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Prince è tornato (con bis)! Un cd alla sua maniera con un pizzico di Daft Punk

"Art Official Age" è un disco "normale", cioè, per Brother Giober, la chiara e ulteriore dimostrazione che buona parte della black music passa da queste parti. Inutile invece il secondo lavoro: è poco più di uno scherzo e come tale va preso.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Prince

TITOLO: Art Official Age

GIUDIZIO: ***1/2

Eccolo è tornato! Prince è di nuovo tra noi e forse (l’ultima parola con Prince non è mai detta) con un disco normale.

A dirla tutta, i dischi sono due, uno normale, uno un po’ meno.

La premessa è che adoro Prince. Non ci fosse stato è probabile che buona parte della musica dagli anni ’80 in avanti, almeno quella black, non avrebbe avuto possibilità di essere conosciuta e con essa molti artisti meritevoli.

Quando ero giovane lo ascoltavo quasi tutti i giorni perché i suoi ritmi, i suoi colori, non li riscontravo in nessun altro artista: ho consumato il vinile di 1999, ascoltato fino alla noia Purple Rain e amato incondizionatamente Sign ‘O’ the Times.

A quei tempi c’era chi amava Prince e chi Michael Jackson e spesso la scelta dell’uno escludeva l’altro in nome di una rivalità che aveva poco senso perché i due seguivano strade che, benché avessero la medesima origine, si perdevano poi in ramificazioni diverse: bianca, pop, quella di Jackson, più dura, funky, quella di Prince. Entrambi alla musica hanno dato moltissimo ma il mio cuore ha sempre palpitato maggiormente per il genietto di Minneapolis.

Poi qualcosa si è rotto. Prince ha iniziato a cambiare nome (e questo non sarebbe di per sé grave), ha immesso sul mercato un grande, eccessivo numero di dischi, nei quali era sempre più difficile trovare quei guizzi di genio che invece rappresentavano la normalità nelle sue opere dei primi anni. È stato il periodo in cui Prince ha accumulato una serie di cause contro le case discografiche, durante il quale la distribuzione avveniva con modi alternativi rispetto al momento (internet).  

La sensazione, ancor oggi viva, è che in quel periodo Prince avesse poca voglia che qualcuno, anche solo lontanamente, potesse mettere in discussione il suo lavoro, la sua arte.

Adesso dopo un po’ di anni torna con un disco, dicevo, normale, ma negli stessi giorni esce un altro lavoro ben diverso e tutto sommato inutile. Entrambi sono pubblicati per la Warner.

Il disco buono si intitola Art Official Age: 11 canzoni, ben scritte, efficaci, dove il tratto di penna è quello conosciuto anche se alcune influenze di artisti diversi, di questi ultimi anni, sono evidenti. È così possibile percepire alcune sonorità proprie di Nile Rodgers, Daft Punk, Drake.

Come spesso accade per Prince, Art Official Age è un concept album: mr. Nelson (il vero nome di Prince) si risveglia dopo molti anni, catapultato in un mondo nuovo, nel quale viene accompagnato dalla voce seducente di Lianne La Havas.

Art Official Cage è il brano posto all’inizio del disco; numerose sono le assonanze con l’ultimo disco dei Daft Punk: stesso intro iper prodotto, ritmo forsennato alla Get Lucky anche se la resa è inferiore, orchestrazioni più complesse che non nel passato, sovrapposizione di voci diverse. Forse un po’ troppo.

Molto, ma molto meglio, Clouds: il ritmo rallenta, quasi sospeso, il suono è quello dei primi anni, secco, ogni battito è un invito irrinunciabile al movimento. Questa volta l’essenzialità è tutto e, per un momento, ti immagini ancora Prince ancora accanto a quella meraviglia di Sheyla E., anche se poi però fai due calcoli e concludi che entrambi hanno superato i 50 e che quindi è meglio, se proprio bisogna sognare, rivolgersi altrove.

Quando Breakdown ha inizio per un momento pensi di ritrovare le medesime sensazioni che provasti al tempo ascoltando Purple Rain: non è proprio così ma la canzone funziona ugualmente a meraviglia e ti rimane al termine il convincimento che questo pazzo scatenato quando ha voglia di comporre, non è proprio secondo a nessuno.

Ma è solo un momento perché poi il ritmo riprende forsennato con The Gold Standard: stesse chitarre di Kiss, stesse tastiere dei primi successi e , in più, una sezione fiati che riconduce il tutto alla lezione del funky più classico, quello di James Brown, tanto per intenderci e, quindi, divertimento assicurato.

