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“Porto la polenta nel mondo con Bergamo nel cuore E nel 2015 punto New York”

L’ideatore e titolare della catena PolentOne Marco Pirovano si racconta a BgNews: “La pensata della polenta take-away? L’ho avuta una notte, davanti a un panino poco imbottito. Oggi apro in franchising locali in tutto il mondo. L’Italia? Troppa politica, troppa burocrazia: è molto meglio l’estero”.

di Luca Bassi

E’ un fiume in piena Marco Pirovano. Parla di politica, di giustizia, di economia. Di calcio, della sua amata Atalanta, e nel frattempo rivela idee da imprenditore vero. Perché oggi Marco Pirovano è un imprenditore vero, a tutti gli effetti. E solo davanti alla sua spigliatezza, alla sue pensate geniali, alla sua voglia di arrivare si può capire come abbia fatto in meno di quattro anni ad aver seminato locali col marchio PolentOne in gran parte del nord Italia e perfino nella fredda e chiusa Russia. E pensare che da adolescente la sua vita sembrava destinata a dividersi tra il lavoro in cantiere, come muratore, la palestra per allenare la passione per le arti marziali e il tifo carico di trasporto per l’Atalanta. "Invece una notte, girando per la città con mio cugino, mi sono reso conto che a una certa ora c’era ben poca offerta per quei giovani che, come me ai tempi, tirano tardi – ha raccontato Pirovano a BgNews -. E davanti a un panino poco imbottito mi è venuta l’idea: ‘Perché non aprire un locale che possa offrire la polenta anche di notte?’. Così, dopo un anno vissuto in Australia lavorando nella ristorazione, sono tornato in Italia e mi sono rimboccato le maniche".

Quando ha capito che ce l’avrebbe potuta fare?

"In Australia ho lavorato per diversi mesi in una catena di street food: all’inizio come semplice cameriere, poi, qualche settimana dopo, come gestore di due locali. ‘Allora sono bravo’ mi sono detto. E’ stato lì che ho trovato quel coraggio che prima, forse, mi era mancato".

Lo street food a Bergamo, nessuno le ha detto che era pazzo?

"Non potete nemmeno immaginare quanta gente mi ha dato del pazzo quando raccontavo l’idea della polenteria. ‘Butti i soldi, dopo qualche mese chiudi’ mi dicevano. Ma io non mi sono lasciato influenzare. Perché non si poteva imporre questo tipo di mercato nella mia città? Io ce l’ho fatta: posso dire di aver portato lo street food in una realtà chiusa e bigotta come Bergamo". Secondo lei, perché la sua polenteria ha avuto tanto successo?

"Prima di tutto perché ho offerto sin da subito un prodotto di altissima qualità, preparato con una materia prima selezionata, a un prezzo accessibile a tutti. E in secondo luogo, probabilmente, perché in me qualcuno deve aver visto la rinascita del made in Italy in un momento di fortissima crisi".

La crisi, appunto: nel 2011, quando lei ha aperto il primo locale in Borgo Santa Caterina, le aziende lasciavano la gente senza lavoro e le banche chiudevano i rubinetti. Lei come ha fatto a non affondare?

"Non è stato facile, mai. E non lo è neppure ora, che ho aperto nove locali tra nord Italia e Russia e sono in attesa dell’inaugurazione del decimo punto vendita, a Seregno. Mi rimbocco le maniche ogni giorno quando esco di casa alle 8 della mattina per tornarci a mezzanotte, perché ormai in Italia puoi fare solo questo".

Il suo è un esempio importante per i più giovani: che messaggio vorrebbe dare a chi si trova senza lavoro?

"Io una cosa l’ho capita toccandola con mano: questa grande crisi economica che ci ha colpito la si può vincere solo con le idee geniali. Sono queste che spiccano in un momento difficile. E solo col coraggio si possono raggiungere i risultati che si sognano".

Ha portato la polenta a Mosca, sta per aprire il decimo punto vendita a Seregno e fuori dai suoi locali c’è sempre la coda. Ha ancora degli obiettivi?

"Assolutamente sì. Nel 2015 porteremo la polenta negli Stati Uniti. Mi spiego meglio: a febbraio aprirò un ufficio commerciale che seguirà il franchising americano. Il marchio PolentOne si dividerà tra la sede di Bergamo e quella di New York. Questo perché negli ultimi mesi ho visto una vertiginosa crescita di richieste di franchising per aprire locali in diverse città del mondo. E ho deciso di provarci".

Italiani che hanno volglia di estero?

"Esatto, italiani che hanno voglia di cambiare vita, di cambiare Paese. Vi posso dire che nella mia casella mail ho quasi 3mila richieste".

Perché, secondo lei?

"Perché l’Italia non è più un Paese per giovani; qua c’è troppa politica, troppa burocrazia, troppo potere in mano alle banche. Fare impresa nel 2014 è diventato un suicidio. E’ per questo che ora sto pensando solo al franchising e non più alle società, perché in questo Paese è diventato impossibile andare avanti".

Quindi tra qualche anno vedremo locali PolentOne sparsi nel mondo?

"Quella è la speranza. Per ora mi sono posto un obiettivo: arrivare a trenta locali entro la fine del 2015. Viste le tantissime richieste di franchising che ho ricevuto, penso di potercela fare. E ho già avuto un’idea per rendere ancora più appetibile l’offerta di PolentOne all’estero: la polenta con la pastasciutta fatta rigorosamente col mais. Sono pazzo? Può darsi, me l’hanno già detto in tanti…".