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Interferenze visive Bella e curiosa mostra di Italo Chiodi

Italo Chiodi instancabile sperimentatore esplora il Blu Kein, un colore oltremare, quasi marziano, saturo e innaturale.

“Interferenze visive” è la mostra di Italo Chiodi allestita alla Galleria Viamoronisedici fino all’8 novembre.

Instancabile sperimentatore di linguaggi, umile sacerdote di un’arcana religione della natura e dell’arte, esploratore di percorsi visivo-percettivi che slittano magicamente dal fisico al metafisico, l’artista bergamasco con questo nuovo appuntamento non finisce di reinventarsi e di stupire.

Dopo la iuta, il ferro, la carta, la farina, il legno, la semplice china, e la scelta ricorrente, distintiva negli anni di colori volutamente poveri ed essenziali – specchio di una spiritualità immanente che si rigenera nella terra e nei suoi humus cromatici – ecco una mostra monocroma tutta in Blu Kein, un colore oltremare quasi marziano, saturo e innaturale.

Brevettato dall’artista Yves Klein nel 1957 a partire dal blu cobalto, l’IKB (International Klein Blue, così fu battezzato dal suo geniale artefice) ha un notevole e straniante impatto visivo, un’intrinseca luminosità irreale e visionaria che conferisce alle superfici che ne sono ricoperte un senso di totale e assoluta alterità.

Chiodi l’ha impiegato per rivestire oggetti-scultura in forma di strane entità germinali, ammiccanti “semi” muniti di inflorescenze e spunzoni, realizzati in cartapesta.

Leggerissimi e precari, puntellati su bastoncini e spilli che ne assicurano “l’autodifesa”, le sculture di Chiodi levitano nella luce così come nel buio, sospesi come sono su appoggi fatti di nulla e rivestiti del loro fatato involucro Blu Klein.

Niente di più allusivo alla natura del seme, al suo essere “in potenza” prima che in atto, oggetto simbolico per eccellenza di ogni creazione e di ogni imminente divenire. Il gioco è tutto qui, affidato alla suggestione di forme poco più che primarie e alla forza di un colore che trasfigura.

Ma è il gioco per eccellenza, è l’alchimia imprevedibile – qui resa visibile – che sta alla radice di qualsiasi genesi e metamorfosi, perché “da quel niente nasce ogni frutto, da quel niente tutto viene”, come scrive Mariangela Gualtieri nel bel testo di presentazione.

Ed è anche “la metafora del ruolo dell’arte”, sottolinea Luciano Passoni nell’efficace foglio che correda la mostra: “opere come semi, più che semi come opere, alla ricerca di occhi fertili che sappiano accoglierle e farle germogliare in sensazioni, immagini, emozioni nel vedente”.

Italo Chiodi ha la capacità di andare a cercare ogni volta l’anima delle cose, con intensità e delicatezza, e un’attenzione alle piccole tracce, ai frammenti che rimandano all’essenza e al nucleo primigenio della realtà.

A partire da quei segni, riesce a strutturare l’architettura di uno spazio – in questo caso uno spazio “disseminato di semi” – che non è solo suo e autobiografico, ma si fa simbolo di impronte e percorsi di altre vite e di altri, possibili, mondi.

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