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Tre “dinosauri” del rock Bob Seger, AC/DC e Mary J. Blige: scegliete

Ricca di spunti questa settimana la rubrica musicale del nostro Brother Giober: ben tre recensioni accomunate dal fatto che i tre protagonisti sono artisti che hanno fatto la storia del loro genere: Bob Seger, Mary J. Blige e gli AC/DC. Canzone della settimana: For What It’s Worth dei Buffalo Springfield

Questa settimana vi parlo di tre dischi appena pubblicati da artisti che hanno fatto la storia del loro genere e in qualche modo anche la mia, almeno quella musicale.

Trattasi di artisti che forse hanno dato il meglio di sé nel passato, ma che mantengono una loro dignità e che comunque sono ancora capaci di produrre lavori, in alcuni casi, tutto sommato meritevoli di attenzione.

 

 

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

ARTISTA: AC/DC

TITOLO: Rock or Bust

GIUDIZIO: **

Ho conosciuto tardi gli AC/DC quando ero giovane non me li filavo proprio perché li ritenevo un po’ troppo hard e quindi alle mie orecchie troppo commerciali. Un giorno, anzi una sera, a Rio de Janeiro mi capita di imbattere in un negozio di dischi, piccolo ma assai fornito. Il loro doppio live è esposto in vetrina ad un prezzo particolarmente conveniente e quindi mi convinco all’acquisto.

Inizia così una passione, senile, che però mi permette di dialogare, almeno riguardo alla musica, con i miei figli. E questo è anche uno dei motivi perché oggi sono affezionato agli AC/DC e, ad ogni modo, apprezzo particolarmente la loro musica a anche se la band non può dirsi proprio tra le mie favorite.

Questo Rock or Bust è il loro quindicesimo album di studio e viene pubblicato sei anni dopo il precedente Black Ice. Il produttore è Brendan “prezzemolo” O’Brien che per dirla tutto ci ha messo poco di suo trattandosi di suono che non aggiunge nulla al passato; ad ulteriore riprova il disco è mixato da Mike Fraser già da anni al fianco della band.

L’uscita è stata preceduta da una spasmodica attesa, complici la quantità impronunciabile di dischi che il gruppo australiano ha venduto nel mondo e quindi la loro fama internazionale. Probabilmente nell’immaginario dei fan sono ancora, tra i settantenni in circolazione, i più credibili, vuoi per il genere, vuoi per il loro rapporto con il music business che, tutto sommato, mi pare più discreto e sincero rispetto a quello di certi loro coetanei.

Non aspettatevi da questo disco, alcunché di nuovo: gli AC/DC sono quelli di sempre, che già conoscete, e non cambiano di una virgola. Questo album ne è la conferma, per cui molti riffs li avrete già nelle orecchie, altri richiamano da vicino oltre che loro hit del passato, talvolta anche quelle di altri.

Però alla fine continuano ad essermi simpatici, anche se, probabilmente questa loro ultima opera la riporrò alla svelta nella mia biblioteca musicale e difficilmente andrò a rispolverarla.

Rock or Bust, la title track, ha il sapore di decine di altri brani, lo stesso riff di chitarra, la stessa caratteristica estensione vocale del cantante. Nonostante ciò alla fine funziona e ci si accorge che quello che si vuole dagli AC/DC è proprio questo.

Play Ball è puro rock ‘n’ roll, diretto, efficace, fluido, senza fronzoli, un palmo superiore rispetto al brano precedente e anche Rock the Blues Away è trascinante al punto giusto e quindi riuscita.

Miss Adventure è troppo confusa e tutto sommato banale per poter piacere ma diverso è il discorso per Dogs of War forse un po’ troppo monolitica, ma serrata, tagliente.

Coglie nel segno Got Some Rock & Roll Thunder un rock blues tirato dove emerge il gran lavoro delle chitarre e il contributo dei cori e non è male Hard Times, ancora un mid tempo, scandito dai riffs della chitarra, inframmezzati dal ritornello cantato a più voci.

Baptism by fire ha dalla sua una bella progressione ritmica anche se quello che, probabilmente, manca è la presenza di un refrain memorabile.

Rock the House, oltre ad avere un titolo foneticamente troppo simile ha anche un riff che assomiglia un po’ troppo a quello di Rock this Way degli Aerosmith, al limite del plagio.

Non un granché Sweet Candy così come la conclusiva Emission Control, più funky ma tutto sommato incompiuta.

