jr., 35enne blues con un live a quattro stelle (e forse anche di più). Canzone della settimana: Crosby Stills Nash and Young "Love the One You’re With". A voi la parola....

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi ed andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA : Paolo Conte

TITOLO: Snob

GIUDIZIO: **

Sono grato a Paolo Conte: mi ha fatto capire che quella dell’impresario musicale non era la mia strada. Accadde qualche anno fa quando contribuì all’organizzazione di un suo concerto. Il nome era altisonante, la location ideale ma nonostante tutto i conti alla fine non tornarono e fu così che decisi a darmi ad altro… fortunatamente.

Ma, seriamente, gli sono grato perché la sua musica ha riempito molte delle mie giornata passate quando, universitario, le mie preferenze andavano a Tom Waits, Van Morrison e, per logico collegamento, a Paolo Conte appunto.

Negli ultimi anni l’ho seguito poco, complice una serie di album non troppo riusciti, e una ripetitività che alle mie orecchie denotava un evidente inaridimento della creatività.

Poi, qualche giorno fa, ho ascoltato una sua intervista a Radio Capital: le domande venivano poste da un duo e ne nasceva il solito ritratto del vecchio brontolone, di quello che nulla accetta del presente (“non uso cellulare, fax, e mail… l’ultima volta che sono stato al ristorante è stato 20 anni fa… non capisco di politica… facebook quando mai”), di quello cha ha un distacco, snob appunto, da tutto e da tutti come se le tribolazioni, o le piccole cose, di questo mondo non lo riguardassero.

Ho cambiato canale perché ho provato un certo fastidio di fronte a tanta banalità e pensato che non avrei mai comprato il disco appena uscito. Poi a convincermi del contrario una recensione sul “busca” particolarmente favorevole: di solito Conte, almeno negli ultimi anni, è incensato sui quotidiani, sui settimanali nazional popolari, dai critici che recensiscono con il medesimo approccio l’ultimo di Gianni Morandi o di Bruce Springsteen, ma non sulla stampa specializzata dove l’approccio dovrebbe essere più approfondito.

Questa circostanza mi ha incuriosito e convinto a dedicarmi all’ascolto.

Purtroppo le sensazioni e le impressioni però non sono cambiate più di tanto. Perché è forse vero che Paolo Conte, forte di un blasone e di una credibilità non scalfibili, può dire e cantare quello che vuole, ma è anche vero che non può prendere per i fondelli i suoi fan.

Perché passi che la musica sia sempre la stessa, ma anche i temi mi sembrano un po’ troppo ripetitivi così che tutto sa di stantio, persino i titoli delle singole canzoni.

Oddio qualche eccezione c’è: “Si sposa l’Africa” che sa di Paul Simon, periodo Graceland, è un delizioso gioco sonoro, dove la musicalità del continente nero, si sposa alla perfezione con il ritornello (“Kunta Kinte” ) scherzoso, ironico; così la successiva Donna dal Profumo di Caffè, introdotta dal solito brontolio, mi pare riuscita, profonda, con quel piano insistente in sottofondo e il canto ispirato.

Anche gli echi classicheggianti di Snob, benché trattasi di canzone non del tutto riuscita, rappresentano il tentativo evidente per uscire dal cliché, pur se il tema è stato ugualmente affrontato nel passato e quindi risulta trito.

Ma si tratta nella maggior parte dei casi di eccezioni perché poi Argentina è una Bartali mal riuscita, per non parlare di Tropical, solito omaggio al sud America, con quei suoni che hanno un poco stancato.

Sulla stessa lunghezza d’onda è Maracas, dove sono le percussioni ad arricchire il brano; ma anche qui l’auto-citazionismo è evidente e gli argomenti trattati ormai mandati a memoria dai fan dell’avvocato di Cuneo. Piacevole ad un primo ascolto ma poi inutile.

Si distacca un attimo dal contesto Glamour che porta con sé un tocco di elettronica che però non convince del tutto.

Incontro scorre via troppo facilmente, nonostante un arrangiamento che fa tanta nostalgia.

Non è malvagia Fandango, brano qualche tempo fa affidato alle cure di Malika Ayane, ed oggi ripreso dal suo autore in una versione seria, forse solo un po’ pesantuccia.

Tutti a casa, pianistica, è a tratti piacevole e forse qualcosa in più e così L’uomo Specchio che, preceduta da un intro strumentale, si sviluppa su temi musicali, soffici e delicati che profumano di jazz, di big bands.

