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Cd: doppietta al femminile La Promise di Ruthie Foster e il “pugno” della Faithfull

Due donne per Brother Giober. Una, Ruthie Foster, è una sua passione da sempre si può dire e si conferma con Promise of a Brand New day. L'altra, Marianne Faithfull, pur essendo una veterana delle sette note, è una piacevole riscoperta con Give My Love to London.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti , poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Ruthie Foster

TITOLO: Promise of a Brand New Day

GIUDIZIO: ****

Ruthie Foster è una cantante afroamericana con alle spalle una manciata di dischi tutti molto belli. Per questo nel tempo è diventata uno dei miei artisti preferiti, uno di quelli di cui attendo sempre con grande impazienza la nuova uscita discografica.

In Italia non se la fila proprio nessuno, anche le riviste specializzate fanno fatica a concederle uno spazio che sia rispettoso del suo valore, che è enorme.

Ruthie viene dal gospel, dalla musica religiosa ed in effetti anche nelle sue ultime produzioni frequenti sono i riferimenti a queste sonorità che, tuttavia, vengono mescolate con i suoni, ancora tradizionali, del soul, del rock e anche del folk. Nessuna diavoleria elettronica, solo della sana buona musica, suonata con strumenti “normali”.

La voce è straordinaria, profonda, forte, ma anche piena di inflessioni, di sfumature che le permettono di interpretare ogni brano con il giusto approccio.

Ruthie ha dalla sua la capacità di essere forte, impetuosa ma anche dolce e suadente e di essere convincente in ogni sua espressione.

Siamo dalle parti di Aretha Franklin, Etta James, Mavis Staples, artiste straordinarie rispetto alle quali Ruthie non è, a mio parere, troppo distante per quanto concerne il talento.

Promise of a Brand New day è un gran bel disco, da ascoltare con calma, non in modo distratto: è ricco di belle melodie, di arrangiamenti riusciti, di interpretazioni che rasentano la perfezione.

Canzoni all’apparenza semplici, a mai banali ma profonde, spesse, cantate in modo divino.

Il tratto principale è quello del blues che è facilmente percepibile in canzoni come in Singing the Blues (appunto), una ballata che colpisce in particolare per la libertà dell’interpretazione, l’approccio positivo a voler forse ricordare il tema portato dal titolo dell’intero lavoro.

È ancora influenzata, questa volta in modo più evidente, dal blues Second Coming, un brano supportato dal solo suono acustico di una chitarra, nel quale la voce dell’artista diventa più rabbiosa e una sottile linea di tensione è percepibile più che altrove.

Molto bella, sempre in tema di blues è Believe, ancora una sorta di canto ipnotico fortemente influenzato dalle origini religiose dalla musica afroamericana, alle quali viene tuttavia aggiunto un arrangiamento con profumi di rhythm ‘n’ blues particolarmente inebrianti. Certamente uno dei brani più belli della raccolta.

Le origini religiose della musica nera sono ben presenti in Let Me Know, all’inizio un gospel che poi accelera per diventare una sorta di rock blues coinvolgente e In The Ghetto, una preghiera con tanto di coro in sottofondo dalle profonde origini gospel che colpisce per il trasporto dell’interpretazione.

Così è anche la title track, introdotta da un “botta e risposta” tra Ruthie e il coro, con, in aggiunta, solo un “charlie” in sottofondo a dettare un ritmo che è quello conosciuto dei canti degli schiavi di colore. Un altro brano di enorme fascino.

Vi è poi all’interno del disco una parte (leggermente) più pop, basata su un uso più famigliare della chitarra acustica: è così un succedersi di delicatissime ballate come la bellissima Complicated Love, dolce e appena sussurrata o l’intensa New, che ricorda alcune delle cose più belle di Joan Armatrading, un’artista che certo rappresenta una fonte di ispirazione e che è basata solo sul suono di una chitarra acustica e su un gioco di voci ammalianti che insieme confezionano un brano perfetto per le malinconiche domeniche di ottobre.

Un album bellissimo che conferma Ruthie come una delle più (se non la più) interessanti cantautrici del panorama odierno.

Se non vi ho convinto sino in fondo andate almeno su Itunes ed ascoltate l’anteprima di qualche brano: sono certo che Ruthie vi catturerà immediatamente con i suoi suoni e la sua voce.

Se proprio non vuoi ascoltare tutto il disco:

Complicated Love

Se invece non ti basta ascolta anche:

Joan Armatrading – Show Some Emotions

Etta James – All The Way

Laura Nyro – New York Tendaberry

E ORA ALTRA RECENSIONE

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa ù

ARTISTA: Marianne Faithfull

TITOLO: Give My Love to London

GIUDIZIO: ***1/2

Giusto una premessa: Marianne Faithfull non è più la persona che appare sulla copertina di questo disco, ovvero una affascinante signora di mezza età, con solo pochi cenni sul viso di una vita difficile alle spalle. Marianne Faithfull è invece una matura signora di 68 anni, tutti ben evidenti, un po’ appesantita del cui fascino è rimasto solo un ricordo.

È probabile che anche nel suo caso un minimo di regole del business dovessero essere rispettate e quindi più opportuno trasmettere l’immagine di una persona ancora fascinosa. In realtà tutto questo poco importa se siete amanti della bella musica e cercate qualcosa di più: nel caso Give My Love to London è il disco perfetto.

Marianne Faithfull nella sua vita ha sempre fatto ciò che ha voluto fregandosene delle conseguenze: ultimamente chi ha avuto la fortuna, l’ha potuta apprezzare nel film Irina Palm, una pellicola bellissima, commovente, e anche coraggiosa dove recita il ruolo di una donna che per poter consentire al nipote di sottoporsi ad un delicato intervento, accetta di lavorare in un night dove le sue qualità, facilmente intuibili dal titolo, sono particolarmente apprezzate. Un ruolo anche scabroso ma interpretato con grazia e classe straordinarie.