Non un granché tutto, insomma: piacerà ai fan ma per piacere a tutti avrebbe dovuto avere certamente di più. Mancano un po’ le canzoni, il che per chi fa questo mestiere non è certo poco. La sensazione che l’ispirazione, quella vera, se ne sia andata con la gioventù.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Play Ball

Se non ti basta ascolta anche : Qualsiasi loro disco precedente

 

ARTISTA : Mary J. Blige

TITOLO: The London Sessions

GIUDIZIO: **1/2

Mary J Blige è secondo me la più credibile artista black oggi in circolazione, vuoi per la voce straordinaria che il Signore le ha regalato, vuoi per una produzione discografica che per certi versi può essere ritenuta scevra dai condizionamenti di mercato.

Siamo dalle parti certamente della musica commerciale, quella che va nelle radio più generaliste, quella che senti in spiaggia, quella di MTV, ma all’insegna del gusto e di un’eleganza fuori dal comune.

In più i suoi brani difficilmente sono scontati, hanno sempre un guizzo che li distingue da una produzione, quella del soul di oggi, piuttosto massificata. Questo disco ne è una riprova parziale.

L’artista se ne è andata a Londra alla ricerca dell’ispirazione, forse, perduta e condividendo la sua esperienza con quella di giovani artisti inglesi ha sfornato un disco niente male anche se non certo un capolavoro.

Per me l’occasione dell’incontro fu l’uscita qualche anno fa del suo album live uno dei più belli del genere dove immediata era la sensazione di forza, di energia che la musica e le note sprigionavano, unito il tutto a una qualità delle canzoni veramente elevata.

The London Sessions, copertina intensa, è prodotto con la collaborazione di numerosi artisti della terra d’Albione fra cui Sam Smith, Emeli Sandé, Disclosure, Naughty Boy, Sam Romans, Eg Whitee Jimmy Napes.

Tuttavia può essere considerata un’opera coraggiosa, personale, con suoni che, salvo rari casi non sono quelli a cui l’ascoltatore medio è abituato.

Apre le danze Therapy che è anche il singolo che fa da traino e che ha anticipato l’uscita dell’intero lavoro. Therapy è una buona canzone non una grande canzone, ma è cantata con intensità e passione, lontana anni luce da una certa freddezza che sembra permeare buona parte della produzione nu soul. È un brano “vecchio” ma che mantiene una propria originalità, una propria personalità. Il resto lo fa l’interpretazione di Mary J. Blige, magistrale.

Doubt è una ballata pianistica, caratterizzata da una progressione emotiva ammirevole, assomiglia ad alcune cose passate di Emeli Sandè ma resta una buonissima canzone.

È una perfetta canzone d’amore, nonostante il titolo, Not Loving You. Suoni ridotti all’osso, solo piano e voce e qualche effetto qua a là, è un brano che ti coinvolge sin dalle prime note.

When You’re Gone all’inizio sembra una canzone non del tutto riuscita, poi arriva il ritornello e con esso i suoni della chitarra acustica e allora l’insieme assume una veste diversa e il livello resta decisamente alto.

A Right Now hanno collaborato i Discolsure, nome di punta della scena londinese della musica dance. Il brano colpisce da subito ma è, a mio parere, un po’ troppo alla moda e denso di elettronica e, alla fine, comprime le attitudini vocali dell’artista.

Ancora dance allo stato puro è quello di My Loving che però non colpisce più di tanto anche se il ritmo (cassa in 4/4 a oltranza) è, a tratti, contagioso.

È riuscita Long hard Look, nonostante pregna di suoni un po’ troppo alla moda e che avvicina Mary J. Blige forse un po’ troppo a Beyoncé.

Whole Damn Year è ancora una ballata spoglia che affianca le note del piano ai suoni dell’elettronica. L’effetto è buono e al solito a far la differenza c’è l’interpretazione, intensa e sentita.

Qualche anno fa avrebbe potuto essere un brano apripista Nobody But You: tastiere liquide, ancora qualche dose di elettronica, cassa “in quattro” e Chaka Khan dietro l’angolo. Oggi sembra tutto un po’ datato nonostante i tentativi di dimostrare il contrario.

Ha invece suoni del tutto moderni Pick Me Up che potrebbe avere successo anche presso un pubblico più giovane o, nella peggior delle ipotesi, trovare posto in qualche compilation “lounge” che tanto vanno di moda e che, personalmente, detesto.

Follow ha ben poche ragioni che meritino menzione ed è un brano del tutto trascurabile mentre la conclusiva Worth My Time risolleva nuovamente le sorti dell’intero lavoro e ci riconsegna l’artista nei panni a lei più congeniali, ossia quelli dell’interprete di ballate intense, toccanti nobilitate dalle sue capacità di interprete.

