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Francesco alla comunità di don Benzi: Fede sposta montagne d’indifferenza

Contro la schiavitù del male, che sfrutta il prossimo, continuate sempre come il vostro fondatore, don Oreste Benzi, a servire gli ultimi. È l’invito di Papa Francesco alle migliaia di appartenenti all’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, ricevuti in udienza in Aula Paolo VI.

di Pier Giuseppe Accornero

Quella foto fece il giro del mondo, consolidando la fama di santità di quel prete riminese dalla tonaca lisa, dal colbacco nero, dal cuore d’oro e dal sorriso contagioso, che non si era mai prostrato ai potenti ma si era piegato sulle piaghe e sulle ferite degli «ultimi».

Ritraeva, quella foto, una ragazza africana inginocchiata davanti a Giovanni Paolo II. Era accompagnata da don Oreste Benzi.

Raccontò poi quella ragazza ai giornalisti, sotto il sorriso bonario del prete: «Al Papa ho tetto: “Papà, papà, aiuta le mie sorelle a scappare dalla schiavitù. Aiuta le mie sorelle schiave”».

La ragazza, fuggita dalla miseria e dalla fame nel suo Paese, in Italia era incappata nella «rete» degli sfruttatori. Il prete l’aveva liberata dalla schiavitù.

Don Oreste Benzi (1925-2007), prete riminese, nel 1968, con un gruppo di giovani e di altri sacerdoti, dà vita a un soggiorno estivo per ragazzi handicappati. Così nasce l’«Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII», schierata con gli «ultimi». Sono andati da Papa Francesco e l’«aula Paolo VI» non riusciva a contenere tutti i volontari. A loro il Pontefice ha detto una cosa semplice ed evangelica: «La fede sposta le montagne dell’indifferenza. Contro la schiavitù del male, che sfrutta il prossimo, continuate sempre a servire gli ultimi, come il vostro fondatore don Oreste Benzi».

Un aiuto disinteressato che permette a una ragazza di scappare dal marciapiede con la figlioletta in braccio e a ridiventare donna dopo essere stata una schiava brutalizzata. O il cocainomane che fa terra bruciata attorno a sé finché la scelta di farsi aiutare lo aiuta a ritrovare l’umanità verso una figlia, verso un padre e una madre frettolosamente abbandonati.

Sono storie di ordinaria redenzione nelle case-famiglia della «Papa Giovanni», fiorite grazie a quella che Francesco chiama «la libertà del bene» e che aiuta chi si è perso fra i mille vicoli del male.

Il Papa si lascia avvolgere dall’affetto dei volontari, dalla gioia dei bambini e dei ragazzi, dalla drammaticità e intensità dei loro racconti che ascolta prima di affrontare il tema della lotta contro ogni forma di schiavitù: «Sono esperienze che mettono in luce le tante forme di povertà da cui purtroppo è ferito il nostro mondo. E rivelano la miseria più pericolosa, causa di tutte le altre: la lontananza da Dio, la presunzione di poter fare a meno di Lui. Questa è la miseria cieca di considerare scopo della propria esistenza la ricchezza materiale, la ricerca del potere e del piacere e di asservire la vita del prossimo al conseguimento di questi obiettivi. È la presenza del Signore che segna la differenza tra la libertà del bene e la schiavitù del male, che può metterci in grado di compiere opere buone e di trarne una gioia intima, capace di irradiarsi anche su quelli che ci stanno vicino. La presenza del Signore allarga gli orizzonti, risana i pensieri e le emozioni, ci dà la forza necessaria per superare difficoltà e prove. Là dove c’è il Signore Gesù, c’è risurrezione e vita, perché Lui è la risurrezione e la vita. La fede sposta davvero le montagne dell’indifferenza e dell’apatia, del disinteresse e dello sterile ripiegamento su se stessi».