Molto più complessa è la partitura di U Know, un brano nel quale Prince rinuncia al suo stile e abbraccia le influenze degli ultimi eroi del nu soul come Frank Ocean. Il brano è di grande fascino e ha l’andamento di una (mini) suite. Suoni, voci ed atmosfere che si modificano e che si succedono in uno sviluppo sonoro che all’apparenza pare privo di significato ma che invece alla fine incanta.

Breakfast Can Wait è una sorta di gioco: inizio con cassa in 4/4, tastiere liquide, voce in falsetto. Da qui i suoni vengono ridotti all’essenziale, il ritmo è costante. Il brano è la testimonianza di come tutta la nuova black music paghi pegno a Prince: c’è stato, come scritto da Questlove dei Roots nella sua autobiografia, musica “Avanti Prince” e musica “Dopo Prince”.

Si ritorna alle atmosfere anni ’80 con This Could Be Us, un brano dallo sviluppo lento che potrebbe essere tratto da Sign ‘o’ Times. Una canzone bella, suggestiva, piena di particolari sonori che meriterebbero, ognuno, una menzione d’onore, in tipico stile Prince.

What It feels like, pare all’inizio superflua, poi una geniale pennellata di chitarra ti fa ricredere: il ritmo è il solito, sincopato, artificiale, ma il brano si sviluppa in modo convincente e non puo sfuggire la bellezza di alcuni interventi strumentali che sorprendono per originalità.

Anche Way back Home lascia il segno. Qui i suoni sono ridotti al minimo, hanno poco di umano. I riferimenti al capolavoro del passato, 1999, paiono evidenti.

Funkroll è un po’ troppo di maniera, ma anche qui posso trovare un elemento meritevole di menzione che sta nell’intervento della sezione dei fiati, che dà ritmo all’insieme, oltre che nel cambio di clima a metà del brano che pur traslocando la canzone verso lidi un po’ troppo caciaroni comunque è in grado di sorprendere l’ascoltatore.

Lunga è Time, quasi sei minuti, una canzone lenta, ancora d’atmosfera, tessuta su un piano di tastiere sul quale Prince fa evoluzioni con la propria voce. Ancora un brano di grande suggestione in grado di coinvolgere l’ascoltatore e di portarlo per qualche minuto lontano da ogni cosa o, se non si è seguaci del “principe”, di annoiarlo mortalmente, salvo, comunque, un intervento della chitarra a metà del brano che rappresenta un preziosismo di valore assoluto.

Chiude il tutto Affirmation III, ancora un brano che avrebbe potuto essere presente sull’ultimo dei Daft Punk ma anche di Frank Ocean. Questa volta appare anche il suono di violini (campionati) unito ad un battito in sottofondo che da un minimo di ritmo e ad un arrangiamento, in alcune parti del brano, orchestrale che appare cosa nuova nel disco. Decisamente emozionante.

Bello tutto, o quasi.

Prince è tornato con un disco, scrivevo, vero, tradizionale se di tradizione per un artista simile si può parlare. Un disco che è la chiara ed ulteriore dimostrazione che buona parte della black music passa da queste parti, ma anche che Prince è tornato tra noi disponibile a scendere a patti con le nuove influenze, le nuove scuole musicali. E per uno come lui non è certo poco.

Il secondo disco è registrato insieme alla 3rdEyed Girl che sono Donna Grantis (chitarre), hanna Ford Welton (batteria) e Ida Nielsen (basso) e rappresenta una sorta di omaggio a queste ultime che l’hanno supportato nel tour più recente.

Già dal titolo è lecito non farsi aspettative. Il disco è poco più di uno scherzo e come tale va preso. Non è male ma non tutte le canzoni sono all’altezza. Evidente è la volontà di ricreare in qualche modo l’atmosfera del concerto.

Rispetto al disco precedente qui i suoni sono più pesanti e vi è un maggior presenza del blues e del rock.

Dalle note che fuoriescono dallo stereo è possibile capire l’importanza che per Prince hanno avuto artisti come Jimi Hendrix e, allo stesso modo, è possibile comprendere come Prince abbia influenzato, a sua volta, artisti come Lenny Kravitz. È un disco del quale si può fare a meno, soprattutto se si è fan di Prince, perché qui di Prince tutto sommato vi è poco.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco:

Breakdown

Se non ti basta ascolta anche:

Frank Ocean – Channel Ocean

Daft Punk – Random Access memories

Drake – Nothing Was the Same

Commenti

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  1. Scritto da Diego Perini

    Non so, non gran che apprezzato, ma dopo Sign l’ho abbandonato. Un po’ per tutti i suoi casini in cui non si capiva niente (TAFKAP, eh?), un po’ per cambio di gusti: i geni di Minneapolis erano gli Husker Du.