Un album caratterizzato da molti alti e qualche basso ma in definitiva per nulla brutto, anzi. A volte il tentativo di stare un po’ troppo al passo con i tempi tradisce Mary J. Blige che quello che ha sempre fatto continua a farlo benissimo, e forse, è quello che le persone come me continuano a chiederLe.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Worth My Time

Se non ti basta ascolta anche:

Beyoncé : Beyoncé

 

ARTISTA : Bob Seger

TITOLO: Ride Out

GIUDIZIO: ***

A Bob Seger sono profondamente affezionato, è uno dei miei eroi. I suoi album live sono conservati nella mia biblioteca musicale in posizione di rilievo e spesso, in auto, la scelta sull’I.Pod cade su qualche canzone sua. Non importa se trattasi di ballate o di sfrenati rock ‘n’ roll, di lui mi piace tutto.

Seger è per me è l’incarnazione del rock ‘n’ roll, quello più tradizionale, quello che alterna brani veloci, diretti senza fronzoli, alle ballate che ti fanno sognare. L’ho scoperto molti anni fa comprando Night Moves, un album registrato in studio, uno dei suoi più belli.

Da allora l’ho marcato stretto, amandolo soprattutto nella sua dimensione live.

Oggi alla veneranda età di quasi settanta anni esce con un nuovo disco: qualcuno dice l’ultimo e forse sarà così perché Bob non ha mai inseguito il denaro e la fama a tutti i costi, preferendo sempre all’effimero, l’amore e la stima sinceri dei suoi fan, in America moltissimi, qui da noi, nel vecchio continente, un po’ meno.

Sono sincero, mi aveva tradito la recensione di Paolo Carù: ho la presunzione di riconoscere dietro le belle recensioni di circostanza, il pensiero non troppo positivo verso questo o quel disco, soprattutto se trattasi di Carù, a volte poco incline a riconoscere che l’opera di uno dei suoi artisti preferiti non sia all’altezza del passato. Così credevo per questo Ride Out, che invece è un lavoro decisamente riuscito.

Per i nostalgici dirò che non c’è la leggendaria Silver Bullet Band, ovvero il supporto strumentale tradizionale di Bob, un gruppo musicale dalla tecnica (e dall’anima ) almeno pari a quella della E Street band o degli Heartbreakers; questa volta al fianco di Seger ci sono una manciata di session man di lungo corso perfettamente calati nel ruolo.

L’esordio del disco è concesso ad una cover di John Hiatt, un altro grande vecchio che per fortuna ha la buona abitudine, annualmente, di regalarci un disco sempre di valore: la sua Detroit Made è una sorta di “Frecciarossa” del rock, veloce, dritto come un fuso, un rock ‘n’ roll nella più classica delle sue forme, essenziale, senza fronzoli, un brano riuscito che ci riporta al passato, agli anni ’70. Potente è la sezione ritmica, le chitarre “che più rock non si può”, e i cori che mi ricordano quelli presenti nei “cani pazzi e uomini inglesi” di Joe Cocker.

Sulla stessa lunghezza è Hey Gipsy, un potente rock blues, con Kenny Greenberg protagonista con la sua chitarra, esaltante nella sua progressione ritmica.

Di Steve Earle è The Devil’s Right Hand un classico già nel repertorio di molti artisti come Johnny Cash e Waylon Jennings: è un brano che a me non riesce a smuovere più di tanto che però ai seguaci di Bob Seger, sono convinto, potrà piacere proprio perché il nostro riesce a farne una cover fortemente sua, con i suoni tipici del suo repertorio.

Decisamente riuscita è Ride Out, ancora una canzone rock, nel solco della più pura tradizione del nostro, con il basso pulsante, le chitarre infuocate, cori (Shawn Murphy e Laura Creamer) e stacchi dei fiati a mettere in rilevo i passaggi più incisivi.

Suoni folk che vengono dal passato sono quelli di Adam and Eve, ancora una cover di una canzone meno nota delle precedenti, di Casey Chambers e Shane Nicholson. Di nuovo rispetto ai brani precedenti è la dimensione prettamente acustica del brano, la presenza del suono di un violino affidato a Biff Watson e la voce femminile di Laura Creamer che nel brano duetta con pari dignità con Bob Seger.

California Stars è un’altra cover tratta da Marmaid Avenue di Billy Bragg e Wilco, un brano molto bello, solare, una ballata che mi ha ricordato la Waitin’ on a Sunny Day di Bruce Springsteen.

