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Investire negli Usa: accordo fra Confindustria e American Chamber fotogallery

Presentato nella sede dell’associazione lo stato delle trattative per il TTIP, Transatlantic Trade & Investment Partnership, fra Usa e Europa.

Come in un incontro di boxe ci sono i round, siamo ormai al settimo, ma l’obiettivo non è dare il ko all’avversario e nemmeno vincere ai punti, ma trovare un accordo, un compromesso, che soddisfi entrambi i concorrenti, da un lato l’Unione Europea, dall’altro gli Stati Uniti, impegnati nelle discussioni per il TTIP, Transatlantic Trade & Investment Partnership che, una volta sottoscritto, porterebbe a un forte potenziamento degli scambi commerciali, facilitando le esportazioni verso gli USA e attraendo investimenti anche nel nostro paese.

In attesa che la complessa trattativa si blocchi, Confindustria Bergamo e American Chamber of Commerce in Italy hanno firmato ieri un accordo, nella sede dell’associazione imprenditoriale bergamasca, che sancisce una più stretta collaborazione con l’obiettivo di favorire le opportunità di sviluppo sul territorio americano.

“Al contrario di quanto sostenuto da alcuni economisti – ha sottolineato Monica Santini, vice-presidente di Confindustria Bergamo durante un incontro per focalizzare stato dei lavori e obiettivi delle trattative per la firma del TTIP nonché l’accordo con American Chamber – crediamo che saranno proprio le piccole imprese a beneficiare di un quadro di normative più facile, senza ostacoli di tipo tariffario e non tariffario in un mercato immenso. Sarà difficile mantenere l’obiettivo di un accordo entro il 2015, ma certo il nostro paese deve fare di tutto per velocizzare i tempi”.

“Il fallimento di questa intesa – ha aggiunto Simone Crolla, consigliere delegato AmCham Italy – non sarebbe a costo zero, perché nel frattempo, anche su impulso di queste trattative, altre aree si stanno muovendo per firmare accordi simili”.

UE e USA sono i due principali attori nell’economia globale, rappresentano quasi metà del PIL mondiale con il 46% del totale. L’America ha visto negli ultimi anni il ritorno in grande stile dell’industria manifatturiera, a sua volta favorita dalle nuove fonti energetiche a basso costo, e l’industria europea può beneficiare di un euro finalmente debole che favorisce le esportazioni, e tale tendenza dovrebbe, secondo gli esperti, durare a lungo. La firma dell’intesa in tempi ragionevolmente brevi potrebbe dare ulteriore slancio all’export e alla creazione di posti di lavoro.

“I meccanismi legati al protezionismo sono presenti da tutti i due lati dell’Atlantico – ha rimarcato anche Sunil K. Ravi, Consul for Economic Affairs del Consolato generale di Milano degli Stati Uniti – ma siamo convinti che superarli darà forte impulso alla crescita e alla creazione di lavoro. Del resto, in alternativa, governerà la globalizzazione”.

“Il miglioramento delle regole commerciali – ha spiegato Maria Teresa Bastiani, Alto Funzionario del Ministero dello Sviluppo Economico – comprende non solo le tariffe doganali, ma anche normative, disposizioni specifiche per le imprese pubbliche, agevolazioni degli scambi, l’energia. L’80% delle piccole e medie imprese dichiara che le norme doganali sono uno dei peggiori ostacoli all’espansione del loro export, inoltre un quadro concordato in materia di energia e materie prime permetterebbe prezzi energetici più bassi in Europa. Uno studio di Prometeia ha indicato che proprio l’Italia, grazie al mix produttivo, è il paese europeo che trarrebbe i maggiori benefici da questi accordi”.

Il dazio medio sulle merci italiane esportate verso gli USA è del 2,7%, sulle merci europee è del 19%, in media le barriere tariffarie tra UE e USA sono già basse, anche se alcuni prodotti di nostra esportazione come tessili-abbigliamento, calzature, beni per le costruzioni, sono soggetti a dazi maggiori, ma il TTIP dovrebbe portare all’abolizione dei dazi in quasi tutti i settori industriali.

Inoltre il riconoscimento reciproco della regolamentazione eviterebbe duplicazioni non necessarie, ma il processo avverrebbe con gradualità e tutele, grazie alla creazione di un processo decisionale condiviso tra UE e USA sia intra che intersettoriale per armonizzare le norme attuali e future, e l’integrazione vera e propria avverrebbe solo in presenza di standard compartibili.

“In generale – ha spiegato Maria Teresa Bastiani – le aspettative italiane riguardano l’elevato livello di liberalizzazione daziaria e la rimozione dei picchi tariffari, l’alto grado di coerenza regolamentare, la rimozione delle barriere non tariffarie, il migliore accesso agli appalti pubblici a livello federale e sub-federale, la tutela degli investimenti, l’inclusione dei servizi finanziari, la lotta alla contraffazione e all’utilizzo di informazioni ingannevoli nel settore agroalimentare, la protezione delle indicazioni geografiche, il riconoscimento delle qualifiche professionali e la facilitazione del movimento delle persone fisiche”.

Un accordo potenzialmente molto largo, ma restano temi sensibili che non saranno oggetto di negoziato, per esempio la carne contenente ormoni, permessa in America e non in Europa. Alcuni settori, come l’automotive, il farmaceutico, il cosmetico, il chimico e i dispositivi medicali sono già a buon punto e potrebbero funzionare da apripista.

“Sarebbe un buon obiettivo chiudere nel 2016 – ha specificato l’alto funzionario – ora il prossimo passo è ottenere report pubblici della Commissione Europea”.

Entrambe fortemente a favore dell’intesa le testimonianze di Brembo, che ha negli Stati Uniti il primo mercato, e del colosso dei trasporti Ups.

Rossana Pecchi

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