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Blackberry Smoke: musica felice e ultra vitaminica

"Leave a Scare - Live in North Carolina" parla di donne, di whiskey e della strada e si merita gli applausi del nostro Brother Giober. Che questa settimana sceglie come suggerimento speciale "Strange Fruit" di Billie Holiday, con le sue molteplici versioni. E voi?

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Blackberry Smoke

TITOLO: Leave a Scare: Live in North Carolina

GIUDIZIO: ****

Avevo deciso di scrivere questa settimana dell’ultimo di Bob Seeger. L’ho comprato ma è ancora incellofanato. Dopo aver letto la recensione di Carù che lo incensa e gli dà quattro stelle ho capito che si tratta di un brutto disco. Magari tra qualche settimana ve ne parlo comunque.

Sono invece meritevoli di menzione questi Blackberry Smoke che non conoscevo e in cui mi sono imbattuto, come spesso accade, casualmente. Vengono da Atlanta, Georgia e sono in attività dal 2000.

La line up è formata dal front man e principale songwriter Charlie Starr, dal bassista Richard Turner, dal batterista Brit Turner, dal tastierista Brandon Still e dal chitarrista Paul Jackson.

Questo è il loro quarto album, negli Stati Uniti godono di una buona notorietà, e sono costantemente on the road, in Italia non se li fila nessuno.  

I Blackberry Smoke sono ultra vitaminici, percorrono le strade del southern rock più convenzionale e lo fanno con una maestria veramente notevole.

Il genere musicale trova la sua massima espressione, di solito, nella dimensione live, ragion per cui questo Leave a Scare: live in North Carolina va considerato a tutti gli effetti come la summa della loro carriera sino ad oggi ed è un gran bel disco, fatto di grandi canzoni, cantate e suonate come si deve.

Vi deve, ovviamente, piacere il genere, dovete avere amato le grandi band del passato perché i Blackberry Smoke sono un gradino sotto gli Allman Brothers Band e i Lynyrd Skynyrd, ma almeno sullo stesso piano di band come la Marshall Tucker Band, gli Outlaws, la Charlie Daniels Band, gli ZZ Top.

Fanno musica felice, spensierata, a volte sognante che mischia, abilmente, i suoni del country con quelli del blues, del boogie e, in alcuni casi (pochi per fortuna) dell’hard rock.

Le canzoni sono quasi sempre orecchiabili, da cantare in coro e provviste tutte di un ritornello memorizzabile (quasi) all’istante.

La loro struttura è classica del genere, trattandosi nella maggior parte dei casi di ballate che sfociano nel classico solo di chitarra, con il cantato spesso strascicato a rappresentare, o forse no, l’alta presenza di alcol nelle vene degli artisti.

Il disco è doppio, la registrazione buona, non so dirvi se si tatti di quella di un unico concerto (ma credo di sì) o meno, fatto sta che mi sembrano mancare sortilegi elettronici appostati in fase di post produzione il che rende tutto molto genuino e immediato.

Il pubblico non è particolarmente rumoroso e con i suoi interventi aggiunge una nota di calore al tutto, partecipando, a volte, con cori e urla di rimando.

Due dischi per un totale di 22 brani tra cui un inedito, Payback’s A Bitch; in circolazione anche un DVD recante 4 brani in più e una cronaca interessante del backstage.

I temi trattati sono quelli stereotipi per il genere: donne, whiskey, la strada.

Il primo disco è quello più movimentato e vario: sono presenti suoni che riferiscono al boogie, al blues, al rock.

Esplosivo è il trittico iniziale perché Shakin’ hands with the Holy Ghost con il piano martellante, le voci in coro e le chitarre fumanti avrebbe potuto agevolmente trovare posto e dignità sul mitico Waiting for Columbus dei grandi Little Feat , mentre Sanctified Woman che profuma di “Pietre Rotolanti” è coinvolgente come pochi altre canzoni sentite nel passato più prossimo, e Testify è solenne, basata sul cambio frequente di atmosfere, di ritmi.

Good One Comin’ Good piacerà certamente agli amanti del genere perché, benché pur un po’ scontata, ha un bel ritornello e beneficia dell’effetto congiunto degli strumenti che esplodono in suoni liberatori e che si alternano a momenti più controllati.

Six Ways to Sunday ha un inizio quasi hard, ma sono poi le note del piano a riportare il suono alle sue origini sudiste, così come il modo di cantare tipico del genere. Il brano è divertimento allo stato puro e ti fa venire la voglia, non appena terminato, di andarlo a riascoltare.

