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Il Sessantotto? Un equivoco che non portò al potere la fantasia ma la mediocrità

Marco Cimmino, storico, riprende la provocazione pubblicata ieri da Ctrl e analizza, in estrema sintesi, il “sessantottismo” e la “sessantottite”. Esagera ed estremizza in alcuni passasgi, ma parla di “una rivoluzione in miniatura”.

di Marco Cimmino

In fondo, per uno storico, il 1968 dovrebbe essere solo una data: uno iato di 365 giorni tra il 1967 ed il 1969.

Viceversa, alcune date diventano qualcosa di più: si trasformano in antonomasie ed incarnano un’epoca, un fenomeno, una sensibilità.

Così è accaduto per il 1968, che si è ben presto trasformato nel "Sessantotto": una specie di segnavia e di spartiacque per un’intera generazione, quasi fossero esistite due epoche, una prima ed una dopo l’anno fatidico.

Da questa convinzione è nato il sessantottismo: un atteggiamento, una Weltanschauung, un modo di intendere la politica e l’esistenza e, oggi, una forma di nostalgia reducistica.

Ed è nata anche la sessantottite: autentica malattia sociale, che ha prodotto più danni della peronospera.

Ma, in definitiva, cosa è successo davvero, in quel benedetto Sessantotto?

Mi verrebbe da dire che, in primo luogo, è avvenuto un gigantesco equivoco: è allora che è nata la confusione tra libertà e libertarismo, tra ribellione e ribellismo, tra diritti ed arbitri.

I giovani italiani, presi in mezzo tra il conformismo dei benpensanti americani e quello dei comunisti ortodossi di matrice sovietica, hanno creduto di riconoscere nei modelli terzomondisti e marcusiani, ossia nei ribelli dei campus statunitensi, pacifisti e libertari, l’esempio da seguire.

Eppure, da subito, un genio come Frank Zappa aveva svillaneggiato gli hippies che si credevano i salvatori del mondo, dicendo loro che, fondamentalmente, erano solo felici di poter fare tardi la sera.

E, in fondo, il Sessantotto fu questo: una generazione che rivendicava quei diritti che, oggi, qualunque ragazzino ottiene dai propri genitori, come avere le chiavi di casa o poter bere due birre con gli amici.

Esagero volutamente: però mi piacerebbe che fosse ben chiara l’estrema debolezza ideologico-filosofica del Sessantotto, che, proprio per la sua mancanza di strutture culturali più robuste, fu, in definitiva, un buttare via il bambino con l’acqua sporca.

I giovani del ’68 volevano mettere la fantasia al potere, invece, alla fine, ci hanno messo la mediocrità e il demerito.

Questo perché il facilismo, il buonismo e tutti i peggiori frequentativi del nostro vocabolario partono di lì: dall’idea che sia proibito proibire e che una società possa funzionare senza un potere esercitato da qualcuno.

Diciamocelo: molti dei pensatori osannati dai giovani sessantottini erano, in realtà semplicemente inadeguati.

Naturalmente, non tutto del Sessantotto fu negativo: uno svecchiamento, una liberazione sociale e di genere, un allentamento delle rigide regole culturali e comportamentali ci voleva, ed è stato un bene che il Sessantotto abbia sgretolato il monumentale conformismo della società occidentale del secondo dopoguerra.

Mi pare di poter dire, però, che si sia trattato di una rivoluzione in miniatura, dalle molte pretese ma dalla scarsa concretezza: una rivoluzione di parole più che di spiriti e di atti.

Senza contare i terribili danni che i portati del ’68 ci hanno inflitto: la crisi della cultura, il relativismo obbligatorio, gli anni di piombo, il pensiero unico e così via.

Mi rendo conto che l’argomento, data la sua complessità meriterebbe maggior spazio e un’analisi assai più accurata: me ne scuso, ma la necessità è tiranna.

Spero che, almeno, queste poche righe possano suscitare un dibattito tra i nostri lettori: un confronto senza pregiudizi e senza nostalgismi, tra persone che, se mai hanno sofferto di sessantottite, ne sono guarite a forza di robuste iniezioni di realismo.

Non si possono avere diciott’anni per tutta la vita, pena il passare per deficienti.