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Lucinda Williams: da noi pochi fan, ma svetta verso il miglior disco dell’anno

"Where the Spirit Meets the Bones" segna il ritorno di Lucinda Williams: un disco (doppio) dal punto di vista dei testi tortuoso, complicato, da quello musicale semplicissimo, rock puro tirato, alternato a ballad che sanno di country, di blues, canzoni come non se ne sentono più in giro da molto tempo. Quattro stelle e mezzo per il nostro Brother Giober.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Lucinda Williams

TITOLO: Where the Spirit Meets the Bones

GIUDIZIO: ****1/2

Da qualche tempo a questa parte mi aspetto poco dal genere al quale sono stato più legato nella mia vita, il rock americano, quello più tradizionale, perché credo di avere già ascoltato tutto il possibile e quindi do poco credito alle nuove uscite e alla possibilità che possano sorprendermi.

Per fortuna negli ultimi mesi sono stato ripetutamente smentito: artisti come Tom Petty prima, John Mellencamp, Jackson Browne, dai quali poco mi sarei aspettato, hanno invece licenziato, contro ogni mia aspettativa, opere di tutto rispetto, in alcuni casi ancora entusiasmanti.

Il disco di cui vi parlo questa settimana è di puro rock americano, di un’artista che forse non tutti conoscono ma che invece meriterebbe una notorietà almeno pari a quella dei musicisti appena richiamati.

Lucinda Williams nasce a Lake Charles, ha 61 anni e una carriera costruita passo dopo passo (o come sentito ieri sera in un occasione pubblica “quindici dopo quindici”, si parlava di tennis) fatta di opere serie, via via più mature con nessuna concessione al mercato.

In Italia gode di un ristretta cerchia di fan, il “Busca” l’ha in “palmo di mano” e per una volta tanto bisogna rendergliene merito. Sull’ultimo numero le vengono date 5 stelle da due giornalisti diversi (vabbè uno è Carù).

Già il titolo del lavoro è, a mio modo di vedere bellissimo, un programma.

Il disco è doppio, scelta anche dal punto di vista del marketing difficile ma nel caso premiante.

Si parla di sentimenti, quelli più nascosti, più intimi, di confessioni, di rapporti con il padre.

Un disco dal punto di vista dei testi tortuoso, complicato, da quello musicale semplicissimo: rock puro tirato, alternato a ballad che sanno di country, di blues, canzoni come non se ne sentono più in giro da molto tempo.

Non troverete sorprese sonore, tutto è già stato ascoltato nel passato, non ci sono novità, ma solo canzoni, brevi, semplici, a volte ritmate, altre no, malinconiche, tutte dotate di una melodia che resta, di un arrangiamento spesso scarno, a volte meno. Sono canzoni però magiche, ognuna ha qualcosa di particolare.

Inoltre il disco presenta una serie di collaborazioni con i fiocchi, grandi musicisti e, in particolare, chitarristi, tra cui Bill Frisell (oramai sempre più sconfinante in territori diversi da quelli del jazz), Tony Joe White (di cui consiglio l’ascolto di tutti gli ultimi album), Jonathan Wilson, Stuart Mathis (dei Wallflowers); partecipano inoltre la sezione ritmica di Elvis Costello e Jakob Dylan.

Venti canzoni, tutte scritte dall’artista, per due cd, una sola cover, Magnolia di JJ Cale, circa cento minuti di musica, di grande musica, di quella che ti riconcilia con tutto e tutti.

Lucinda è dotata di una voce forte, fiera, vagamente roca, perfetta per il tipo di canzoni che interpreta.

Il disco apre con Compassion, ma non fatevi ingannare. Compassion è una canzone dall’arrangiamento scarno, acustico, un brano folk con il testo scritto dal padre (Miller Williams) di Lucinda al quale lei ha aggiunto qualche strofa. Ma tutto il resto è un’altra storia, perché come vi ho detto all’inizio siamo nel campo del rock, quello che si mischia a volte con il blues, altre con il country, ma sempre di rock si tratta.

E così il ritmo sale con Burning Bridges, una ballata che scorre bene, con un bel refrain e una serie di ricami chitarristici che creano un bell’effetto.

La successiva East Side of Town ha il sapore della ballad, l’atmosfera è rilassata quasi sonnacchiosa, siamo dalle parti, se proprio vogliamo trovare dei riferimenti del cantautorato americano più nobile; l’intervento nel mezzo del brano della chitarra di Stuart Mathis è di quelli che, da soli, sarebbero in grado di nobilitare anche “la mazurka di periferia”. La coda strumentale è coinvolgente.

West Memphis non può che avere i suoni del sud, della Louisiana, e quindi del blues, la voce è più strascicata che in precedenza. La chitarra di Toni Joe White fa la differenza mentre gli interventi intermittenti dell’armonica accentuano il senso di profondità del brano.

Profumo di The Band è quello che si coglie nella successiva Cold Day in Hell, una lenta ballata, sospesa nel vuoto, che Lucinda interpreta con grande intensità. Il coro sottostante, di matrice gospel, è da brividi. Certamente uno dei brani più incisivi dell’intero lavoro. Una ballatona alla “Desperado” (…di “eaglesiana memoria” proprio non me la sentivo di scriverlo), di quelle che ti lasciano basito tanto sono belle e d’atmosfera.

Foolishness ha qualcosa di Tom Petty e qualche novità nel suono. Ancora un bel brano, quadrato nel ritmo, forse solo un po’ più radiofonico di quelli che l’hanno preceduto e forse per questa ragione meno memorabile, anche se, ancora una volta, il finale in crescendo è da brividi.