Un momento di calma è quello di Ain’t Got the Blues, una canzone acustica che mischia i suoni del blues con quelli del country: è un brano già sentito mille altre volte e che avrebbe potuto far parte di Quah di Jorma Kaukonen, senza alcuna difficoltà. Che poi sia particolarmente noto e apprezzato dal pubblico lo si capisce anche dalla partecipazione di quest’ultimo durante l’esecuzione.

Lucky Seven parte con i suoni delle tastiere in evidenza, il ritmo è serrato e anticipa un ritornello dall’effetto contagioso, mentre ha un andamento più fluido, tipico delle ballate “southern” Pretty Little Lie, che viene accolta da un boato del pubblico; quello che colpisce ancora una volta è la capacità compositiva del gruppo (quella esecutiva non è proprio in discussione) che gli consente di snocciolare un bel brano dopo l’altro.

Cambio di registro è quello che avviene con Restless, puro southern rock che riporta alle atmosfere dei migliori dischi di Lynyrd Skynyrd, che viene introdotto da un botta e risposta con il pubblico. In questo caso l’adrenalina sale vertiginosamente, e subisce un’ulteriore scossone quando, nel bel mezzo, interviene l’organo Grande brano.

Up in Smoke vira in modo deciso verso sonorità più rock ed ha ben presente la lezione di gruppi come i “Red Hot” , piuttosto che gli AC/DC, ma anche in questo caso i B.S. dimostrano di essere capaci di assorbire, bene, qualsiasi cosa che abbia a che fare con note musicali.

Ingannano le sonorità pesanti poste all’inizio di Crimson Moon che invece diventa presto una ballata pianistica , fatta di alcune accelerazioni che donano al brano una certa vivacità.

La più bella canzone dell’intera raccolta è The Wipponwill, una ballata con cenni di psichedelia che esordisce con suoni che ho già sentito in alcuni dischi dei Pink Floyd. Il brano supportato dalle note coinvolgenti del piano si sviluppa elegantemente tra soli di chitarra e parti vocali perfettamente eseguite.

Son of the Bourbon è la classica ballata ad alta gradazione alcolica, un po’ country & western, un po’ honky tonk, di quelle che scaldano i cuori americani, forse un po’ meno i nostri; resta ad ogni modo un brano piacevole.

Cenni ancora di Little Feat sono quelli che si percepiscono in Everybody Knows She’s Mine che però mi pare un brano trascurabile, buono per le esibizioni live ma forse non troppo compiuto mentre One Horse Town è una ballata dove il suono invitante dell’organo si sovrappone, creando un bell’effetto, con quello della chitarra acustica. Quando poi la composizione parte, si percepisce subito la bellezza del brano, la sua ampiezza. One Horse Town è un’altra canzone che da sola giustificherebbe l’acquisto dell’intero album.

Lesson in a Bottle è di bellezza cristallina, con un inizio da togliere il fiato e che ricorda alcune sonorità dei “Grateful”. Il ritornello è cantato con convinzione e rimane subito impresso nella mente. Mi sarei aspettato nel caso il coro di accompagnamento del pubblico ma così non avviene.

Ain’t Much Left of Me ha dalla sua una bella melodia innestata su un arrangiamento strumentale corposo, fatto di chitarre che rispondono alle incursioni pianistiche, mentre Leave A Scare, preceduta da una serie di “we love you” indirizzati dal gruppo al pubblico, è uno scatenato boogie.

Sleeping dogs vive dell’alternanza tra momenti sospesi e ripartenze mentre Payback’s a Bitch, l’unico inedito, è un brano provvisto di un testo niente male, anche se musicalmente forse non è tutta questa gran cosa.

Molto meglio è Up on the Road, una ballata pianistica, raccolta, intima, interpretata magnificamente e che avvicina il gruppo ad alcune delle cose meglio riuscite degli Eagles.

Chiude il tutto Shake Your Magnolia che, ovviamente, omaggia quelle donne che ai loro concerti ondeggiano, ballando, pericolosamente. Il brano è potentissimo e chiude degnamente un grande disco dal vivo.

Grande prova dei Blackberry Smoke che mi risulta siano ora in sala di incisione con Brendan O’ Brien, un produttore di gran voga in questi ultimi anni e collaboratore di alcuni dischi di successo tra cui Aerosmith, Pearl Jam, the Boss.