Trascurabile e persino inutile (e noiosa) è Gente, meglio Signorina Saponetta, anche se il richiamo alla mazurka l’ho sentita in almeno in un’altra mezza dozzina di brani e mi fa intendere che l’ispirazione sia veramente agli sgoccioli, mentre un po’ meglio è Ballerina con il suo tema musicale saltellante.

Chiude il tutto Moschettieri al chiar di luna che è bella, benché i suoni siano un po’ sempre quelli. Vi è però qualcosa in più, probabilmente un arrangiamento più corposo che altrove. In definitiva un album inutile, fatto di canzoni spesso scontate, sentite mille volte.

Non che si chieda a Paolo Conte di ideare qualcosa di assolutamente nuovo però un minimo di svolta era lecita aspettarsela, considerato che sono decenni che ci propina la stessa canzone.

Piacerà ai critici di Oggi, Gente, Panorama, Espresso e ai loro lettori. Per chi cerca emozioni è bene tenersi a distanza.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Si sposa l’Africa

Se non ti basta ascolta anche:

– Dr John – The Legendary Sessions vol. 2

– Tom Waits – Blue Valentine

– Leon Redbone – Any Time

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ARTISTA : Gary Clark jr.

TITOLO: Live

GIUDIZIO : **** forse anche… e mezzo

Fosse uscito negli anni ’70, questo disco sarebbe oggi considerato leggendario. Doppio, dal vivo, copertina mitica, musica ispirata, niente sovraincisioni, artista per qualche verso maledetto.

Ma i tempi sono cambiati: oggi il blues non tira più come ai tempi, John Mayall ha 80 anni, Eric Clapton si dedica ad altro e Jimi Hendrix non è più tra noi.

Potrebbe quindi trattarsi di un’operazione fuori dal tempo e un po’ nostalgica e invece questo “Live “ di Gary Clark Jr. è un grande disco che rivitalizza un genere che fatica ad avere il medesimo ruolo centrale di un tempo, quando ogni espressione musicale aveva qualcosa da tributargli in termini di riconoscenza.

Gary Clark ha circa 35 anni ed è nato ad Austin. È cresciuto alla corte di Jimmy Vaughn, noto bluesman ed ha raggiunto una prima notorietà nel 2010 partecipando al Crossroads Guitar Festival, manifestazione promossa da Eric Clapton; poi il suo palmares include l’apertura ad un tour degli Stones ed alcuni concerti di Neil Young.

Il primo album, Blak and Blu (scritto proprio così), è una mezza delusione per le contaminazioni con altri generi musicali di moda, ma la stoffa il ragazzo ce l’ha e la mette in mostra ogni volta che lo mettono in condizione di esibirsi su un palcoscenico. Da qui l’attesa spasmodica all’indomani della notizia che la prossima uscita discografica sarebbe stata un disco live.

Guy Clark ha in comune con Jimi Hendrix il colore della pelle e il fatto di rivolgersi ad un pubblico prevalentemente bianco, che ama il rock fortemente contaminato con il blues.

Con la sua musica sta cercando di dare nuova linfa al genere insieme ad una folta schiera di artisti di giovane età che stanno incontrando un certo successo come Dereck Trucks, Joe Bonamassa, Keb’Mo, Kenny Wayne Sheperd, tutta gente tosta nata e cresciuta con nelle orecchie la musica di Stevie Ray Vaughan, Jimi Hendrix, Gregg Allman e, andando ulteriormente indietro nel tempo, Muddy Waters, Albert Collins, James Cotton e Jimmy Reed.

Rispetto ai suoi compagni di avventura Guy Clark jr è più essenziale, più puro, la sua musica poco concede al virtuosismo di Joe Bonamassa, all’eleganza di Dereck Trucks, ed è invece rozza (ma non in senso negativo), tosta, granitica e la dimensione live è quella che gli si addice maggiormente.

La sensazione di insieme che si trae dall’ascolto del disco è di un’artista entusiasta della materia che sta trattando: qui non vi è nulla di stucchevole, non vi è mai neppure un accenno di routine. Al contrario la musica travolge l’ascoltatore, lo stordisce, i riffs a volte hanno la sostanza della grana grossa, ma sono efficaci, diretti.

Laddove il ritmo rallenta l’estasi, che è propria del blues, non è solo intuibile ma la si percepisce appieno.