Gli ultimi dischi suoi sono tutti belli e che abbia maturato un certo credito nell’ambiente musicale inglese (e non solo) lo dimostrano le numerose collaborazioni importanti presenti in questa ultima opera: Brian Eno, Nick Cave, Roger Waters, Anna Calvi, Tom McRae, Ed Harcourt, ovvero tutta gente che prima di accettare di partecipare alla produzione di un disco altrui ci pensa a lungo e, spesso, rifiuta.

Anche quest’ultima fatica è particolarmente riuscita, è profonda, a volte fa male, come il classico pugno nello stomaco.

La voce di Marianne è di quelle che risentono delle decine di sigarette fumate al giorno, ma è profonda, fiera, per nulla piegata a compromessi. Una sorta di Tom Waits forse solo un po’ più interprete e quindi attenta ad adattare la sua musicalità alle esigenze del brano che di volta in volta propone.

E che Marianne sia particolarmente coinvolta nel progetto lo dimostra anche la circostanza che tutti i testi dei brani sono suoi mentre per quanto concerne le musiche diversi sono gli avvicendamenti degli autori.

L’inizio del disco è affidato alla title track, nella quale appare come autore e musicista Steve Earle e al violino Warren Ellis.

Give My Love to London è un brano con influenze folk (oggi si direbbe roots), cantato con il giusto coinvolgimento, con una rabbia che forse è la risposta ad una vita difficile cui la capitale ha fatto da sfondo e fornito le scenografie. Una delle canzoni più belle dell’intero album, una delle più coinvolgenti. Come ha avuto modo di dire Carù sull’ultimo numero del “Busca” un brano che da solo vale l’intero album.

Sparrows Will Sing è forse il brano che gli U2 vorrebbero proporre da tanto tempo senza riuscirci, ma qui la tensione e la disperazione sono veri e Marianne canta come solo una persona che ha sacrificato la propria vita ai propri ideali è in grado di fare.

Ha uno sviluppo epico True Lies, un breve brano che è un susseguirsi di momenti di tensione e di calma, di stop e di ripartenze mentre Love More or Less è la canzone della ritrovata apparente serenità; poi però arriva il ritornello, quasi vomitato addosso all’ascoltatore che è in contrasto rispetto alla pacatezza del suono del piano e della chitarra acustica. Una melodia bellissima che però ti lascia un’amarezza di fondo.

Basata su un uso ipnotico del pianoforte è la successiva Last Victorian Holocaust: il canto è sussurrato “alla Leonard Cohen”, lo sviluppo inesorabilmente lento, sino all’ingresso del suono di un violino che rende l’atmosfera ancor più plumbea. Una specie di coro in sottofondo accentua il tono drammatico.

Ritmi rock, con venature blues, sono quelli The Price of Love, una canzone dal ritmo serrato, con armonica e chitarre in primo piano, frequenti stop e ripartenze e un ritornello capace di rimanerti in testa.

Falling Back ha un intro orchestrale che ricorda alcune sovrapproduzioni degli anni ’80, poi però il suono diventa scarno e la voce torna ad assumere il ruolo di protagonista. Al brano forse manca la melodia che invece è ben presente in quelli precedenti e presenta un arrangiamento in alcune parti troppo ricco, ma alla fine, pur non essendo uno dei migliori della raccolta, convince.

Una delle più belle canzoni dell’album è Deep Water: pianistica, con la voce in bella evidenza, è una ballata dall’andare lento, ipnotico che ti “suona” come fossi un vecchio pugile. È un brano di grande atmosfera che ricorda alcune composizioni passate di Sakamoto mentre la successiva Mother Wolf ha suoni ossessivi, basati sulle chitarre a cui si alternano momenti più lirici e ricorda da vicino alcune composizioni di Nick Cave.

Sussurrata è Going Home, la celebrazione, forse, della fine delle proprie tribolazioni e quindi una sorta di inno alla ritrovata serenità: splendida la melodia, finalmente quieta l’interpretazione. Un coro in sottofondo dà al brano delle sfumature quasi gospel e, alla voce di Marianne, una perfetta cornice.

Chiude la raccolta I Get Along Without You very Well, il brano che trovo meno interessante della raccolta, troppo teatrale, cabarettistico. Un incidente, secondo me, di percorso che non intacca minimamente il giudizio d’insieme.

Non conoscevo così bene il percorso artistico di Marianne Faithfull. Ho invece scoperto con l’ascolto di questo album un’artista matura, complessa, che ha licenziato un lavoro di grande spessore e bellezza.

Non è un ascolto facile, anzi necessita di ripetuti passaggi. Ma alla fine di ognuno vi resterà in mente una nota in più, una melodia nuova e al termine quando il processo di assimilazione sarà completato mi direte. Per me una rivelazione.

Se proprio non vuoi ascoltare tutto il disco:

Give My Love to London

Se non ti basta ascolta anche:

Nick Cave – Push the Sky Away

Leonard Cohen – Old Ideas

PJ Harvey – Stories From the City

Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    Ciao B.G., confesso la mia totale ignoranza su Ruthie Foster, ma ne parli con tale entusiasmo che non posso fare a meno di scaricare il disco, finora ho sempre fatto bene a seguire le tue “chicche”. Marianne Faithfull la conosco di più, per il suo “turbolento” passato e per il film Irina Palm che citi, una vera meraviglia! I dischi suggeriti di Nick Cave e Leonard Cohen li ho e sono fantastici, visto che siamo su quei livelli scarichiamoci anche Marianne, e vai. Buona musica a tutti.