Wrong Number è una lenta, avvolgente ballata, cantata da Lucinda in modo languido, qualche ricamo chitarristico qui è là. Un brano che probabilmente abbiamo sentito mille altre volte, di quelli che fanno da sottofondo a scene di film girate nei saloon dove i camionisti guardano sognanti la cantante di turno impegnata ad interpretare un brano “strappamutande” (si può scrivere, boh!).

È poi la volta di Stand Right By Each Other, ancora una bella ballata che si trascina indolente, con la voce di Lucinda meno ruvida del solito. Un brano “piano” di quelli che però arrivano sino in fondo senza che tu te ne accorga. Molto bello il “solo” di chitarra posto verso il mezzo ma è tutta la canzone che funziona a meraviglia anche grazie ad un ritornello d’effetto.

Chiude il primo disco It’s Gonna Rain con l’intervento di Jakob Dylan ai cori e di Bill Frisell alla chitarra. Il brano gioca le sue carte sulla delicatezza dell’interpretazione: l’atmosfera è “quasi country”, il ritmo indolente, i cori appena sussurrati e la slide magnifica.

Il secondo disco, almeno bello quanto il primo, si muove in territori musicali analoghi con solo qualche variazione in più di tema.

Apre Something Wicked This Way Comes e ancora l’atmosfera è quella tipica del sud degli Stati Uniti. Il suono è cupo, sotterraneo, le chitarre minacciose, il canto ruvido. Fa capolino un hammond che unisce le diverse parti del brano; il crescendo è memorabile così come la coda strumentale. Il brano ancor una volta vede tra gli ospiti Toni Joe White, sempre più grande.

Big Mess è una meravigliosa lenta e avvolgente ballata, con numerosi inserti strumentali, fatti di dialoghi di chitarre. Ancora un brano di grande atmosfera.

When I Looh At the World è una bella canzone con qualche venatura pop, cantata in modo più suadente e più accondiscendente che mai. Bello il ritornello, estremamente rilassante. Un punta di nostalgia pervade tutto il brano.

Si torna a veleggiare verso i lidi del rock più classico con Walk On, una bella ballata, semplice, altamente coinvolgente, dotata come è di un ritornello che crea assuefazione, perfetto per essere canticchiato ovunque voi siate e che, per un momento, se non siete più giovanissimi come me, vi farà tornare indietro negli anni. Potrebbe diventare un classico.

Temporary Nature (Of Any Precious Thing) è un’altra ballatona con tanto di organo che ricorda così da vicino i suoni di Richard Manuel di The Band che si alternano a quelli di un piano che sottolinea i momenti più intensi. Un gran brano di quelli che ti spingono a fermarti per un momento, a concentrarti e a dare all’ascolto un’attenzione ancora maggiore. Commozione, nostalgia sono i sentimenti che prevalgono.

Ancora atmosfere quasi “Voodoo”, pregne di profumi del sud sono quelle di Everithing But The Truth: le chitarre in bella vista, taglienti, la voce roca e volte forzata, l’hammond in sottofondo confezionano un brano che sa di paludi, di umidità, di amore per il blues.

This Old Heartache ha lo stile, sin dal titolo, della più classica ballata country, con la “steel” in primo piano e l’interpretazione della Williams meno sofferta che altrove. Bello il “solo” verso la fine del brano nel solco della tradizione pura.

Stowaway in your Heart è ancora una ballata che si distingue per la melodia quanto mai azzeccata mentre One More day ha ritmi più rallentati, vira verso atmosfere più intimistiche e per me è uno dei migliori dell’intera raccolta.

Chiude il lavoro l’unica cover: Magnolia è un brano di J.J. Cale, un omaggio a un artista al quale la Williams deve molto. L’apertura è affidata alla chitarra acustica, alla quale presto si aggiunge un suono elettrico. L’arrangiamento è scarno, tutto è lasciato nelle mani della cantante che offre un’interpretazione impressionante per intensità. Un gran brano, perfetto per le capacità di Lucinda che conclude degnamente un disco eccezionale.

Per me, sino ad ora, disco dell’anno.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: West Memphis

Se non ti basta ascolta anche:

Toni Joe White – Uncovered

Guy Clark – Songs and Stories

J.J. Cale and Eric Clapton – The Road to escondido

Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    Confesso che Lucinda me l’ero un po’ dimenticata ma questo disco è veramente bello, è un inno alle chitarre americane, ad altissimo livello. Il miglior disco dell’anno? Può essere, anche se nella mia personale classifica sono ancora a metà tra War on Drugs (Lost in the Dream) e Joe Henry (Invisible Hour), ma più lo ascolto e …… Bravo B.G. ancora una volta, e visto che l’hai citato ti dico che anche Standing In The Breach di Jackson Browne è un gran bel disco. Buona musica a tutti.

  2. Scritto da West

    se davvero la Williams da noi ha pochi fans… probabilmente sono tutti confinati nel mio paese adottivo che è Ghisalba. Addirittura so per certo che uno di questi fans ha dato alla propria figlia il nome di Lucinda (bellissimo) . Comunque il suo nuovo doppio album è un capolavoro e non è il primo…

  3. Scritto da umberto

    Un disco che mi ha sorpreso. Ho sempre seguito la Lucinda ma da un po’ di anni mi ero un po’ staccato…..troppo simili le canzoni….quasi tutte ballads ” pigre “….Mi sono avvicinato a questo album senza aspettative sapendo già delle lodi di Carù, ma insomma….tutto nella norma….bisogna saper leggere tra le righe dei giornali e invece sono 2 settimane che l’ascolto…Brava Lucinda e bravo B.G. a proporla.Saluti a tutti.