La band, oltre che il suo leader, annovera King Zapata alla chitarra, Johnny Bradley al basso, e Johnny Radelat alla batteria: una formazione classica che riporta alla memoria altre che hanno fatto la storia.

Qui il blues è declinato in ogni sua manifestazione: si parte dalla ipnotica Catfish Blues e il suo lungo intro strumentale, e si passa per la dura Next Door Neighbor Blues per approdare al boogie di Travis County. Un trittico iniziale che stordisce, esalta, coinvolge e durante il quale Gary Clark mostra da subito quale è la pasta di cui è fatto.

Tocca poi al blues sulfureo di When My train Pulls In, sette minuti di ritmo, groviglio di stili perfettamente miscelati, chitarre che si infiammano.

Don’t Owe You a Thang, è ritmo forsennato mentre Three o’clock Blues, è lenta, sospesa, coinvolgente come solo i brani di questo genere sanno essere, soprattutto quando sono anche evidenti le influenze del jazz.

Memorabile è Things Are Changin’, con la sua modernità che fa sì che il blues si sposi con il pop, con la sua dolcezza, fatta di arpeggi chitarristici che ricordano in qualche modo il geniale John Mayer.

Ma la pace non è di questo disco, perché poi tocca a Numb e alle sue note tirate allo spasimo nel solco del blues più classico sino a quando la chitarra irrompe pesante, i suoni diventano cupi e Gary Clark dimostra che se blues deve essere, che blues sia anche se le dimestichezza con generi affini è evidente.

Ain’t messin’ Round, parte come un proiettile, la batteria picchia duro, il basso pure, sino a quando entra la voce e il tutto pare addolcirsi (lievemente); il brano resta comunque potente, efficace, tirato, elementare nel suo ritmo monolitico.

If trouble was Money è un vecchio standard di Albert Collins, avvolgente, dilatato, sei minuti e 40 di musica dell’anima, del diavolo, di quello che volete voi ma incredibilmente emozionante.

Con Third Stone from The Sun, il nostro rende il giusto tribute ad Hendrix che non eguaglierà mai, anche se dimostra di essere forse l’unico a poterne prendere il testimone. Il brano è una sorta di rito voodoo (certo il riferimento è un po’ banale riferendosi a Hendrix ma calza a pennello) ed è una pura gioia per le orecchie, con i suoi cambi di ritmo, di atmosfere e quella voce che in qualche modo evoca l’originale.

Accolta dal boato della folla è un distillato di dolcezza Please Come Home, che è cantata con voce quasi in falsetto e che riporta indietro negli anni ’50.

Meravigliosa, intrisa di soul, con quel solo devastante di chitarra in mezzo, speri che non termini mai ma è solo perché non sai ancora che dopo arriva Blak and Blu, title track dell’album in studio, e chiaro omaggio agli Stones e alle loro ballate più riuscite; certo che Gary Clark jr. non è Mick Jagger, ma non importa, la sua interpretazione resta da brividi ed il brano nella sua semplicità è toccante.

Poi senza soluzione di continuità parte la torrenziale Bright Lights, sporca, cattiva, ipnotica e travolgente. Ancora un solo di chitarra devastante caratterizza la parte centrale del brano, poi è un susseguirsi di cambi di atmosfere, di suoni a volte lancinanti, a volte distorti che ad ogni modo creano un contesto sonoro fatto di inquietudine, di incubo. Otto minuti e ventisette di puro delirio sonoro.

Il sipario si abbassa con When the Sun Goes Down (non a caso), ancora un blues ma questa volta solcato da una luce chiara, positiva che ci fa andare a casa tutti felici e contenti, soprattutto nel ricordo delle note travolgenti dell’armonica poste alla fine del brano.

Un gran bel disco, da regalare senza tema di sbagliare. Un disco destinato a rimanere.

Buon Natale a tutti!

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Blak and Blu

Se non ti basta ascolta anche :

Dana Fuchs – Songs from the Road

James Cotton – Cotton Mouth Man

The Nightawks – Damn Good Time

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La canzone della settimana

Crosby Stills Nash and Young – Love the One You’re With

Un’altra canzone memorabile di Stephen Stills. Composta nel 1970 ha avuto il suo momento di massima notorietà all’indomani dell’uscita di Four Way Street, monumentale doppio album di CSN&Y. Poi Stills ci ha un po’ marciato nel senso che l’ha propinata in ogni modo nel corso del tempo: acustica, elettrica, semi acustica, semi elettrica, reggae, soul etc. E’ un brano che esalta l’amore libero, tema centrale degli anni in cui venne scritta.