Leave A Scare è un disco fatto alla vecchia maniera, ovvero in modo appassionato, convinto, senza guardare all’esito commerciale. Realizzato da persone che suonano benissimo e che amano il loro lavoro. Il resto lo fanno le canzoni… tutte, o quasi, bellissime.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: The Wipponwill

Se non ti basta ascolta anche:

The Marshall Tucker Band – Live ! English Town, NJ September 3, 1977

The Charlie Daniels Band – Fire on the Mountain

Lynyrd Skynyrd – One More from the Road

La canzone della settimana

Billie Holiday – Strange Fruit

Strange Fruit è una delle più belle canzoni di sempre. La prima ad interpretarla fu Billie Holiday, l’ultima, nel suo album Nostalgia, Annie Lennox. In mezzo Nina Simone, Jeff Buckley, Diana Ross, Jimmy Scott, Eartha Kitt, Cassandra Wilson, Tori Amos, Pete Seeger, Siouxsie and the Banshees, Cocteau Twins, Robert Wyatt, Sting e Rossana Casale.

Musicalmente non ho mai sentito nulla di più profondo, struggente, commovente. Un brano di una lentezza esasperante ma non per questo noioso, anzi.

Venne composto nel 1939 e il testo rappresenta una forte denuncia contro i linciaggi della popolazione di colore nel sud degli States.

Lo “Strano frutto” è il corpo dell’uomo impiccato che penzola dall’albero. Il testo è un vero e proprio pugno nello stomaco ed evoca immagini che mi auguro appartengano solo alla storia, anche se non ne sono così sicuro. "Southern trees bear a strange fruit, blood on the leaves and blood at the root, black body swinging in the Southern breeze, strange fruit hanging from the poplar trees" ("Gli alberi del sud danno uno strano frutto, sangue sulle foglie e sangue sulle radici, un corpo nero dondola nella brezza del sud, strano frutto appeso agli alberi di pioppo").

L’autore è Abel Meerpol, un insegnante ebreo-russo del Bronx.

L’ispirazione gli nacque da una foto scattata da Lawrence Beitler del linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith a Marion (Indiana): le sensazioni che provò lo spinsero a comporre una poesia intitolata “Bitter Fruit”, che ottenne alcuni importanti riconoscimenti soprattutto negli ambienti comunisti, e cercare poi un autore che traducesse le parole in musica.

Non erano tuttavia i tempi giusti, ragione per cui ottenne solo dinieghi alle sue richieste, sino a quando non si decise a mettere mano anche all’accompagnamento musicale. Nacque così Strange Fruit che venne affidata a Billie Holiday, artista già di fama in quel periodo che però grazie al brano raggiunse una notorietà mondiale.

Io adoro la versione di Jimmy Scott, un artista maledetto, autore di alcuni dischi formidabili. Una canzone (termine un po’ riduttivo nel caso) da conoscere per forza. Da qui nasce tutto….

Commenti

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  1. Scritto da febo64

    un grande salto nel passato ascoltando il disco, non può certo competere con i lynyrd skynyrd, ma si ascoltano molto volentieri, per il disco vado sul sicuro dal vivo ed in perfetta forma i grandissimi Lynyrd Skynyrd Lyve : The Tour anno 2004

    1. Scritto da B.G.

      …benvenuto su queste pagine e frequenze….

  2. Scritto da brixxon53

    Assolutamente d’accordo con Umberto (e B.G. ovviamente) sui BS, non li conoscevo ma non sono affatto male… adesso sono anche loro nel mio calderone musicale. Per il disco della settimana mi affido come sempre al passato, No Face, No Name, No Number di Eric Clapton e Stevie Winwood live from MSG. Quando una chitarra, un organo e un filo di voce, anche non particolarmente intonata, creano un’atmosfera incredibilmente intensa! Buona musica a tutti.

  3. Scritto da Diego Perini

    Mi piacciono più per l’immaginario (in giro per gli States a suonare; una vita avventurosa) che per la musica in sè. Bisogna essere americani che vivono in America: non so voi, ma un’Harley sulla provinciale SP35 mi perplime, ci vogliono le Montagne Rocciose in lontananza. Canzone della settimana Alvvays – Next of Kin, indie-pop fuori stagione, renderà meglio la prossima estate.

  4. Scritto da B.G

    …allora vado a spacchettarlo….

  5. Scritto da Umberto

    Bel rock , corposo, solido in stile anni 70…..non male…Per Bob Seger ho pensato la stessa cosa, ma poi ascoltandolo…pero’….. Carù i suoi pupilli li tratta sempre bene…questa volta ci ha azzeccato…Ciao a tutti