Si commuove Papa Francesco parlando di don Oreste, «uomo degli esclusi. Il suo amore per i piccoli e i poveri, per gli esclusi e gli abbandonati, era radicato nell’amore a Gesù crocifisso, che si è fatto povero e ultimo per noi. La sua coraggiosa determinazione nel dare vita a tante iniziative di condivisione in diversi Paesi sgorgava dal fiducioso abbandono alla Provvidenza di Dio; scaturiva dalla fede in Cristo risorto, vivo e operante, capace di moltiplicare le poche forze e le risorse disponibili, come un tempo moltiplicò i pani e i pesci per sfamare le folle». Conclude citando una frase di don Oreste: «Per stare in piedi, bisogna stare in ginocchio».

Nel 1932 la maestra Olga parla in classe dello scienziato, dell’esploratore e del sacerdote. Oreste, 7 anni, torna da scuola e dice alla mamma: «Io farò il prete», non un’infatuazione ma un amore vero al Signore e ai poveri: quando è morto Benedetto XVI lo definì un «infaticabile apostolo della carità».

Settimo di 9 figli, a 12 anni entra in Seminario e per contribuire agli studi i suoi genitori chiedono l’elemosina. Confida: «Questo fatto mi ha aiutato molto in seguito…». Diventa prete. Armato di Vangelo, è un po’ il papà e il maestro di decine di «preti di strada» che si schierano con gli ultimi. La sua prima battaglia è ridare consapevolezza e onore agli handicappati perché non vivessero l’handicap come una vergogna ma fossero accettati negli alberghi, nelle scuole, sul lavoro.

Nel 1968 fonda la «Comunità», oggi diffusa in tutto il mondo, e diventa parroco nel quartiere più desolato di Rimini: Grotta Rossa, per 32 anni diventa la sua casa. È un uomo dalla schiena dritta, che non si è mai piegato ai potenti. Invece si è prostrato a raccogliere i poveri, i barboni, le prostitute, i tossici. Si schiera con i primi obiettori di coscienza per la non violenza; salva tanti bambini dall’aborto.

«L’uomo non è il suo errore» dice ai detenuti. «Nessuna donna nasce prostituta» e ne salva 7 mila dai «magnaccia». Poi anziani, malati, zingari, immigrati, sbandati, drogati, alcolizzati. L’intuizione più geniale è la famiglia come terapia contro solitudini e sconfitte.

«Date una famiglia a chi non ce l’ha» dice ai suoi. «La “Papa Giovanni” è una comunità di gente totalmente in simpatia con Cristo, per cui ha il sorriso sul volto. Quando arrivano i disperati, in ognuno di loro vede Gesù, quindi viene fuori una comunità che è una sinfonia, la sinfonia di Dio».

La notte del 25 settembre del 2007 esce dalla sua Grotta Rossa e bussa alla Capanna di Betlemme, la prima delle strutture per senzatetto: «Eccomi, sono un barbone». Muore nella notte tra i Santi e i Morti, all’improvviso, dopo una cena al ristorante con gli amici più cari – un fatto che non era mai avvenuto prima – e dopo aver scritto un ultimo pensiero: «Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra la gente dirà: è morto. In realtà la morte non esiste: appena chiudo gli occhi mi apro all’infinito di Dio».

Al suo funerale accorrono in diecimila. Sette anni dopo il 27 settembre 2014 si apre il processo canonico per farlo beato e poi santo.

La postulatrice è la teologa Elisabetta Casadei. Dice alla folla di riminesi riuniti per la prima sessione pubblica: «Don Oreste mai ha voluto salire in macchina con una donna, lo sanno tutti…».

Risata dell’assemblea. «E ora proprio una donna lo accompagna agli onori dell’altare. È la sua carezza a tutte le donne».

La richiesta di aprire la causa è accompagnata dalle lettere di 9 cardinali, 52 vescovi italiani e stranieri, movimenti ecclesiali, la Comunità Papa Giovanni XXIII e decine e decine di persone «salvate» da lui.

«Don Oreste non è ancora stato proclamato santo – dice il vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi – ma è vissuto da santo, pur senza mai ritenersi tale». Al cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, che gli aveva espresso lo stesso pensiero, don Oreste rispose: «No, eminenza, io sono solo uno scarabocchio di Dio». 

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