Il ritmo, quello dell’originale, è contagioso, così come il ritornello. Il resto l’hanno fatto la voce di Stills e quella di Crosby, Nash e Young.

Il brano ha conosciuto numerose versioni da artisti diversi come Aretha Franklin, Motorpsycho, Indigo Girls, Bob Seger, Joe Cocker, ma la migliore resta a mio parere quella originale.

Commenti

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  1. Scritto da Jim Stergios

    Love the one you’re with? Nuff said. Vai a casa e spegni la luce. Certo che l’ultima uscita di Conte non e’ il miglior della sua discografia. Ma ci sono dei momenti bellissimi. Brother Giober (more like Goober) sottovaluta i brani del Snob, a partire dalla canzone che ha dato il titolo al disco stesso. Snob e’ costruita bene, di una poesia triste e profunda in un modo che va, be’, al di la’ di Love the one you’re with. Who listens to that crap anyway?

  2. Scritto da Tommaso Salvatore

    Teniamo presente che il Maestro ha una certa età e ci sta che non si appassioni alla tecnologia. E’ pur vero che nelle ultime interviste, da qualche anno a questa parte, dice cose già sentite…

    Per quello che riguarda l’album trovo sia il migliore della sua ultima produzione e devo dire che la valutazione fatta brano per brano sia migliore della recensione complessiva del nostro musicologo

  3. Scritto da Marco Cimmino

    Paolo Conte, gia’: ricordo che, con uno dei suoi guizzi folgoranti, Andrea Pazienza lo decrisse “pienissimo di seissimo”. Ed eravamo negli anni Ottanta. Ho l’impressione che, una volta di piu’, il vecchio Giober abbia colto nel segno. Me ne dolgo per i nostalgici della Milonga…

  4. Scritto da paolo

    Avere un distacco dal moderno non è snob, è buon senso. Se ad averlo è un uomo di ottant’anni è addirittura buon gusto. l’idea che un musicista debba stare “al passo coi tempi” fa tenerezza più che irritare. W pablo!

  5. Scritto da febo64

    secondo me quando si tenta di recuperare i propri fan non si riesce mai a produrre un lavoro di alta qualità vedi l’ultimo pink Floyd o coda dei led zeppelin

    disco della settimana: jhon mayer cuntinuum

    singolo della settimana: lady day reed

  6. Scritto da Luca Barachetti

    Snob non è certamente il miglior disco di Conte ma la recensione è parecchio fuori centro.
    Basti dire che Tropical non è un omaggio al Sudamerica ma ad un certo tipo di balera anni Cinquanta ammantata di immaginario esotico e per capirlo basta guardare il video o leggere il testo tutto scritto con quei tipici troncamenti da canzonetta confidenziale del periodo.
    Poi come è giusto che sia un disco può piacere o meno, la cosa importante è non prendere fischi per fiaschi.

  7. Scritto da brixxon53

    Non voglio fare ad ogni costo il sentimentale ma le canzoni della settimana sono del grande Joe Cocker: la mitica With a little help from my friends (versione live Woodstock) e Do I still figure in your life. Joe poteva far vibrare tutte le corde, in alto e in basso, e queste due canzoni lo dimostrano… Buona musica a tutti.

  8. Scritto da Riccardo Schwamenthal

    Potrei essere anche abbastanza d’accordo sul discorso in generale su Paolo Conte che ha dato il meglio di sé in passato e che adesso non fa che rifare sé stesso.
    Però mi sembra anche abbastanza snob non firmare l’articolo con il proprio nome e cognome.

    1. Scritto da B.G.

      Caro Riccardo, la mia collaborazione con BGNews ha avuto inizio come un gioco e in questo senso lo pseudonimo devev essere considerato. Oggi è un vezzo, non snobisno, me lo lasci perché è assolutamente innocuo. Ad ogni modo un paio di anni fa il Corriere (che evidentemente non aveva molto da scrivere quel giorno) mi ha riservato un suo ampio articolo nel quale veniva detto chi ero e cosa facevo. Quindi… nessun segreto, solo un vezzo, ripeto.

    2. Scritto da Redazione Bergamonews

      Caro Riccardo, è uno pseudonimo come ce ne sono tanti sui giornali italiani e non… da anni Brother Giober si firma così su Bergamonews, c’è anche un suo profilo nella rubrica della musica. Un caro saluto