Non mi convince del tutto It’s Your World perché le manca qualcosa, forse una melodia che resti anche se l’arrangiamento rappresenta una novità rispetto a quanto sino a qui ascoltato, grazie alla presenza delle percussioni che riescono a dare al brano un certo spessore. Ad ogni modo il brano è trascurabile ma non brutto, alla fine ha pure un suo fascino.

All of the Roads, benché meno ispirata, potrebbe fare il pari con alcune grandi ballate del passato per le quali il nostro è giustamente noto: il brano una sorta di country rock con violino e voci femminili in bell’evidenza, convince alla fine anche se non del tutto. Insomma si capisce che si sfiora il grande brano che però non è.

È pure incompiuta You Take me In, una ballata acustica che scivola via bene, intensa al punto giusto ma che manca ancora di qualcosa.

Segue Gate of Eden che la prima volta che ho sentito non mi è parSa granché ma che ascolto dopo ascolto è invece cresciuta nella mia scala delle preferenze, grazie ad un arrangiamento corposo e alla presenza di voci femminili che nel contesto mi paiono quanto mai azzeccate.

Insomma, mi sono sbagliato, perché Ride Out è un bel disco, non un capolavoro ma nell’economia delle uscite discografiche del 2014 certamente un’opera che non disdegna.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Detroit Made

Se non ti basta ascolta anche:

John Hiatt: Bring the Family

 

Il brano della settimana:

Buffalo Springfield : For What It’s Worth

For What It’s Worth è una canzone di Stephen Stills, interpretata dal suo gruppo di allora, i Buffalo Sprigfield, una leggenda della musica folk-rock e non solo. Vi basti pensare che fu tra quelle fila che nacque l’antagonismo con Neil Young che pure ne faceva parte.

Ma in quel gruppo, meglio dire super gruppo , vi erano anche Richie Furay poi con la Southern, Hillman, Furay band, Bruce Palmer, autore di un disco solista seminale, The Cycle is Complete, e Jim Messina che prima con Furay fondò i Poco e più tardi con Kenny Loggins diede vita a un duo, autore di alcune opere veramente di qualità.

Il brano è del 1966 e venne scritto avendo come riferimento proteste e disordini conseguenti alla decisione di chiudere alcuni locali a Los Angeles ed uno in particolare sul “Sunset Strip", dopo una petizione di commercianti e residenti che mal digerivano l’andirivieni dei giovani “figli dei fiori” attratti dal movimento musicale di quel periodo.

Il brano è stato oggetto di numerose cover, da Cher, ai Band Of Joy di Robert Plant, alla Dave Mattews Band ed è ricordato anche in quanto parte della colonna sonora di Forrest Gump. Musicalmente è un classico, con il ritornello immediatamente memorizzabile, con il coro tipico dell’epoca, le armonie vocali perfette e quella nota pizzicata di chitarra riconoscibile da subito. Una meraviglia assoluta.

Commenti

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  1. Scritto da ginolatin

    beh, si vede che non hai orecchie molto “hard rock”. rock the house non assomiglia minimamete a rock this way degli aerosmith: primo perché rock this way non esiste, credo intendessi walk this way. secondo perché è completamente, ma dico completamente diversa, la ritmica del riff non c’entra niente, forse ti confondi con un’altra canzone. (ovviamente saprai che le note della musica di matrice blues sono sempre quelle,qualche nota in comune non significa nulla). saluti e rock’n’roll

    1. Scritto da B. G.

      Hai ragione e’ walk this way. E’ stato un refuso. Sul resto non sono molto d’accordo , ma non importa. Grazie dell’intervento, B.G

  2. Scritto da Diego Perini

    Alla voce dinosauri del rock mi vengono in mente i… Dinosaur jr (“Bug”,1988, SST Records. Piango). Per i giurassici invece agli AC/DC preferisco i Motorhead, a Seger Mellencamp, a Blige non so.

  3. Scritto da brixxon53

    Senza nulla togliere agli altri due io sto con Bob Seger. Per la canzone della settimana voglio omaggiare Pino Mango, cantante quasi coetaneo che ha spesso e volentieri accompagnato la mia gioventù, e scelgo La Rondine.
    Buona musica a tutti.

  4. Scritto da febo64

    tra i tre sicuramente scelgo gli ac dc anche se l’album non l’ho ancora ascoltato, ma vado sul sicuro proprio perché non hanno mai cambiato il loro stile, lunga vita a loro, brani come back in black,e T.n.t., che hanno fatto nascere il mito sono iimmancabili.

    brano della settimana Perfectly Good Guitar di j.hiatt
    disco della settimana Judgement degli anathema *****