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“Curva nord e heavy metal” Mastrovito racconta le origini della sua arte fotogallery

The Blank intervista per Bergamonews Andrea Mastrovito, “l'ultrà artista”: il suo lavoro è caratterizzato dalla reinvenzione degli spazi espositivi con disegni e ritagli, videoinstallazioni sincronizzate e performance. Nella sua spola tra Bergamo e New York ha esposto nei maggiori musei italiani e internazionali, da Roma a Milano, da Manchester a Losanna.

The Blank, il network culturale che dal 2010 riunisce gli operatori culturali pubblici e privati di  Bergamo, intervista per Bergamonews una giovane generazione di artisti bergamaschi. Tra genio e  follia, storie di passione, difficoltà, successi.

Si parte con Andrea Mastrovito (la biografia in fondo all’intervista).

The Blank: Che tipo di formazione ha avuto?

Andrea Mastrovito: Cinque anni al Liceo Scientifico Lussana, e poi quattro all’Accademia  Non posso poi non menzionare i venticinque anni di curva nord dell’Atalanta e i dieci anni come  cantante heavy metal nei Madhush.

TB: Cosa è stato determinante per diventare un artista?

AM: Una scommessa col mio amico Zizi, appena finito l’esame di maturità, seduti in un parcheggio.

TB: Se dovesse definire la sua ricerca in due righe, cosa direbbe?

AM: Cerco di aggiungere un quarto tassello alla vita comune, ovvero al ciclo della vita per come  viene comunemente inteso: nascita-vita-morte. Ci aggiungo poco, giusto un trattino, che ricollega  la morte alla nascita, per ricominciare il ciclo e trovare nuove soluzioni lì dove sembra esserci solo caos e distruzione.  

TB: Qual é il filo conduttore che accomuna le sue opere?

AM: La linea. Più filo di così…

TB: Un pregio e un difetto nell’ambito lavorativo?

AM: Mah. Un pregio che è anche un difetto è la grande produttività ed inventiva. Un difetto che è anche un pregio è la capacità di trovarmi sempre in situazioni difficili, spesso.  

TB: E in tutto quel che non concerne il lavoro?

AM: Pregio: sono piuttosto paziente. Difetto: sono troppo paziente.

TB: Una persona che è stata fondamentale per il suo lavoro e una che lo è attualmente?

AM: Ovviamente il mio amico Zizi: senza quella scommessa magari non avrei mai cominciato. Attualmente? A parte i tanti artisti e curatori che sto incontrando tra l’Italia e New York, direi che  senz’altro le infinite soluzioni tecniche che mi propone continuamente l’artigiano Lino Reduzzi  (col quale ho realizzato il progetto per la chiesa dell’ospedale di Bergamo, ad esempio) sono un  grandissimo stimolo per la ricerca.

TB: E’ soddisfatto di come viene letto il suo lavoro?

AM: No, non direi proprio. Solo ultimamente si riesce a mettere in evidenza la vera natura del mio  lavoro, ma spesso la componente estetica è l’unica che viene percepita, piuttosto frettolosamente,  come se fosse l’unico valore.

TB: In che rapporti è con i critici?

AM: Direi buoni, se ne conoscessi qualcuno.

TB: Qual è la frase migliore che è stata scritta o detta a commento del suo lavoro?

AM: La disse tempo fa Kris Van Assche, che è designer uomo per Dior: “He is the most poetic person I’ve ever met in my whole life”. Quella frase è stata come un vestito nuovo, disegnato  addosso, apposta per me. E io che credevo di non aver bisogno di vestirmi. Col tempo è diventata  una seconda pelle.

TB: Quanto la influenza il posto in cui lavora?

AM: Molto, ma di solito sono io che influenzo di più il posto in cui lavoro: l’International Studio &  Curatorial Program a New York, ad esempio, dopo tre mesi dall’inizio della mia residenza, era  completamente zozzo di grafite. Credo volessero uccidermi.

TB: Bergamo o New York?

AM: Ah, no, adesso né l’una né l’altra. Mi piacerebbe un po’ di mare, non mi fermo da troppo  tempo…

TB: La mostra più bella che ha fatto?

AM: La personale a Casa Testori nel 2011. Una grande festa. E senz’altro At the End of the Line alla GAMeC, quest’anno: lì ho capito che posso fare molto di più.

TB: Se fosse una canzone quale sarebbe?

AM: In questo momento? Orion, dei Metallica, scritta da Cliff Burton prima di morire.

TB: Ci parli aci della sua passione per il calcio e di come è riuscito a inserirla nel suo lavoro.

AM: A Bergamo da ragazzino cosa puoi fare se non andare in curva? E’ stato tutto molto naturale, d’altronde il mio lavoro si ciba essenzialmente del mio vissuto. E’ un  discorso che parte sempre da elementi “empirici”, conosciuti, per prendere poi direzioni sempre  nuove ed inaspettate, anche a livello teorico. L’opera “Kickstarting”, a Bushwick, New York, ne è un esempio.

TB: Qual è il prossimo traguardo che si prefigge di raggiungere?

AM: Guarire dal mal di denti, in questo momento. Poi ci penserò. Ma senz’altro riuscire a portare avanti grossi progetti a New York è una bella sfida che mi aspetta.

TB: Cosa ritiene sia importante per mantenere viva una ricerca artistica?

AM: Mantenersi vivi, a prescindere.

 

Andrea Mastrovito (Bergamo, 1978) vive tra l’Italia e New York. Il suo lavoro è caratterizzato dalla reinvenzione degli spazi espositivi con disegni e ritagli,  videoinstallazioni sincronizzate e performance. Negli ultimi anni ha esposto nei maggiori musei  nazionali ed internazionali tra cui il MAXXI di Roma, il Museo del Novecento di Milano, il MART  di Rovereto, la Manchester Art Gallery, il MUDAC di Losanna e il MAD di New York. A Bergamo,  hanno ospitato i suoi lavori la GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea e il Museo  Bernareggi, presso l’ Oratorio San Lupo. Collabora da diversi anni con la Galerie Guy Bärtschi di Ginevra, la Foley Gallery di New York e  la Galleria Giuseppe Pero di Milano e ha all’attivo diverse personali in Italia, Francia, Svizzera e  Stati Uniti, nonché numerose collaborazioni esterne al mondo dell’arte (dalla moda alla musica, dal  cinema al mondo del calcio).

Commenti

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  1. Scritto da Vito

    Heavy Metal live the Tombin of Atalanta Milan or the scooter of Inter Atalanta…auguri artista !

  2. Scritto da giuppo

    Sempre sul pezzo….Sbu!

  3. Scritto da ElleA69

    Orion dei Metallica… complimenti per i tuoi gusti. Gran pezzo!!!